LUCIO D'AMBRA.
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CONVERSAZIONI DI MEZZANOTTE.
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1937. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".

PRESENTAZIONE.
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Pubblicato nel 1937 e ambientato in Italia durante i tristi giorni del primo dopoguerra, Conversazioni di mezzanotte rappresenta uno degli ultimi romanzi pubblicati da Lucio DAmbra poco prima della sua morte (31 dicembre 1939). 
Piena di profonde riflessioni e permeata di nostalgia, la storia  narrata in prima persona da Sisto Bibbiena, che qui vediamo nei panni di un famoso direttore dorchestra ormai ritirato a una vita di solitudine, mentre  alla costante ricerca di un senso alle sue sofferenze, causate dallincolmabile perdita del suo unico figlio e dellamata moglie.         
Lo spirito tormentato di Sisto  qui il simbolo di un mondo piccolo-borghese che in quellepoca andava scomparendo insieme con i suoi valori, a seguito della devastante guerra. Ma nonostante i grandi fallimenti e i sogni perduti, il protagonista riuscir a poco a poco a ritrovare la pace interiore e la fede in Dio: e le ritrover nella tranquillit del suo orto in campagna, nelle conversazioni con i monaci suoi vicini, e soprattutto attraverso la musica, il genio che fa luomo pari a Dio, la creazione che accosta luomo al Creatore.
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L'AUTORE.
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Lucio D'Ambra, pseudonimo di Renato Eduardo Manganella (Roma, 1 settembre 1880, Roma, 31 dicembre 1939),  stato uno scrittore, regista e produttore cinematografico italiano;  stato anche giornalista, critico letterario e teatrale, drammaturgo e direttore artistico di compagnie di teatro, nonch sceneggiatore per il cinema (inizi la carriera al tempo del muto per approdare poi al cosiddetto metacinema e al cinema futurista). Fu anche accademico d'Italia e autore di romanzi.
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CONVERSAZIONI DI MEZZANOTTE.
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ALLA SANTA E SACRA MEMORIA DI MIO FIGLIO, DIEGO MANGANELLA, VICE-CONSOLE DI SUA MAEST A CANNES, CHE INIQUAMENTE CADENDO A TRENTADUE ANNI LASCI ME INGIUSTAMENTE VIVO LUNGO LA VIA.
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LIBRO PRIMO.
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1. GLI UOMINI LASCIATI ALLE SPALLE.
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L'ultimo ricordo che mi rimane della citt abbandonata  l'episodio della mia partenza, su la piazza dei Cinquecento, a pochi metri dal treno che doveva allontanarmi per sempre da Roma. In un meraviglioso ottobre in cui i magici pittori del cielo rinnovavano i colori della primavera aggiungendovi come un'impalpabile polvere d'oro e qualche pennellata sanguigna, gli uomini, non guardando il cielo, incrociavano le braccia negli inaspettati riposi d'uno sciopero generale. Poich non circolavano vetture a cavalli e le automobili pubbliche o private non si arrischiavano per le strade quasi deserte, io avevo dovuto, nella notte precedente alla mia partenza, mandare alla stazione, sopra un paio di carrettini a mano, bauli e valigie. Mi avviavo dunque a piedi verso Termini uscendo dall'albergo dove, venduta la mia casa, dispersi all'asta pubblica quasi tutt'i miei mobili, ridotta al minimo ancra utile la mia biblioteca, avevo trascorso gli ultimi mesi della mia indecisione, gi ansiosa di solitudine ma non ancra orientata verso un cantuccio di mondo nel quale chiudere, tra quattro alberi ed una casa, i vuoti giorni che mi restavano da vivere. Senonch, fatti pochi passi, sentii d'improvviso battere alle mie spalle, nel silenzio della strada vuota, la campana d'un tram che giungeva alla tabella d'una fermata obbligatoria. Vidi cos non potendolo sapere dai giornali che da due giorni non uscivano, che i tram circolavano nonostante lo sciopero, imbandierati a festa, animosamente guidati da cittadini, ingegneri o studenti, i quali volontariamente sostituivano il personale rimasto a terra dietro le file compatte di carabinieri che vigilavano i depositi. Salii sul tram per risparmiare la strada. Seduto in uno dei molti posti vuoti ch la maggior parte dei cittadini preferiva restare a casa o circolare a piedi al rischio d'avventurarsi sopra quei tram che sfidavano gli scioperanti, vidi venirmi davanti, per riscuotere il prezzo del percorso, una giovane donna con una borsa a tracolla alla quale aveva legato a fiocco un nastro tricolore. Ebbi curiosit d'interrogare l'improvvisata fattorina: "Studentessa di medicina, mi fu risposto. E mio fratello, ingegnere,  alla motrice". Sorrisi a quel sereno coraggio civile e guardai la strada dai finestrini: la desolazione vuota d'un pomeriggio domenicale quando tutt'i cittadini emigrano fuori delle porte e la citt resta sola. Ai grandi crocevia pattuglie di guardie erano in segreto collegamento con reparti di truppa nascosti nei cortili dei palazzi pi vicini. Davanti ai caff con le saracinesche abbassate a met stazionavano folti gruppi di scioperanti che, al passaggio delle vetture tranviarie, fischiavano da lontano o cantavano a coro, a gran voce, canzoni rivoluzionarie, i pi irritati gettando contro la vettura minacciose vociferazioni con volti congestionati dal furore e pugni in alto che, non potendo picchiare altro, battevano l'aria. Dicevo addio alla metropoli cos, senza rimpianto, guardando senza memoria quelle grandi strade deserte nelle quali era sepolta tanta parte della mia vita trascorsa. L'ultimo aspetto degli uomini, che lasciavo forse per sempre alle mie spalle, non era fatto per darmi la malinconia delle grandi separazioni. Dalle case affollate andavo alla solitudine degli alberi in un grande senso di liberazione, come chi esca dalla soffocazione al respiro. Dalla breve e caduca vitalit dei piccoli uomini correvo alla longevit del mondo vegetale con le radici ancra schiave nella terra limitata, ma con le chiome tuttavia gi aperte nell'infinita libert del cielo. Il supremo tempo della mia vita acquistava un senso d'individualit mai conosciuto se non tra gli alberi del lontano Mandorleto, ai giorni della mia infanzia. Creatura sola, io mi rimettevo serenamente al centro delle cose create.
Eravamo quasi giunti alla stazione di Termini e gi mi preparavo a discendere quando su la piazza dei Cinquecento due opposte colonne di dimostranti, su cui ondeggiavano grandi bandiere rosse, essendosi lanciate di corsa all'assalto del tram, lo circondarono da ogni lato per costringerlo a fermarsi. In un istante venti colpi di bastone mandarono in frantumi i cristalli delle due vetture. I pi agili assalitori, mettendo i piedi sopra i finestrini vuoti, saltarono sui tetti delle vetture per lacerar le gale delle bandiere. Dalle piattaforme altri uomini invasero le corsie, il giovane ingegnere che guidava il tram fu sollevato da dieci braccia e lanciato come un sacco pieno alla folla che subito gli fu sopra, quasi dovesse sventrarlo. Vociferando, quattro o cinque energumeni furono su la studentessa di medicina alla quale strapparono la borsa a tracolla per gettare qua e l, a grosse manciate, le monete di cui era piena. Una manaccia nera afferr i capelli biondi della ragazza rovesciandole il capo, mentre un mostro lurido e avvinazzato prendeva la donna alla gola aprendole la bocca come se volesse baciarla. La voce le url sul volto: "Io il biglietto te lo pago cos..." E su la bocca aperta non mise un bacio, ma vi cacci dentro, raschiando la gola, uno sputo.
Inchiodato dalla ressa in fondo al tram, vidi un uomo slanciarsi con un urlo in mezzo agli assalitori e farsi largo a gomitate verso quelli che tenevano la ragazza. Riconobbi un giovane ufficiale che era seduto di fronte a me. Con la rivoltella in mano, costui si fece largo e gherm la giovane donna e, sollevandola nelle braccia, riusc a calarla dalla vettura. Arrivato a terra se la mise dietro le spalle nella calca; poi, con l'arma in pugno, sgombr attorno a s e attorno a lei. Vidi allora slanciarsi verso la ragazza l'ingegnere dal volto insanguinato che, caricandosi a sua volta su le spalle la sorella, corse verso un piccolo caff di cui in fretta e furia chiudevano le porte, ma non cos presto da non concedergli d'entrare dentro, grondando sangue su l'abito bianco della giovane donna svenuta.
Dal tram cento facce, che riempivano ogni spazio dei finestrini, urlavano contro l'ufficiale, rimasto solo, in piedi, con la rivoltella puntata, in mezzo alla folla per un istante paralizzata dallo sgomento di quell'arma. Vidi nel sole l'ufficiale. Aveva sul petto i segni azzurri delle medaglie al valore. Sopra uno dei nastrini era una stelletta d'oro. Aveva sul braccio i distintivi di tre ferite sul campo. E, d'improvviso, un bastone s'abbatt sul braccio teso. La rivoltella cade a terra. Due colpi partono, le palle strisciando al suolo, senza colpire nessuno.  il segnale dell'assalto. Sono in cento, in duecento, contro quell'uomo solo. Lo afferrano venti braccia. Un manrovescio gli getta in aria il berretto. Altre mani gli tolgono di dosso la giubba. Strappati da questa, i nastrini azzurri sono gettati in aria. Un dimostrante agita in alto, sopra la testa, il nastrino col segno della medaglia d'oro. Una voce grida: "E questa, la medaglia d'oro, sta bene l!" Lo vedo, il nastrino azzurro, volar nell'aria per cadere in un orinatoio pubblico che  alle spalle dell'ufficiale. Costui grida con quanto fiato ha in gola, scamiciato, lacerato: "Canaglie!" Un formidabile pugno gli risponde su la bocca. L'eroe scompare, buttato a terra, nella furia degli energumeni che gli son sopra da ogni lato. Poi altri si avventano su me. A spintoni mi gettano fuori dal tram. Quelli che sono a terra mi circondano. Uno grida: "Lasciatelo.  un viaggiatore che parte". Come in un'ondata furiosa in cui ogni goccia ti spinge, cento mani mi sono nelle spalle e mi gettan via. Posso cos raggiungere la stazione. Sento dietro di me un coro: Bandiera rossa. Mi volgo un istante. Accanto al tram vuoto, nel sole d'ottobre, al centro della piazza deserta e in un viluppo d'uomini che sembrano serpi aggrovigliati, l'eroe della guerra  ancra l, a terra, morto o vivo non so, sotto la cieca violenza del popolo.
Ho lasciato la metropoli cos. Ho voltato le spalle agli esseri umani su questo quadro. Poich nessuno parte nella pericolosa avventura di treni che per lo pi sono abbandonati dai ferrovieri in aperta campagna, nel mio scompartimento sono solo. Ma non appena il treno s' mosso, il mio sportello si apre, Un prete d'una sessantina d'anni, congestionato in volto, viene dentro senza cappello, spinto su all'ultimo momento dai ferrovieri. Cade a sedere davanti a me e, appena seduto, mi dice: "Non volevano lasciarmi partire. Sono un cappellano militare. Ha visto in piazza dei Cinquecento? Hanno massacrato un ufficiale..." Poi leva gli occhi al Cielo e sospira; "Io non capisco come Dio permetta..." Sorrido. Alzo le spalle. Sazio di tutte le iniquit, gli rispondo: "Dio, reverendo? Ha altro da pensare il suo Dio..." E poi aggiungo, scuotendo il capo: "Se, tutto sommato, il suo Dio esiste..."
Su l'immenso dubbio ho acceso una sigaretta. Nella sua immensa certezza il cappellano militare apre i suoi grandi occhi buoni su me con una serenit che  ammonimento e non rimprovero: Perch dice cos? Non so chi lei sia. Ma vedo dal suo volto i segni di un'anima non comune, d'un senso d'umana responsabilit.
Mi presento: il maestro Sisto Bibbiena. Mi conosce. Generosamente mi copre d'elogi. Al tempo delle mie musiche, mi ha visto dirigere a Venezia, in piazza San Marco, e a Milano, alla Scala. Prima della guerra, a Roma, in una settimana pasquale, ricorda d'aver ascoltato un mio concerto sinfonico all'Augusteo. Buona memoria. E si stupisce. Non credeva di trovare un eretico nel rivelatore di musiche religiose che, con tanto sentimento di trasfigurazione celeste, aveva guidato i divini canti della Missa solemnis di Beethoven.
Se la musica  la parola umana che pi spiritualmente ci accosta a Dio, continua a dire il cappellano militare, io non comprendo come l'anima d'un artista, giungendo sin su la soglia della Rivelazione, possa poi dichiararsi cieca davanti alla Rivelazione stessa. Dove crede che Beethoven, se non in Dio, abbia preso, lui uomo, la voce di Dio?
Devo qualche spiegazione a cos amabile interlocutore. E gliene d, nella lunga monotonia del treno in marcia, quante ne vuole.
Dio era in me, gli rispondo, non come una realt concreta, ma come un'aspirazione sublime di tutt'il mio essere fino dai miei pi giovani anni. Nato in una casa di credenti ho avuto Dio in me, respiro dell'anima, come si ha, senza discuterlo, nei polmoni, il respiro del corpo. Ma la vita dell'uomo ha a poco a poco cancellato la serena e spontanea fede del fanciullo felice. Nel mistero che ci circonda, nell'affanno delle nostre vicende, Dio , reverendo, un responsabile. E di fronte a questa immanente responsabilit di quanto noi non possiamo spiegare o comprendere non ha l'uomo che due strade: accettare, ed  la santit; rifiutare, ed  l'eresia. Due soli uomini hanno ragione nell'idea di Dio: quello che di fronte a tutto dice di s; quello che di fronte a tutto dice di no. E io, a conti fatti, dico no.
Il cappellano militare mi guarda senza condanna. La sua santit  piena d'indulgenza per la mia perdizione.
E intanto mi dice, correggiamo sbito il primo errore: Dio non  un'idea, maestro. Dio  cosa pi grande, un sentimento. Cento volte gli ambiziosi uomini di tutte le idee, giunti alla soglia del mistero, piegano mortificati il ginocchio. Ma non  la mente che cede.  il cuore che s'illumina.
Mi ha detto chi  lui: don Prami, un umile prete di campagna che non ha mai voluto muoversi dal paesello veneto dov' nato, un povero piccolo parroco senza importanza che in quarant'anni, sempre alla cara ombra del solito campanile, ha visto invecchiare con s i ragazzi che aveva tenuti a battesimo. Poi, quando la guerra  venuta, non ha potuto lasciare soli i bambini delle lezioni di catechismo fattisi uomini e andati sotto le armi.  quindi salito con loro su le montagne piene d'eroismo e di morte nel fragore echeggiante delle battaglie. Ha raccomandato a Dio con l'ultima preghiera i cari ragazzi che gli morivano attorno. Ha riportati indietro, carichi d'onore e felici della vittoria, quelli che la volont di Dio e non il cannone, ha risparmiati nel sacrificio.
Dio non ha risparmiato mio figlio, ho dichiarate a don Prami. Era tutta la mia vita, mio figlio, il solo premio di un'esistenza durante la quale io non avevo fatto alcun male. In lui era la musica, la grande e l'eterna musica, quella a cui il mestiere di condurre orchestre mi aveva durante vent'anni costretto a rinunziare, quella che uno zio di mio figlio, Isidoro Bibbiena, come anche mio figlio si chiamava, non aveva avuto tempo, morendo a trent'anni, di passar dall'anima su la carta. Carico del nostro amore e della sua necessit per noi, suo padre, sua madre, portando in s i meravigliosi poteri d'artista che davvero una volont divina sembrava avere adunati nel suo spirito,  partito per la guerra. Col polmone distrutto ne  ritornato per morire. Dio, che, secondo l'umana illusione, avrebbe creato, Dio aveva distrutto. Tornavano a milioni dalla morte alla vita le anime e i corpi che sono numero e niente altro, tornava il pi vuoto e il pi inutile dei suoi contadini, reverendo, e non ritornava mio figlio, un ricchissimo fiore del mondo creato, se non per gridarmi nelle braccia che nulla potevano per lui: "Pap, non voglio morire..."
Davanti a me il cappellano militare, incrociate le braccia sotto i nastrini azzurri di due medaglie, lev gli occhi al cielo come per invocare dall'alto un'illuminazione nelle mie tenebre. Senza questa luce invocata, attesa e non apparsa, mi vide di fronte a lui sorridere desolatamente nell'iniquit.
Non star a ripeterle, maestro, riprese allora, quello che sempre dicono quei sacerdoti che, sicuri di Dio, non vogliono dare agli uomini nessuna ragione: "Le volont del Signore sono per noi impenetrabili..." Voglio solamente domandarle se crede, negando Dio nella sua individuale sventura, d'essere pi ricco ricco d'una negazione, nella sua umana miseria. No, signore. Spogliato del suo pi grande bene terrestre, lei aumenta, con questa negazione, la sua povert. Dio , nella tempesta, il supremo faro. Dio  ancra, di l dalla morte, la speranza possibile. Dio d a lei, padre rimasto solo, la promessa di rivedere un giorno suo figlio. Io non conosco il suo dolore perch i beni, del mondo, nella cristiana rinunzia, non m'appartengono. Ma sento che, se fossi al suo posto nella sventura, cercherei Dio appassionatamente anzich allontanarlo da me. A chi lo cerca in una sublime elevazione dello spirito Dio sempre si avvicina. Solo a chi gli volge le spalle non d la sua parola. Non gi perch Egli questa parola, tutto perdonando, non dica; ma perch l'uomo orgoglioso, che in s si limita e in s si chiude, alla parola divina sottrae l'orecchio che dovrebbe aspettarla e ascoltarla.
Questo prete cordiale, che non impone la sua fede, ma solamente la consiglia, m'interessa. Umano nel suo ragionamento su la divinit, merita che gli si risponda da uomo ad uomo, liberando il cuore. Cos dico a don Prami quante volte, nella pi grande e accorata umilt, ho prestato l'orecchio, quante volte nelle chiese, davanti agli altari, ho invocato in me quella luce che in tanti altri vedevo. Il cappellano militare m'interroga:
Prima o dopo la morte di suo figlio?
Prima, reverendo. Dopo, era inutile.
Don Prami scuote il capo e sorride:
Lei  dunque come un uomo che, avendo chiesto denaro ad una banca nella sua necessit e non avendolo ottenuto, nega che l'oro ci sia. Lei cercava Dio non per s, ma per avere salva la vita di suo figlio. Do ut des. Religione d'affari, questa: scambio di benevolenza e di gratitudine tra l'uomo e Dio.
Devono gli occhi esserglisi riempiti di lacrime, ch ha gli occhiali appannati e se li toglie per pulirli con un grosso fazzoletto paesano. Tuttavia sorride ancra:
Questo  l'errore di molti: concepire un Dio d'universale protezione, un Dio di terrestre salvaguardia per ogni nostro umano pericolo. Se un tal Dio dovesse tutti proteggere in egual modo n potrebbe a questo o a quello dar preferenza, non esisterebbe su questa terra il dolore necessario invece a provar le anime e a misurarne la tempra. Il Dio che lei non conosce e non cerca ha invece una sola universalit che a tutti offre e a tutti d, ai pi alti, ai pi umili: l'universalit della consolazione. Se dopo la morte del suo figliuolo lei avesse, senza chiamare Dio responsabile, piegato il ginocchio, non avrebbe oggi nell'anima quel vuoto che le leggo negli occhi.
Se un po' ne vede negli occhi, di quel vuoto, non credo che don Prami possa vederne l'infinita distesa che m' da pi d'un anno dentro l'anima. Il cappellano militare guarda come se lo vedesse per la prima volta il mio abito a lutto. Misura il tempo dal vestito come se certi lutti disumani, che tolgono la vita per sempre pur lasciandoci vivi, potessero avere scadenza.
Ha perduto suo figlio da pochi mesi..., osserva il cappellano militare.
Gli rispondo che non ho perduto solamente mio figlio, da maggior tempo. Ho perduto anche, nella tragedia, la compagnia di mia moglie che una monomania religiosa ha, dopo la sventura, ridotta in quieta follia dentro una casa di suore dove, pi volte e sempre invano, ho tentato di farmi riconoscere da lei. Avevo gi, prima che mio figlio mi facesse vuota la casa, perduta mia madre. Al principio della guerra, un medico aveva condannato i miei occhi infermi al riposo togliendomi quella direzione delle orchestre di cui, compositore mancato ma artista tuttavia, io avevo fatto il mio mondo, la mia sola vita. E c' di pi: alla sosta sul ponte dei miei quarant'anni, quando la giovinezza superata si divide, sotto quell'arco, dalla vecchiaia che lentamente incomincia, ho veduto dividersi in egual modo il mondo che avevo conosciuto da un nuovo mondo che ancra ignoro. Caduto nel fragore della guerra il mondo chimerico di cui una placida civilt aveva vissuto serenamente, non vedevo nel caos risorgere un mondo di stabili certezze con un suo nuovo appannaggio d'illusioni, di speranze, di fedi. Sotto i miei passi disorientati tutto era sabbia mobile, melma vuota in cui il piede s'affonda. Credevo d'aver camminato nel mondo in compagnia. Tra uomini scomparsi o mutati mi ritrovavo invece, oggi, perdutamente solo. Dopo aver cercato inutilmente un modo possibile di continuare a vivere tra gli uomini, abbandonavo ogni apparenza d'umana compagnia. Era quello, forse, il mio ultimo viaggio. Andavo a chiudere la vacua nullit dei giorni che a quarantasette anni mi rimanevano ancra da vivere in una casa di campagna acquistata tra vecchi alberi. E l, nella solitudine, tra incancellabili memorie e inenarrabili rimpianti, avrei aspettato, spettatore di me stesso, l'ultimo atto della commedia del vecchio Rabelais morente: "Tirez le rideau. La farce est finie". Non escludevo di potere, in quella solitudine, aspettare ancra l'apparizione di Dio. Credevo tuttavia che Dio non essendoci, la rivelazione non sarebbe avvenuta mai.
Il cappellano militare ha ascoltato le mie lunghe parole senza interrompermi. A questa desolata realt dei fatti non oppone pi miracolose illusioni. Lo vedo davanti a me, con gli occhi chiusi, giunte le mani come se pregasse. Caritatevole compagno che non pu nulla per me, con la preghiera muta fiduciosamente mi raccomanda al suo Dio. Non tard il treno, con la monotonia delle sue ferree cadenze nel ritmo ossessionante, a trasformare in povera sonnolenza umana quella divina preghiera.
D'improvviso il treno s'arrest in una stazioncina d'aperta campagna, vuota d'umane presenze. L'urto della subitanea fermata dest di soprassalto don Prami il quale, letto il nome della stazioncina e consultato l'orario, dichiar che la fermata era fuori programma. Trascorsero alcuni minuti. Vedendo poi la fermata prolungarsi, ci facemmo, come gli altri pochi nostri compagni di viaggio, ai finestrini. Scesi dal convoglio, i macchinisti e i guardiatreno passeggiavano a gruppi, fumando, le mani dietro il dorso, beffardamente guardando i viaggiatori che non si spiegavano la sosta. Su la stazioncina senza paese e solo fiancheggiata da due casupole che le stavano alle spalle scendeva il crepuscolo. Restando al buio le stanze della stazione, s'accesero l dietro le lanterne di un osteria da trnsito su la strada maestra. Fu il momento in cui il macchinista, fermandosi e chiamando col gesto i ferrovieri che passeggiavano, esclam ad altissima voce perch tutti sentissimo:
Possiamo adesso andarcene a mangiare...
Un viaggiatore interrog da un finestrino:
Come? Non si riparte?
Gli altri risero alto nella semioscurit.
Ripartire? ghign il macchinista. Si ripartir, forse, quando e come piacer a noi. Per ora, si sta qui. Chi ha pi fretta di noi prosegua a piedi. Firenze sta laggi, da quella parte.
Con un gesto largo indic l'orizzonte e s'avvi con gli altri verso l'osteria illuminata. Ma non avevano ancra superato i cancelli che un'ondata d'uomini fu dentro, sbucando dalla via maestra su la quale un motocarro gremito di teste e di braccia, in un balenio di fari, era improvvisamente comparso. Grossi randelli caddero alla cieca sui ferrovieri. Quattro o cinque ragazzi saltarono sopra il macchinista avvolgendogli le braccia con una fune. A spintoni lo condussero verso un fanale a cui con la residua fune lo legarono, la faccia rivolta al treno fermo. Laggi ai cancelli, sotto le luci rossastre dell'osteria, in un nuovo viluppo d'uomini, i ferrovieri sopraffatti dal numero avevan la peggio. Nude le braccia, vestito d'una camicia nera, scoperto il capo, un giovane inerme, afferrato un uomo sporco di fumo con due mani bianchissime, lo trascinava verso la locomotiva gridandogli sul viso:
Il fuochista sei tu? E tu vieni, lazzarone, con me.
Altri gli tolsero di mano il fuochista catturato che fu trascinato verso la macchina e portato su questa in un altro balenio lucido di rivoltelle. Intanto il bel ragazzo dalle mani bianche ritorn di corsa al macchinista legato al fanale, ridendogli alto sul viso:
Compagno proletario, tu i treni l fermi. Ma io, a tuo marcio dispetto, li faccio camminare lo stesso, rispettando l'orario.
Poi grid alto nel buio:
Ragazzi, a noi!
Vol alla locomotiva, saltandovi sopra leggermente. Gli altri s'infilarono negli scompartimenti. Il giovane che entr nel nostro, esultante e fiero, spieg:
Conduce la macchina il marchese Aldovrandi, di Arezzo, medaglia d'oro...
Il treno si mosse. Dai finestrini, passando il treno davanti al fanale, i giovani liberatori sputarono l'un dopo l'altro sul viso del macchinista legato. L'ultimo non lanci uno sputo ma un grido entusiastico nella notte: "Viva l'Italia!": squillo di voce umana sul fragore sordo del treno.
Giunsi a tempo alla stazione di Arezzo, cos.
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2. GIRAR COL DITO IL VECCHIO MAPPAMONDO.
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Al termine d'una notte d'insonnia nel mio letto carico di libri appena incominciati e sbito abbandonati, apersi la finestra su l'aurora. Il sole, gi spuntato fuori delle colline, era davanti a me in fondo a una doppia schiera di cipressi toscani, che sembravano far ala, guardia verde, al biondo re del cielo. Cominciava una nuova giornata su l'universo. Ancra una volta il sole sembrava ascendere nel cielo, padrone del mondo, per poi discendere dall'altra parte e abdicare nella notte al suo meraviglioso trono di luce.
Vecchissima vicenda che vedo oramai ripetersi da cinquant'anni ogni mattina, ogni sera, sempre uguale, senza scopo, fantasticamente bella e assurdamente monotona, vecchissima vicenda del giorno e della notte, dell'incessante ritorno senza perch. Non ho interamente ammobiliate io queste stanze con quel poco che del sepolto passato ho voluto conservare anche nel vuoto avvenire: i pochi mobili della camera d'Isidoro che ora sono, ragione di perpetuo pianto, la stanza mia; le poche biblioteche, la vecchia scrivania e il solito pianoforte del mio studio dove adesso il mio studiare altro non  che ritrovare, da ingiallite pagine di scomparsi maestri, le grandi musiche che, forse come il sole, sembrano anch'esse eterne senza perch. Ci sono anche, in queste grandi stanze che non sono mai piene per quanta roba ci si metta dentro, cose rimaste da antichi padroni che hanno venduto coi muri, che mai non serbano memoria di chi li ha abitati, anche mobili e suppellettili che invece sembrano rievocar di continuo la presenza di chi li scelse e li am. Quale giovane padrone di casa, per esempio, quale giovane padrone di casa impaziente di conoscere le terre e gli oceani mise in questa camera, dov'io adesso vivo grande parte delle mie giornate, questo grosso mappamondo che gira sopra il suo asse e, a capriccio del suo dito, gli mostrava l'Europa, l'Asia, l'Africa, l'America, l'Oceania? Quali itinerarii di fantastici viaggi furono da un giovane fermo tracciati col dito su questa variopinta sfera? O non fu piuttosto messo qui, questo mappamondo, da un vecchio uomo sedentario e senza curiosit che, nell'impossibilit di muoversi dal limite di quattro solite pareti, misur su questa immensit ridotta a un diametro di ottanta o novanta centimetri l'inutilit di correre per terre e mari come fa il sole quando, superato lo zenit, discende l'altro versante del cielo, tocca nella nostra notte e sotto i nostri piedi l'opposto nadir e domattina, con la nuova aurora, ritrover la doppia schiera di cipressi toscani che, lungo il solito viale, sembrano far ala, guardia verde, al biondo monarca che torna?
Solo in questa stanza io guardo il mondo. Come il fanciullo o il vecchio che qui lo posero, io, nanetto che con l'unghia sgretola l'Himalaya, lo faccio girare sul suo povero asse monotono che si chiama la vita. Rivedo quello che gi conosco: gli orfani attraversati e riattraversati per le grandi stagioni teatrali d'oltremare; ritrovo le pi diverse terre lontane, differenti nei colori che qui le contrassegnano, uguali tutte nella modernit meccanica che le uniforma distruggendone ancra cinquant'anni e ci siamo, ogni superstite originalit. Rivedo, nei frenetici traffici, le grandi strade degli uomini: Broadway, l'Unter den Linden, il Corso, i boulevards, Charing Cross, la Puerta del sol, piazza del Duomo, il Ring, Corrientes, la Cannebire, la via delle Legazioni, il ponte del Sol Levante a Tokio, Burke-street e Collin-street a Melbourne, in fondo alla remota Australia. Dovunque, sorga su esse il roseo mattino o su esse si spenga la livida notte, gli uomini dai diversi linguaggi e dall'unico destino vanno e vengono nel frastuono collettivo della loro individuale inutilit. Non uno di questi miliardi d'uomini, nel terrestre formicolio, lascia cadendo il minimo spazio vuoto per un minimo attimo di tempo. Guerre, pestilenze, rivoluzioni, catastrofi, non sfollano mai, a furia di morti, l'immenso formicaio che di continuo, nell'ossessione della copula universale, si rifornisce d'innumerevoli altre formiche. Ma, ognuna per s ingigantendosi nell'illusorio specchio dell'orgoglio, s'affaccenda come se dovesse, nel tempo e nello spazio, occupar di s l'universo. Ogni infimo corpuscolo di questo immenso esercito umano, in cui ognuno  senza nome e senza numero nel misterioso ufficio di presidiare la Terra, dilata il suo centro individuale sino a farne centro del mondo. Ma, presto o tardi, la suprema legge di tutti condanna l'inutile fatica d'ognuno. Questo mondo ridotto che gira sott'il mio dito, come l'altro, il vero, gira sotto l'invisibile Dito, altro non  che un cimitero di gi morti che nascono appena, di cadaveri gi stesi dentro la culla. Non cos vedevo il mondo nelle rosee illusioni del Mandorleto quando il nonno Beniamino, nelle sue stanze d'astronomo, sott'il formicolio degli astri nel cielo, ci mostrava come in favolose immagini della vita il mondo variopinto degli atlanti dai colori teneri. Abitavano allora per noi il mondo uomini che gli uni agli altri eran fratelli come noi ragazzi nella "Compagnia dei mandorlieri". Venivano le intersecate strade dell'universo da quattro punti cardinali della vita dell'uomo che avevano nome: bellezza, amore, gloria, amicizia. Fanciulli, noi ci preparavamo a partire cantando per queste meravigliose conquiste in una fresca pioggia di mandorli in fiore: "Giovinezza, superficialit, spensieratezza, aerea levit di mandorli in fiore che, se appena tocchi, i petali candidi spargono nel vento..."
Dove sono adesso i mandorli in fiore del nonno Beniamino che, esplorati gli astri,  ora dissolto in un piccolo rettangolo di terra sotto una pietra su la quale il tempo cancella il suo nome... Dove sono adesso i mandorli in fiore di mio figlio che, a vent'anni, scosso appena in una pioggia di fiori l'albero della vita, vide il mondo improvvisamente precipitare? Dove sono i mandorli in fiore che illuminarono sogni, speranze, illusioni, ambizioni dei miei maestri polverizzati nell'implacabile in pulverem reverteris, dei miei compagni dispersi per il mondo, accucciati in un angolo come me, incrociate le braccia, vuoto il cuore che pur va avanti ancra nella monotonia dei suoi battiti come un orologio che inutilmente segni l'ora in una casa deserta? Dove siete voi, mandorli miei, miei vani sogni, perdute realt, mte irraggiungibili e inesistenti? La giovane vita che tutto illude di primavera  finita. Secchi, aridi, nudi, i mandorli dell'autunno drizzano nel cielo bigio i rami sottili e contorti. Dove sei tu, tra questi scheletri, o fuggita primavera? Dove sei tu, fresca pioggia di petali? Nani e nudi alberelli, i mandorli del Mandorleto, cancellati dal mondo come una visione di sogno nella realt, se ancra il Mandorleto ci fosse sembrerebbero fragili come se dovesse l'inverno, con le sue raffiche, portarli via... Via come i mandorlieri che se ne sono andati... Via come la giovinezza che dura il tempo d'un lampo e finisce... Via come la vita che, ad ogni minuto, cede un passo alla morte...
Solo in queste stanze perdute in mezzo all'universo, io giro davanti a me, mentre il sole risorge in cielo, questo mio povero mondo pienissimo e vuoto. Ma non io solamente sono solo in questo mondo che gira senza fermarsi mai, trttola in mezzo al cielo che non sai come possa ancra divertire l'unico e invisibile spettatore di tanto ostinato giro. Soli sono tutti, perdutamente soli, nella coppia che solamente s'unisce nella fede per ridividersi poi nella frode, nella famiglia che solo ubbidisce alla legge della fecondit e umanamente disperde nei venti contrarii della vita ci che socialmente ha raccolto e riunito per breve momento in un nido buono sin quando, messe le ali, potr la nidiata volar via per suo conto. Soli tutti ed ognuno in ogni forma di conglomerato umano, casa, citt, popolo, nazione, terra, emisfero, professione, ideale, religione. Soli, perdutamente soli, gli uomini tuttavia s'illudono di compagnia. Spauriti dalla solitudine in tanta vastit e di fronte a un destino incomprensibile, si tengono per mano negli interessi o negli appetiti, sole coesioni umane possibili: tutti uniti nello sforzo affinch in pi si possa quello che due sole braccia non potrebbero; tutti attorno alla scodella dove il pasto delle belve fa momentaneamente le belve disarmate ed amiche.
Io sono solo. Ed io accetto la solitudine. L'ho voluta io come ultimo scampo. Mi bastano per tenermi compagnia questi muti alberi, questi alti cipressi che non sanno e non interrogano. Lascio il mappamondo dando ad esso, con un colpo di mano, un ultimo giro pi rapido. Scendo in giardino, come ogni mattina, a ritrovare i miei alberi che sono, come me, sempre fermi al loro posto, nel sole o sotto le stelle, senza sapere perch Dio il Dio di don Prami, qui ci ha messi e lasciati. Qui stiamo senza comprendere alberi, uomini, ugualmente senza risposta sia che gli alberi tacciano, sia che gli uomini parlino, qui stiamo senza comprendere perch si debba star qui. Pure questo verde cipresso d ombra su questo chiaro giardino toscano. Pure nel medesimo tempo un biondo tiglio germanico sta su gli amanti romantici che passeggiano allacciati nei viali del Tiergarten. Pure nel medesimo tempo un roseo pesco ride di fragilit primaverile in mezzo ai cannoni cinesi che a Pechino fanno manovra sul campo militare degli Otto Stendardi.
Scendo nei viali della Cipressaia. Non potevano dare a questa selva di cipressi schierati che accerchiano una vecchia bicocca altro nome che questo. Sono essi, i cipressi, i cupi padroni del luogo, tetri come malinconie che non parlano, diritti come orgogli che non si piegano. Ce ne sono dappertutto. Non  possibile difendersi. Sembra un gigantesco esercito verde dagli enormi colbacchi di velluto, schierato in attesa che un magico maresciallo alto quanto quegli alberi venga a passarlo in rivista. Erano cos, bianca aggressione da ogni lato, anche i mandorli in fiore del Mandorleto. Coprivano il mondo: un roseo mondo che sorrideva, un paesaggio da favola in cui giuocava la fantasia. Coprono il mondo anche questi miei cari cipressi guerrieri: un cupo mondo di nuvole e d'uragano, un paesaggio da tragedia in cui sembra di dover vedere apparire da un momento all'altro, sopra un cavallo bianco, la Morte. Ma queste cupe sentinelle che circondano la rossa bicocca e sembrano vegliare un catafalco coperto di porpora forse l'augusta tomba d'un re, non mi hanno fatto paura. Vidi dal treno, passando, questa tristezza di alberi. Tornai in automobile a ritrovarla. Nel crepuscolo in cui per la prima volta la vidi essa mi chiamava poich anche gli alberi, strumenti del vento, hanno un suono, come una tetra orchestra pronta a suonare, in un disperato concerto, la sinfonia della morte.
Pure c' chi ride in questa penombra verdastra. So chi , davanti ai miei passi, dall'altra parte dalla parte al sole, di questa tettoia di tronchi d'albero che son carcasse di cipressi defunti sotto le quali il giardiniere ripara a sera le pompe delle grandi annaffiate. Sono gli amici quotidiani di questo pittoresco giardiniere che ha nome Giotto e che forse per questo nome si crede in dovere di ficcar l'o, c'entri o non c'entri, in ogni discorso: "O buon giorno a lei, signor maestro... O la non guardi quelle povere rose stremate che ancra senz'acqua non hanno ritrovata l'anima dentro le foglie... O stia un po' a vedere... O gliela d sbito l'anima. O la non vede come ritirar su le testine nelle cuffiette bianche? O non le paiono vispe adesso come sposine primaticce?..." E, poich guardo verso quel ridere dietro la tettoia, Giotto spiega: "O sono i soliti vecchi della mia compagnia. O che la crede che trovino forse altro posto che la Cipressaia per passare l'intera giornata? Vengono qui al primo sole e se ne vanno con l'ultimo. O non sono contenti, poveri contadini, se non han fatto intero il giro delle quattro panche! O son vecchi, oh! e non hanno pi dove andare..."
Li conosco. Cinque o sei, del paese: borghesi, operai, un vecchio fattore, un maestro elementare, un portalettere rurale. Da due anni che son qui, se non piove li trovo sempre alla tettoia contro la quale, dai quattro lati, s'appoggiano quattro panche. Le girano tutte, come Giotto ricorda. Quand' mattina prendono il sole su quella che sta a levante. Il tramonto lo vedono, ogni sera, da quella che  a ponente. E ce ne sono altre due per il lungo mezzogiorno, l'una a sud-est, l'altra a sud-ovest. Giotto commenta: "O ne hanno poco da prendere ancra, signor maestro, di questo bel sole, vecchi come sono! E o non ne vogliono oh no! perdere un filo". Li conosco. Mi conoscono. Talvolta mi siedo con loro, davanti a loro. Sono l'ultimo filo che mi lega ancra alle conversazioni del mondo. Poco io parlo. Molto li ascolto. Qualche cosa imparo.
Imparo, per esempio, questo: che sono come i fiori, come i freschissimi fiori, questi vecchietti incartapecoriti, incartocciati, secchi e contorti come i mandorli senza pi foglie del Mandorleto. Non hanno pi vita che nell'aria e nel sole, ridotti al respiro vegetale degli alberi e dei fiori. Ripenso alle vie dense e turbinose delle metropoli, agli inferni umani delle Borse, dei Parlamenti, dei teatri, delle arene, delle assemblee. Che cosa importa a loro, su le quattro panche, di ci che avviene nelle cinque parti del mondo? Cade a Pietrogrado un impero? Sorge in Asia un tribuno? Un Parlamento decide la conquista in Africa d'una colonia? Accende un genio, dal ponte d'una nave europea, la facciata d'un tempio in Australia? Trionfa in Europa il capolavoro d'un grande artista? Rovina dai grattacieli fasciati di telefoni la potenza d'un trust? Tutto ci non altera la vita vegetativa di questi vecchi rifatti cos serenamente passivi dal fatto d'avere voltato le spalle all'agitazione degli uomini. E vedo altre serenit passive come quelle di questi vecchi su le quattro panche: i fanciulli indifferenti anche alle rovine del mondo nell'ignara innocenza delle culle o nella fantasia magica dei giuochi. Tra l'una e l'altra serenit, donde l'essere creato comincia e dove l'essere creato finisce, sta il mondo che inutilmente gira, stanno la monotona vicenda del giorno e della notte, le competizioni e le passioni degli uomini i quali d'una breve precariet da trascorrere con le mani in mano fanno l'assurdo costruttivo d'una durata impossibile.
Cipressi della Cipressaia, vecchi immobili delle quattro panche, solo in voi  la saggezza della vita ridotta alle sue essenze animali o vegetali. Ed ora io sono, da due anni, come costoro. Ho ancra un nome e un cognome che un'esigua minoranza, nell'universale indifferenza, dichiar illustri. Sono tuttora Sisto Bibbiena maestro nell'arte di condurre la disciplinata vitalit delle orchestre. Ma  bastato che un leggero velo scendesse sopra i miei occhi perch fossi cancellato dal mondo, pur essendoci ancra, come se non vi fossi mai stato. Se questo vecchio maestro elementare impigrisce al sole senza scolaresca, non sono tuttavia pieni ancra di fanciulli che conquistano le prime conoscenze le aule delle scuole? Se questo portalettere rurale sta qui fermo con la sua pipa, non giungono ugualmente a destinazione i messaggi che gli uomini scambiano? Se io non conduco pi le mie orchestre, tace forse nel mondo la Nona Sinfonia? Maestro elementare, portalettere rurale, direttore d'orchestra eliminati: altri oggi come noi insegnano le cinque voci sopra un abbecedario, rimettono a domicilio la cartolina illustrata del parente in viaggio, correggono le crome sbagliate su la partitura d'un oboe. Umiliazione degli esseri umiliati e sostituiti senza che nulla si sposti o muti sola possibile liberazione dell'uomo inutile nell'accettazione della sua inutilit... Senonch questi vecchi nell'inutilit sorridono. E io nell'inutilit dispero. Creature del nulla, questi vecchi al sole accettano d'essere al nulla restituiti. Creatura del nulla anch'io, ma che ha creduto o grandi sogni sconfinati del Mandorleto illusorio! di poter essere tutto, piango davanti a queste mie povere mani, piene oggi solamente d'aria e di acqua.
Tuttavia, nella quotidiana abitudine a questo silenzio che segue ai grandi canti dell'anima spentisi dentro di me, anche io, se lentamente mi acqueto, anche io vivo solo di questo: l'ora che lentamente passa sopra la solitudine di questo giardino. Sisto Bibbiena che sogn, fanciullo, udendola echeggiare al pianoforte, suonato da sua madre, in una notte di luna, la gloria di Chopin e di Mozart, accetta adesso la parit nel gregge umano senza pastore con questo maestro elementare a riposo e con questo portalettere rurale dispensato dal servizio per limite d'et. Altri hanno sentito come io sento la rassegnazione al buio che segue, passato il vento sui sogni, alle fantastiche illuminazioni che si sono spente. Leopardi trova l'ultima gioia sceso dai grandi vascelli dell'universo e dell'infinito, nel gelato di crema che golosamente assapora in un caff di Mergellina. Musset a quarantacinque anni annega in un altro caff, la vecchia Rgence, dentro un miscuglio di cognac e d'assenzio, i grandi ricordi del paggio pieno di genio? In mezzo ad alberi come questi che mi circondano, nella Valle dei Lupi, spento l'incantesimo di Renato l'incantatore, il visconte pieno di uggia sbadiglia i suoi anni senza pi splendore.
Chino il capo anche io sotto i cipressi pi di me fieri, che sanno essere segni di morte stando ancra in piedi. Io mi siedo davanti ai vecchi delle quattro panche. Io li guardo vegetare al sole. Io vegeto con loro. Giotto operoso nei viali, vuole intanto, con l'acqua, ridare "anima" ai fiori.
Anima? Per che farsene?
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3. "DEUS ABSCONDITUS".
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Sono andato a chiederlo all'abate di Waldemunken, principe Goffredo di Waldemunken, grande signore dell'Alto Palatinato, da due anni priore del Convento dei Camaldoli che sta sopra la mia rossa bicocca toscana. Non ho dovuto che mandargli il mio biglietto di visita. Un luminoso vegliardo alto e magro, che a prima vista sbito mi ricorda l'abate Liszt,  entrato nella sala d'aspetto del monastero col pi cordiale sorriso, le mani tese, parlando un italiano che batte duramente su le consonanti, alla maniera tedesca.
Inorgoglisco in un ultimo palpito della mia personalit. Anche costui mi conosce:
Ero a Francoforte sul Meno, maestro, quando lei vi diresse, ora sono circa otto anni, la Tetralogia. Ricordo ancra, ammirando. Mia moglie, principessa Federica di Waldemunken, dama di Corte dell'Imperatrice, era con me. Io non avevo ancra preso gli ordini. N mai pensavo, in verit, di prenderli. Nato a cavallo ch mia madre mi partor di sette mesi durante un'imprudente partita di caccia nella Foresta Nera, io ero allora colonnello d'un reggimento di usseri, avendo a mio ufficiale d'ordinanza Sua Altezza Imperiale il principe Federico.
Mi ha fatto entrare nell'ampia sala dove ha il suo studio, cinta su le quattro pareti da stalli di coro a cui sovrastano biblioteche cariche di libri che sanno gi di dottrina dalle cupe e pesanti rilegature. Sopra un inginocchiatoio che  al centro della parete di fondo, un grande Crocefisso. E, sotto l'immagine del Padrone divino, la fotografia del padrone umano: l'ex-Kaiser in grande uniforme, nel pugno la spada che dovr a piacere della Germania tagliar l'Europa a fette come fa un coltello con una torta. Leggo sott'il cipiglio sovrano la cordialit del ricordo: "Al principe Goffredo di Waldemunken, invincibile ussero della Morte..."
L'Abate sorride scuotendo la zazzeretta bianca:
Invincibile!... E siamo stati vinti. I pi forti soccombono quando Dio lo vuole. Avevamo peccato per orgoglio. Nell'orgoglio ci raggiunse il celeste castigo.
Mi fa sedere davanti alla sua tavola carica di libri, di carte, di giornali. Siede dall'altra parte e mi sorride. Lo guardo: rivedo ancra Franz Liszt, il bellissimo Liszt romano dei sessant'anni, in questo mirabile e diritto ussero vestito da frate che negli occhi orgogliosi ha l'impero, nel labbro amabile la condiscendenza, nelle mani affilate il segno palese della razza. Rivedo dai suoi ritratti il Liszt di villa d'Este che fa grave nell'abito ecclesiastico il pianista adorato dalle pi belle donne d'Europa. Sento odore di donne anche intorno all'abate di Waldemunken. C', su la tavola, il ritratto d'una bellissima donna, d'una Brunhilde guerriera non fasciata d'argentea corazza ma quasi tutta, dalla sontuosa collana, vestita di perle. Accanto a lei, in un altro ritratto, tre giovani ufficiali, Sigfridi biondi, uno pi bello dell'altro. Il mio sguardo ripensando al mio Isidoro, si ferma su questa meravigliosa giovent.
Morti tutt'e tre, i miei tre figliuoli che lei guarda avverte l'abate dei Camaldoli. Caduti in guerra tutt'e tre, in meno d'un mese: a Verdun il primo, in Alsazia il secondo, al Pont-aux-Dames il cadetto, Ludovico, che non aveva ancra diciotto anni. Quello caduto a Verdun mor nelle mie braccia. Era in uno dei due reggimenti di cavalleria che, generale di brigata con la guerra, io comandavo. Mor gridando: "Viva l'Imperatore!", senza un lamento, sorridendo. Un meraviglioso eroe, maestro. Ma non ne posso nemmeno inorgoglire. Gli eroi furono tanti, dalle due parti.
Ne ebbi uno anch'io dalla parte nostra, rispondo all'abate principe. Mio figlio, morto a vent'anni delle conseguenze d'un polmone traforato.
L'Abate, pi che mai grave nella piet, non ha sorpresa negli occhi.
Sapevo anche questo di lei, mi dichiara. Un convento, senza averne l'aria,  pieno di chiacchiere quanto il caff della piazza maggiore in una citt di provincia. Bisogna perdonare i poveri monaci. I conversi vanno attorno per cento faccende. Parlano e sentono parlare. A sera, al refettorio, riferiscono ai monaci. Dovrebbero tacere, durante la lettura. Ma, tra boccone e boccone, parlano lo stesso, a voce bassa. Io raccomando spesso: "Silenzio..." Ma non perch non parlino; solo perch parlino pi piano affinch io, pure rispettando la regola, li possa lasciar parlare. Ragionavo cos anche al reggimento, coi miei ufficiali. "Fatemela, ragazzi, dicevo loro. Ma fatemela bene, in modo da lasciarmi l'aria, poich sono il vostro colonnello, di salvare la disciplina..."
Ride; e poi riprende:
Non solamente i monaci mi hanno parlato di lei, maestro. C' anche un'altra persona. Viene spesso a fare musica da me, sul pianoforte, il maestro della banda di Poppi: paese che  qui a breve distanza, come lei sa. Sono un vecchio melmane, caro maestro. E, se lei lo permette, metter anche lei qualche volta a contributo. Si figuri l'entusiasmo di quel piccolo e giovane musicista sapendo che veniva a stabilirsi alla Cipressaia, qui nel Casentino, sott'i Camaldoli, il grande, l'illustre maestro Bibbiena. Non stava pi nei suoi panni. E cos mi ha tutto raccontato di lei: la morte di suo figlio, l'infermit della cara compagna, i riguardi necessarii alla sua vista per un lungo periodo di riposo, la sua scelta d'un rifugio tranquillo da queste parti. Dissi al maestro di banda che tanto smaniava d'incontrarla: "Vada a vederlo. Sar accolto senza alcun dubbio. L'arte  gentilezza. E gli artisti sono sempre cortesi". Non ha osato. Mi disse: "Verr certo da lei, signor abate. E mi presenter lei, un giorno..." Un giorno!... Di giorni ne sono passati parecchi e quel caro ragazzo aspetta ancra... Circa due anni, se non mi sbaglio nel conto...
Dico all'abate dei Camaldoli che questo suo misurare il tempo del mio indugio suona per me come un rimprovero. Giustifico alla meglio il mio ingiustificabile silenzio: le molte noie nel mettermi a posto, le mie precarie condizioni di salute, un bisogno d'isolamento sempre pi grande dopo le mie dolorose vicissitudini e un disperato senso d'incomunicabilit del mio dolore. E l'abate mi risponde:
Conosco questa solitudine del cuore che non ha pi speranze. Ricordo con spavento i miei ultimi mesi nella villa che possedevo a Potsdam, non lontano dal Castello imperiale. Finita e perduta la guerra, partito per l'esilio l'Imperatore, capovolti i valori della grande Germania che io avevo amata e servita, mia moglie ed io vi eravamo rimasti a piangere i nostri tre figliuoli e l'Impero. Io vivevo di ritratti e di memorie. Non so di che cosa vivesse la povera principessa. Errava di continuo per le stanze vuote, ingombre tuttavia di fantasmi, senza pianto, senza parola. In un incessante viavai cercava quello che non c'era pi. Passava dalle camere deserte d'un figlio a quelle dell'altro. Per lunghe ore, ferma alle finestre, guardava verso il castello vuoto di Potsdam come se lo rivedesse pieno di persone e di luci nel tempo dello splendore germanico, della grandezza degli Hohenzollern. Ed io, alla mia tavola, nelle nuvole del mio sigaro, rivedevo i volti dei miei cari figli sorridenti alla vita e, al principio della guerra, al balcone della Knigliches Schloss, con l'elmo d'argento sul capo, il bianco mantello su le spalle, come un eroe mitologico, l'imperatore che gridava al popolo tedesco:
"Andate! E che Dio vi protegga!" Io partivo il giorno dopo, coi miei usseri.
Il principe di Waldemunken congiunge le mani coi gomiti su la tavola e appoggia su queste la fronte. Ora il suo maschio volto luminoso m' nascosto. Vedo solamente i capelli bianchi su quelle mani che leggermente tremano. Odo la voce che non viene dalla gola, ma sale dall'anima.
Vivevamo cos, senza pi vita, tra ombre di figli e ombre di potenza, genitori e principi ridotti al nulla. E una sera, nel silenzio della villa, echeggi improvvisamente un colpo di pistola. Nella sua stanza, con la pistola d'ordinanza del nostro primogenito che io avevo raccolta davanti a Verdun, la principessa, violando la legge di Dio, aveva posto fine alle torture dei suoi giorni. Fu allora che Dio mi apparve. Da Lui chiamato al tempo della mia adolescenza, avevo fatto studii di teologia avviandomi alla carriera ecclesiastica. Ai miei diciotto anni, per giuoco, mi chiamavano in casa e a Corte il Cardinalino. Ma un'estate, in un castello dell'Alta Slesia, in villeggiatura presso parenti materni, incontro Federica di Nuremberg, mia cugina. Tutt'il mio essere ha un subitaneo capovolgimento. Tre anni dopo mia moglie, dalla sua vettura ferma contro il marciapiede, mi vede passare a cavallo, nell'uniforme degli usseri, coi miei squadroni, per la Friedrichstrasse. Ma a cinquant'anni, dopo l'ultima tragedia, l'antico seminarista  risorto dall'anima del generale sconfitto. Una voce mi ha detto: "Federica ha peccato contro Dio togliendosi la vita durante un martirio umano che a Dio doveva essere offerto. Prega per lei. Riscattala". Cos ho fatto, maestro. Donati ai poveri i miei beni superstiti, ho ripreso i miei studii di teologia. E, dopo pochi mesi trascorsi negli eremitaggi camaldolesi di Germania, eccomi qui, abate, non pi padre dei miei figli e dei miei reggimenti, ma padre di questa serena casa di Dio.
Scioglie le mani. Solleva il volto. Gli vedo negli occhi brillare due lacrime:
Il nostro umano destino, maestro, si assomiglia. La sua casa  vuota come fu vuota la mia. Ha perduto il comando delle sue orchestre meravigliosamente disciplinate come io ho perduto quello dei miei reggimenti d'usseri imperiali, meraviglia di disciplina, migliaia d'uomini con un cuore solo e una volont unica; Deutschland ber alles! E adesso siamo l'uno e l'altro nelle generose mani di Dio che sempre illumina l'anima nostra quando pi la vita c' aspra. Io prego Dio in ogni mio pensiero. Silenziosamente onoro ogni giorno il mio Imperatore. Riscatto come posso, coi sacrificii, il peccato di Federica che ho tanto amata. Ho qui con me, in ogni mio atto e pensiero, giudici e guide che vedon dall'alto, i miei tre figliuoli.
L'augusto volto gli splende. Le pacate parole gli salgono alle labbra da un'anima senza ombre e senza inquietudini. Ho davanti a me l'immagine stessa della cristiana serenit. Questo bel principe, che certamente fu re nei galanti salotti, quest'aristocratico orgoglio che sicuramente fece pesare su gli umili il suo privilegio di nascita, questo generale che sul campo di battaglia ordinava la morte alla furia dei cavalli e dei cavalieri, mi appare adesso nell'illuminazione della santit. Quasi mi sembra che i capelli d'argento gli accendano dietro il capo un'aureola.
E chiedo al santo le grandi parole della santit, quelle che non giunsero nel medesimo tempo al mio intelletto e al mio cuore dal semplicismo del parroco di campagna incontrato in treno, dalla bonariet di don Prami. Costui certamente potr parlarmi di Dio in altro modo. Quest'alto spirito religioso ed umano che possiede la Rivelazione potr, con cibo e bevanda divini, dare spiritualmente ristoro alla mia fame e alla mia sete. Questo santo non viene dalla rinunzia: a Dio  giunto dall'errore, come io a Lui posso giungere. Dico dunque al santo tutt'il mio smarrimento. Confesso a lui tutt'il mio peccato. Libero l'anima, la faccio nuda davanti ai suoi occhi. Ed aspetto. Aspetto con l'anima tesa, in un'immensa speranza di pace, in un infinito bisogno di luce. Tutta, tutta la mia anima attende da questo peccatore illuminato, da questo disperato che ha ritrovato la speranza, una parola, una parola sola, umile, pura, rivelatrice, piccola e immensa. Nemmeno il giorno che dalle parole d'un medico aspettavo la salvezza di mio figlio, io attesi cos, sospeso al limite del mondo, fra terra e cielo.
Vedo il principe di Waldemunken levarsi in silenzio e prendere un libro dalle biblioteche. Torna verso di me. Risiede. Cerca una pagina.
Leggevo per caso, proprio ieri sera, questa pagina di Chateaubriand.  nel Genio del Cristianesimo. L'ascolti, maestro. Dio  ovunque; ed  anche qui, in questa pagina che ha profondamente echeggiato nel mio cuore d'ex-soldato: "Il guerriero si fa avanti nel combattimento. Pu mai essere ateo questo figlio della gloria? Colui che cerca una vita senza fine consentir mai a finire? Riapparire su le vostre tonanti nuvole, innumerevoli soldati, antiche legioni della patria, ora milizie del Cielo e, dall'alto della Citt Santa, dite agli eroi del nostro tempo che non tutto del soldato giace nella sua tomba poich di lui altro rimane che non una vana nomea. Epaminonda, liberatore della sua patria, era il pi religioso degli uomini; Senofonte, guerriero filosofo, era modello della piet; Alessandro, eterno esempio per i conquistatori, si diceva figlio di Giove; gli antichi consoli della Repubblica romana. Cincinnato, Fabio, Papirio Cursore, Paolo Emilio, Scipione, ponevano le loro speranze solo nelle divinit del Campidoglio; Pompeo s'inoltrava nei combattimenti invocando l'assistenza divina; Cesare pretendeva discendere da una razza celeste: Catone, suo rivale, era convinto dell'immortalit dell'anima; Bruto, suo assassino, credeva nelle soprannaturali potenze e Augusto, suo successore, non regn che in nome degli Dei..."
Interrompo l'enumerazione:
Enumerare i soldati che in Dio credettero, signor abate, non  spiegare Dio.
Il principe di Waldemunken richiude il libro e, dopo un silenzio, sorride.
Lei mi chiede, maestro, quello che io non posso e che nessuno pu darle. Pu un uomo, anche senza essere un re, comprendere un re. Ma se l'uomo potesse comprendere Dio non sarebbe pi uomo, ma Dio egli stesso. Quello che lei chiede a me, maestro, deve trovarlo in s medesimo. Tutta la teologia che discute le ragioni di credere non potr darle mai l'illuminazione che le pu venire dal bisogno, dal piccolo, umile e immenso bisogno di credere. Ero solo, una sera, la prima sera dopo le esequie di mia moglie, nella nostra villa di Potsdam. Guardavo la luce del giorno morire a poco a poco dietro l'alta cupola, un d simbolo di gloria umana, del Castello imperiale. Vuota attorno a me la mia casa. Vuoto il Castello imperiale. Vuoto il trono degli Hohenzollern. Vuote in Potsdam le caserme della Guardia. Vuota l'intera Germania. Vuota la terra. Vuoto il cielo. Mi sentii perdere in quel vuoto universale. Levai gli occhi alle stelle. Dissi un nome: "Dio... Dio...", in un disperato bisogno di non esser pi solo. E Dio fu in me, da quell'istante.
C'era gi, signor abate. Invocarlo fu per lei ritrovarlo.
Dio  nel cuore d'ognuno di noi, risponde gravemente l'Abate. Deus absconditus non vuol dire Dio assente. Ogni altra creatura che non sia l'uomo si soddisfa interamente in ci che trova. Basta un po' d'erba a far l'agnello felice. Un po' di sangue sazia la tigre. Solo il cuore dell'uomo, qualunque cosa possegga,  insoddisfatto nell'incontentabilit di una continua speranza. Quest'insoddisfazione  Dio, maestro; questa speranza  la Sua luce.
Mi sono levato. Sento inutile la mia visita e lontanissimo l'uomo che avevo per un istante creduto a me tanto vicino. Faccio l'atto di congedarmi. Prometto che ritorner presto. E in me dubito invece di ritornare quass un'altra volta, mentre il principe abate mi riaccompagna dicendomi:
Lei deve dunque solo da s ritrovare Dio nascosto. Tuttavia ci sono libri che aiutano a ritrovarlo. Glieli mander dai miei monaci conversi, domattina.
Ha detto: "I miei monaci..." E pare quasi a me che abbia detto: "I miei soldati..." Sento nel principe di Waldemunken l'uomo che per tradizione crede in tutto quello in cui, prima di lui crede anche nello spirito, gli antenati hanno creduto: cos nel suo Dio come nel suo Imperatore che su la parete ha posti accanto o scala di devozioni cieche ugualmente, uno sotto l'altro.
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4. FRATE UMILE.
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Se un bell'ussero di guerra sotto la cristiana serenit del bianco saio  l'abate dei Camaldoli che me li ha mandati, non sembran davvero usseri, n soldati d'alcuna milizia, questi due monacelli conversi che vennero a portarmi i primi e gravi libri di alta teologia a cui il principe di Waldemunken affid il miracolo della mia illuminazione mettendo a mntori delle mie meditazioni da una parte Sant'Agostino e dall'altra Bossuet. Questi due fratini, che vennero un giorno alla bicocca della Cipressaia con un passo cos guardingo che quasi non toccava la terra nel timore di far rumore, invitati da me a farmi visita quando la provvista quotidiana li portasse da queste parti, ritornano in questo giardino assiduamente come se qui, in mezzo alla loro penitenza, ci fosse un terrestre anticipo del paradiso che si guadagnano in umilt e povert. Piccoli e sottili a tal segno che sembrano non avere corpo nel saio, con due magri visetti pallidi dove non trovi pi che due grandi occhi per vedere il Cielo e una bocca per pregare Iddio, hanno due nomi presi a prestito cos mi spiegano, dai primi seguaci di San Francesco: frate Umile e frate Tranquillo. Et non hanno, ch il tempo non conta quando l'eternit c' davanti: d'anni possono averne trenta o quarantacinque. La loro giovinezza non  nella pelle: io la vedo in quei loro occhi umili e tranquilli come i loro due nomi, in quei loro mansueti occhi che splendono di serenit come un cielo che la pioggia ha lavato d'ogni macchia e che s'asciuga nel sole.
Oramai gi sei o sette volte che vengono, frate Tranquillo e frate Umile sono popolari alla Cipressaia, in mezzo alla sua poca gente. Giotto li accoglie assalendoli a furia di festosi "o" sin dal cancello. I vecchi delle quattro panche fan loro posto affinch si riposino. Le due donne della bicocca la vecchia Assunta, regina domestica, e la sua giovane nipote Biancamaria che fa da vivandiera, accorrono subito dalle cucine, una recando due tazze di latte, l'altra offrendo un cesto di frutta clta all'alba nell'orto e bagnate ancra di rugiada. Bevuto il latte, addentato un frutto, i monacelli chiedono a Giotto di poter salire a salutarmi. Ma Giotto risponde: "O non c' bisogno d'incomodarsi a fare scale. O si sa benissimo che il maestro gi pensa che voi siete qui; e oh, siatene certo, verr qui da un momento all'altro a raggiungervi. Avvertito infatti dal festoso voco lascio il solenne istruttore che  Bossuet e scendo a modesta lezione dei due nuovi amici: certo i pi semplici, forse i migliori che io m'ebbi.
Mi accolgono anche quella mattina moltiplicando la riverenza come se io fossi l'altare della Porziuncola, per quanto io li abbia una volta per tutte dispensati da ogni cerimoniale di cortesia. Ancra una volta mi portano i saluti dell'Abate e il suo desiderio di sapere in migliore stato l'anima mia. Mi avvertono anche che il signor Abate mi rivedr sempre con molto piacere ai Camaldoli una volta che una mia passeggiata vorr risalire, nonostante la caldissima estate, fin lass dove c' refrigerio di ombra e di acque. Ma, finita l'ambasceria, i miei due fratini non li divido con gli altri. Le donne ritornano in cucina. Giotto oh quei garofani arsi! Oh quei gelsomini senz'acqua! se ne riv ai suoi annaffiatoi. I vecchi si spostano verso le panche a mezzogiorno con pipe e giornali. Io, consigliando di lasciar sul prato le sporte piene delle provviste, mi prendo uno a destra e uno a sinistra frate Tranquillo e frate Umile e, tenendoli legati a me per le braccia che non si sentono sott'il panno largo e pesante, me li conduco per i viali, verso l'orto dove pi mi piace star con loro a sentirli parlare. Mi sembra che il giardino con la sua verde guardia di cipressi sopra la sua pompa variopinta d'aiuole sia quadro troppo sontuoso per la loro bianca povert. Queste due tonache bianche mi piaccion di pi contro gli alberelli del frutteto, tra campi d'insalata e di piselli.
Dell'orto conoscon tutto: ogni seme, ogni foglia, ogni frutto. Nessuno di loro sa che io cerco Dio senz'averlo ancra trovato. Credono che Dio sia in me come  in loro; cio com' il respiro dentro il petto e senza che si possa dire quando v' entrato. So come e perch sono frati. Nati in un paesello attorno ai Camaldoli imparavano bimbi il catechismo dai frati, servivano messa, accompagnavano il Santissimo dai moribondi, aiutavano i frati nell'orto. E un giorno, fatti uomini, nel convento sono rimasti. L continua, monda d'ogni macchia, la serenit della loro puerizia. L servono festosamente Dio in umilt, godendo solo del sole e dell'aria, dell'azzurro cielo e delle verdi campagne, in attesa che l'eternit consenta pi tardi di accoglierli lass dove c' il premio promesso a tutti. Orfani l'uno e l'altro fin da bambini, hanno due Padri in terra ed in cielo, nel convento l'Abate e il Padre pi grande lass, pi in alto del sole, dove il breve sguardo umano non pu giungere ancra se non con due pupille dell'anima che si chiamano la speranza e la carit.
Questi miei cari monacelli dal cuore candido come il saio nulla sanno di me: hanno detto loro solamente che io sono maestro di musica. Ma non v'ha per loro altra musica che quella suonata dall'harmonium, nella chiesa dei Camaldoli, dall'organista monaco: padre Alessandro. E solo della musica sanno che fu un monaco camaldolese, Guido d'Arezzo, a inventare intorno all'anno mille, nella Badia di Pomposa, desumendola dalle prime sillabe d'ogni emistichio nell'inno di San Giovanni, le sette note musicali: ut, re, mi, fa, sol, la, si. Tutta la musica  per loro gloria dei Camaldoli. Un monaco invent le note. Un altro monaco riempie ora di meravigliose sonorit le vlte della chiesa dall'eburnea tastiera dell'harmonium. E chiedono a me se io sappia, come padre Alessandro, cavar dallo strumento quelle stupende armonie che li staccano dalla terra e li avvicinano al Cielo.
Io non so suonare l'organo come so che lo suona il vostro padre Alessandro, rispondo alla curiosit dei due monaci. Ma sono stato lungamente in Germania in certe grandi chiese di Lipsia dove meravigliosi organi erano stati suonati, due secoli addietro, da un grande musicista, Sebastiano Bach, che aveva fatto di quelle splendenti foreste di canne, come nessun altro seppe dopo di lui, il modo di conversare con Dio. Volli anch'io porre le mie povere mani l dove s'erano appoggiate le divine mani di Sebastiano. Studiai con un organista che, come me, venerava l'insuperato maestro. Tentai di ritrovare su le tastiere e nei mntici i canti del prodigioso musicista cristiano.
E dico ai due monaci il mio desiderio: ritornare ai Camaldoli, conoscere padre Alessandro, ascoltarlo suonare, ragionare di musica con lui, rimettere le mie mani disabituate su l'harmonium, ritrovare cos, dalle musiche profane, i grandi canti cristiani. Incarico loro di parlare del mio desiderio all'Abate e all'organista. Entusiasmati dal mio proposito, gi batton le mani come se io, Sebastiano Bach redivivo, suonassi ai Camaldoli tra gli splendori e gl'incensi d'una messa cantata.
Mentre io parlo frate Umile, con la mano che pende, giuoca con un ciuffo d'umilissimi fiori di campo che circondano, collanina d'oro attorno a tutto quel verde, un campo d'insalata. Guardo la sua mano gracile toccare i fiori.  come se, sfiorandoli appena, li accarezzasse. Tuttavia uno di quei poveri fiori gli s'impiglia in una manica del saio sicch, in un gesto pi largo del monaco, il fiore  reciso dal suo stelo. Piccola morte d'un fiore inutile. Ma l'accoglie un grido di frate Umile che, per quell'involontario assassinio, ha quasi gli occhi pieni di lacrime. Chiede scusa a Dio, a me, agli altri fiori, alla piccola corolla gialla che ha in mano. Non si sa dar pace d'avere ucciso. Non si perdona la sua sbadataggine. Cerca intorno, nell'ansia, non so che cosa. Vede un secchio di legno pieno d'acqua destinata da Giotto alla sete meridiana delle lattughe. Corre a deporvi la piccola corolla recisa. Torna a noi mormorando:
Povero fiore! Cos, nell'acqua, vivr almeno qualche ora di pi...
E torna a sedersi con noi, tutto sconvolto. Io gli dico sorridendo senza rimprovero che il suo affanno  esagerato. I fiori son destinati a perire ogni giorno per i piaceri o l'utilit degli uomini. Ogni giardino  un campo di morte. I fiori nascono liberi nelle aiuole per morire schiavi nell'angustia dei vasi. Della loro agonia  fatta la bellezza delle feste, la gioia primaverile delle spose, l'addio ai poveri morti.
Ma Dio soffre di questo sacrificio, risponde frate Umile. Dio  in ogni cosa da lui creata: nel fiore che sbadatamente ho reciso, nella goccia d'acqua che lo fa vivere ancra.
Mi son levato. Ripensando all'organista dei Camaldoli credo pi cortese esporre a frate Alessandro il mio desiderio scrivendogli un biglietto. Salgo a scriverlo in brevissimo tempo. Frate Tranquillo e frate Umile, se hanno fretta di risalire al convento come mi dicono, possono intanto avviarsi ed aspettarmi al cancello. E, difatti, s'avviano. Dalla porta della bicocca, volgendomi, li rivedo trotterellare nell'orto come due bianchi agnelli che saltellassero in mezzo al verde d'un pascolo. E, d'improvviso, mentre sono a scrivere nel mio studio, odo uno dei mastini che fanno guardia alla Cipressaia abbaiare furiosamente. Alte grida di paura rispondono alla clamorosa furia del cane sciolto certo per imprudenza, che a quell'ora devono essere rigorosamente legati. Corro alla finestra. Guardo in giardino. Il mastino corre inseguendo frate Umile che fugge tra i cipressi cercando uno scampo. Inseguono il cane, per tagliargli la strada, chiamandolo a gran voce, Giotto e le due donne. Ma il mastino, sordo ad ogni richiamo, agilissimo nel sottrarsi all'inseguimento, attirato da quella sottana che vola nella corsa, urla contro il povero piccolo frate che scappa perdutamente qua e l, alte le braccia nell'aria, chiedendo aiuto con queste pi che con la voce che certo la paura e l'affanno del correre gli soffocano in gola. Grido dall'alto a Giotto di fermare il mastino gettandogli un laccio. Ma non ho finito le mie parole che frate Umile, inciampando in un sasso, cade e rotola nell'erba mentre in un balzo di trionfo il mastino nero  su la bianca sottana. Atterrite, le donne si coprono gli occhi. Giotto corre dentro la casa. Io grido dalla finestra nella disperata impotenza. Frate Tranquillo corre alla difesa del fratello caduto il quale, rivoltatosi a far fronte al cane, si difende afferrandolo per le zampe, allontanando il viso pallido e spaurito dal muso furibondo del mastino che a grandi testate gli s'avventa contro per addentare. Frate Tranquillo ha raggiunto la bestia e, avendola presa di spalle, per i fianchi, tenta di staccarla dalla sua vittima. Non ci riesce. Di tanto in tanto il mastino, volgendosi, avventa muso e denti contro frate Tranquillo che gli  dietro e che per un momento lascia la stretta. La bestia ritorna a frate Umile. Frate Tranquillo riafferra la bestia. Cos, nero tra i due monaci bianchi, il mastino continua a lanciare il muso avanti o indietro senza addentare n da una parte n dall'altra, ch volta a volta il bersaglio sfugge ai suoi denti. Ma vede in alto una mano di frate Umile. Fulmineamente ergendosi, la bestia si slancia a ghermirla. In un grido del monaco la mano bianca scompare nella gola del cane. Un colpo d'arma da fuoco esplode in quell'attimo.  Giotto che spara su le zampe della bestia per distaccarla senza ucciderla. Difatti sbito il cane, eretto su le zampe posteriori e con le anteriori appoggiate su le spalle del frate, ripiega sopra s stesso e s'abbatte al suolo. Dalla sua bocca esce, insanguinata, la mano di frate Umile.
Io son gi. Cane ed uomo feriti sono su l'erba uno accanto all'altro. Gli occhi del mastino colpito alla zampa, spento nel dolore il furore, invocano piet. Tornando dal caos della paura, gli occhi mansueti di frate Umile vedono l accanto il cane che soffre e lo guardano in un senso di compassione che ha gi perdonato. Assunta corre con fasce ed ovatta. Biancamaria ha con s medicinali e forbici. Giotto accorre con un secchio d'acqua. I vecchi delle quattro panche guardano senz'avventurarsi nei rischi. Io ordino che sbito si disinfetti la ferita di frate Umile, che gli si fasci la mano. Ma frate Umile, rialzatosi in piedi ha guardato la sua mano che sanguina scuotendo il capo in un sorriso: "Non  nulla..." S' inginocchiato sul prato.
Non cede a nessun consiglio, a nessuna preghiera. Vuol medicar lui stesso il cane che l'ha ferito. Disinfetta lui, col pennellino, la ferita della bestia. Dice sorridendo: "Nulla di grave. La palla ha appena sfiorato i tessuti e chi sa dove  andata..." Ora, aiutato da frate Tranquillo, tampona con l'ovatta il sangue del mastino. Poi, con la mano incolume e aiutandosi coi denti, fascia lui la zampa ferita. Il cane lo guarda con un occhio umano che intende la bont e n' riconoscente. Poi, con la grossa lingua affannosa, lecca, evitando il sangue che la bagna, la piccola mano bianca che ha avuta in gola. E solo quando vede la bestia tranquilla, frate Umile, in un sorriso consolato, tende a Giotto e ad Assunta la sua povera mano che gronda sangue per farsi medicare.
Ho visto Dio per la prima volta quella mattina, invisibile e presente, tra un uomo e una bestia, in mezzo al sangue e alla bont.
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5. LETTERE VENUTE DALLA CITT.
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Sembra che vi sia talvolta un contagio della memoria. Uomini che da tempo dimenticano improvvisamente si ricordano di noi, tutti insieme. Silenzio lungo di mesi o di anni. Il pensiero ha voltato le spalle agli assenti. Poi, nel giro d'una settimana, tre lettere, tre voci, tre richiami. Il mondo dei lontani  di nuovo con noi.
Nel silenzio notturno della bicocca, che solamente una Radio piena di musica allaccia al mondo dei vivi da questa solitudine vegetale, rileggo l'una dopo l'altra le tre lettere. Mi pare che, in tre diversi caratteri, sotto tre diverse firme, sia la medesima lettera: il passato che ritorna, il mondo che tenta di riprendere, con lacci d'amicizia superstite, il fuggitivo che  solo.
La prima lettera  di Mariano Biglia, il pittore che ha perdute le due mani e le due gambe in guerra sotto la raffica della mitraglia e che io ho lasciato nella sua carrozzetta in cima alla scalinata della Trinit dei Monti a tagliarsi con gli occhi e la fantasia, nel cielo e nel paesaggio di Roma, tra ruderi e pini, i nuovi quadri che pi gli piacciono e che non pu dipingere pi. Ho avuto da lui, in tre anni, rapide cartoline di saluto al mio onomastico, a Pasqua, a Natale. Ora  una lettera, di calligrafia femminile: "Detto. Naturalmente, se voglio scriverti, detto, dice Mariano Biglia, come fanno i grandi della terra coi loro docili segretarii o i mutilati come me. Detto ad una leggiadra modella del tempo in cui ero pittore, amabile modella piena di cuore che nei giorni di pioggia, quando pensa che non posso essere alla Trinit dei Monti e non ha nulla da fare in giro sotto gli ombrelli, viene a trovarmi in questo vecchio studio pieno di polvere e di muffa dove io faccio il pupazzo immobile costretto a farsi reggere il moccichino dalla carit del prossimo anche quando deve soffiarsi il naso. Costei, come vedi, avendo fatte a met le scuole normali, ha bellissima calligrafia e scrive suppergi senza grossi spropositi. Con la penna in aria mi chiede tuttavia qualche volta se una consonante debba essere doppia o semplice. Ma questa  distrazione; e nelle donne non conta. Anche la torrenziale scrittrice che fu Giorgio Sand spesso chiedeva, a Maiorca, come si scrivesse una parola francese. E a chi lo chiedeva. Santi Numi? Al suo amante Chopin, che era polacco. Ma le donne sono incoerenti. Questa che scrive, alla scuola normale voleva vestir di sapienza lo spirito. All'improvviso, invece, ha denudato d'ogni velo il corpo davanti ai pittori. La contraddizione si spiega: il primo amante, vedendola ignuda, le disse con ammirazione rapita: "Il tuo corpo  perfetto. Sei da dipingere." Ma nessun maestro a scuola, rivedendole un componimento, pot mai dirle: "Il tuo estro  sublime. Puoi sfidare Petrarca a canzoni" Ed ora  fatto. Sta nuda. Nuda ma inoperosa, tanto  vero che viene da me.  troppo bella. questa disgraziata fanciulla, per poter, fare ancra da modella. I pittori nuovi dipingono orrori. Se non sei deforme, non ispiri il genio nuovo. Consiglio questa sventurata amica di darsi alla letteratura. Mi raccontano che l'errore di grammatica ora vi sia pregiatissimo.
"Comunque costei scrive per dirti che iersera io ti ho vivamente battuto le mani che non ho pi. Ai bambini in culla, quelli che vogliono andare via e starsene in pace mettono in bocca il poppatoio. Ai pupazzi mutilati come me quelli che s'annoiano di star sempre a tener loro compagnia aprono il rubinetto della Radio e se la danno a gambe. Ascolto cos molte scemenze. Tuttavia qualche volta acchiappo anche, in aria, un capolavoro. Iersera non so come, tra una canzone negra degli americani e un'indigena canzonetta che per esser bianca non  meno babbea, ho clto a volo, su le onde, un capolavoro tuo. Sissignore, capolavoro! Prego la segretaria di sottolineare. E scommetto che tu non ti ricordi neppure d'averlo scritto. Mi dicono infatti che sia dei tuoi primissimi anni, quando ancra la musica degli altri non t'aveva soffocato in gola, poveraccio, tutta la musica tua. Questa pagina sinfonica tirata fuori da iniquo oblio ha nome: Passeggiata tra le voci della foresta. Cos almeno hanno annunziato. Ma accidenti che armonia nella tua foresta, caro mio, che gridi di driadi e di amadriadi, che rider di satiri e di satiretti, che cantare di acque, che stormire di fronde, che zirlare di uccelli, che cicaleccio da ogni parte, che bramiti del vento quando si mette a soffiare con voci dall'oceano e che divine estasi quando un uomo e una donna innamorati, cos m'immagino, si mettono meravigliosamente a cantare! C' l dentro, in quella vecchia musica, semplicemente un genio, mio caro. E ho voluto dirtelo. Gli omacci o gli ometti che ci circondano cio briganti o nani, e non c' altro, non se ne sono accorti. Poco male. Ma al tuo genio non hai creduto nemmeno tu; e questo  malissimo. Beati voi! musicisti! Anche vedendoci poco come te si pu suonare. Anche sordi come una talpa o come Beethoven si pu scrivere la Nona sinfonia. Ma noi pittori senza mani che si pu fare? Potevo forse uniformarmi a tempo e dipinger coi piedi. Nemmeno, santo Dio! I nemici mi hanno tagliato anche questi.
"Ho visto Cremisi, il tuo vecchio maestro che miracolo poco frequente, invecchia senza rimbambire. Mi ha detto della tua solitudine e della tua definitiva rinunzia. Disapprovo e, se pur di mano femminile, te lo scrivo con la pi virile energia. Chi ha scritto quella sinfonia della foresta non ha il diritto di star muto in mezzo ai boschi. Non stanno zitti un momento quelli che non hanno nulla da dire. E vuoi star zitto proprio tu che devi essere pieno zeppo dopo quella sinfonia ci metto sul fuoco la mano che non ho, tu che devi esser pieno zeppo di meraviglie? Persino la gentile persona alla quale detto codesto ordine di mobilitazione generale delle tue facolt scuote il capo biondo mentre scrive come per dire anche lei no, no, e poi no, che tu non puoi assolutamente far silenzio. Non vedi dal tuo eremo che il mondo va sempre pi a rotta di collo? Non sai che cosa fanno gli sciagurati che tentano di distruggere una meravigliosa vittoria, che sputano su le fosse di seicentomila morti di casa nostra e che vorrebbero dare anche a me la stupenda soddisfazione d'aver avuto gambe e braccia per nulla? C' per fortuna un po' di gente di fegato che tiene gagliardamente testa a questa ribalderia da manicomio. Ch per me non basta dire ribaldi e aggiungo che sono matti. Tuttavia non si vede ancra, tra pazzi e savii, chi avr ragione e solo rifugio dello spirito in tanta confusione del mondo  l'arte che abbiamo amata,  la poesia delle cose belle. Per me che non ho pi braccia e gambe devon bastare questa bella ragazza che ho qui davanti e che mi par Venere provvisoriamente vestita, i paesaggi della Trinit dei Monti e le fotografie dei capolavori che stanno in quei musei dove non posso pi entrare, visto che non si  ammessi a riveder Tiziano o il Veronese in carrozza. Ma tu hai la musica. E che vuoi di pi? Bttatici dentro a capo fitto.  anche possibile come pensavo stanotte dopo averti sentito, che tu riporti in questo pazzo mondo il cielo in terra che  la musica di Beethoven..."
La seconda lettera  di Sebastiano Cremisi, del mio caro e vecchio maestro che s'avvia a rasentare i novant'anni e parla ancra come non parlano i ragazzi che ne hanno Venti: "Perdona, Sisto, il mio lungo silenzio dovuto ad aspre delusioni dalle quali tuttavia serenamente mi rifaccio con nuovissime speranze. Se la mia opera di giovanile rinnovamento non ha avuto che un pallido successo di stima, che tu hai certo potuto misurare dalle inique gazzette che ti mandai, l'errore  da addebitarsi a quelle superficialit di giudizio per cui giudicando d'arte nuova non si guarda all'et freschissima dell'opera sola et che possa contare, ma ci si rif, per invecchiare l'opera, alla pretesa vecchiaia di chi l'ha composta. Vecchio io, certamente, perch allo Stato Civile nessuno mi pu cambiare le maledette cifre del mio atto di nascita. E ci vorrebbe cos poco... Basterebbe, nel 1834, dicembre, 31 dicembre, aggiustare con due trattolini di penna quel benedetto 3 che diventerebbe benissimo un 8. E io di anni ne avrei, invece di ottantotto, trentotto, cio l'et mia quando scrivevo la mia trionfale Regina di Saba o suppergi quella del mio amico Verdi quando metteva su le carte, alla svelta e senza far tante chiacchiere, due suoi capolavori che sono il Rigoletto e la Traviata. Ho avuto torto, l'anno che tu lasciasti Roma, di concedere ai tuoi ammiratori di festeggiare i miei ottantacinque anni. M'ebbi feste bellissime, indimenticabili, alle quali non manc neppure la gioia d'un tuo telegramma incancellabile dalla mia grata memoria. Ma, dopo quei discorsi, e quelle corone, e quell'apoteosi, io ho cessato, Sisto, d'essere un uomo; mi son svegliato la mattina seguente che m'avevano gi fatto diventare un monumento. I giornali parlavano di me al passato remoto: fu, scrisse, rappresent, volle. Ma che passato remoto! Presente ancra, sempre presente, uccellacci di malaugurio delle gazzette, sempre presente sino al mio centesimo anno.  ancra senza libretto, ho voluto scrivere proprio quel giorno, scendendo dal monumento, le prime note dell'opera nuova, l'ottantottesima, come gli anni: una pagina celeste, caro il mio Sisto, con una melodia che ha dentro un senso di paradiso da innamorare angioli e scranni. E non sapevo dove l'avrei messa, la cara pagina della mia nuova giovent nonagenaria. Ma ora  a posto: al posto giusto, in gola a una madre che canta invocando la benevolenza di Dio sopra le culle dei suoi tre piccoli figli. Appena scritta la pagina, volai sopra i marciapiedi della citt, portato ancra non dai miei piedi gottosi ma dalle ali dell'ispirazione, sino al quinto piano di Andrea Fiore. Gli dissi: "Ho fatto ottantasette. Voglio fare ottantotto. Come gli anni". Mi guard come se fossi matto, senza comprendere. Cap dopo: un libretto nuovo per un'opera nuova. Aveva un'idea. Andrea, come tutt'i veri poeti, ha sempre un'idea. Me la disse. Andava benone. Gli gridai abbracciandolo: "Faremo cento. Cento anni e cento opere. E poi si vedr..." Ho atteso due mesi, interminabili, per avere il libretto di Genitrix. Correvo ogni giorno alla "casa delle nuvole" dove Andrea abita guardando dall'alto Roma come i poeti devono fare con tutti: anche con le pi illustri capitali. Non c'era mai. Aspettavo che ritornassero per fare scenate a modo mio alla sua giovane moglie: "Che modo  questo, frivolo Musetto, di sviarmi e di distrarmi il poeta? Cinema? Passeggiate? Teatri? T danzanti? Partite a bridge? Che roba  questa? Lasciate Andrea a casa a lavorare". Macch! Teneva testa, l'intrepido Musetto che  tu lo sai, semplicemente adorabile quando suo marito non abbia da lavorare per me. Mi rispondeva sfidandomi: "Sono giovane. Voglio vivere". E io le gridavo: "Sono vecchio. E ho fretta di lavorare..." Come Dio ha voluto, e nonostante Musetto, ora il libretto c': bello che strappa le lacrime ai sassi. E io ci vado scrivendo sopra certa musica che visto che da lass avevo cominciato, mi vien gi tutta sicuramente dal Paradiso. Sissignore! Ogni notte me la portano gli angioli. Ogni mattina la trovo sul mio pianoforte: scritta sopra una carta piena di stelle, avvolta in certe nuvolette rosa che gli angioli infiocchettano di nastri azzurri strappati al cielo. Non ridere. Non parlo cos per il rimbambimento dei novanta vicini. Parlo cos perch un artista felice nell'opera sua che gli nasce dal cuore cantando ritorna al mondo delle favole dove i bambini sognano un universo molto pi bello di quello che c'. Non te lo ricordi il Mandorleto dove io venni, chiamato dai tuoi, a insegnarti la musica? Non si viveva lass eternamente nella favola, tra mandorli, fanciulli e sogni? E non importa se il Mandorleto non  pi tuo, se l'hanno venduto, se vi hanno costruito cos mi dicono, brutte villacce da pescecani che hanno portato via i mandorli per fare posto alle rimesse delle automobili da centomila lire le quali strombettano proprio l dove, per te, cantarono la prima volta Chopin e Mozart. Sempre che mi rimetto a scrivere, al Mandorleto io ritorno col primo rigo di musica. Scrivo: la re mi, e ci sono, ragazzo come tu eri allora, lontano dagli uomini le mille miglia senz'essermi mosso dalla mia stanza, a rendere conto di ci che scrivo solamente a Dio e non ai critici: bestiacce chiuse nelle loro tane e che escono in frac per andare a teatro solo di notte, a capolavori fatti, a tentar di distruggerli. Ma non ci riescono. Lascia che provino tra sei mesi, ad accoppare Genitrix come hanno fatto a furia di dire e non dire, con l'altra mia opera. Questa me la difende Iddio che me la manda. E infatti ogni sera, andandomene a letto dopo avere composto, leggo e rileggo, senza trovarci sopra una nota, i versi d'Andrea Fiore da musicar l'indomani. Ma spengo il lume. Congiungo le mani e dico a Dio: "Pensaci tu..." E Dio ci pensa. Non dare retta a quelli che s'affidano alle teorie. Sempre cos devono fare gli artisti e sempre cos hanno fatto: levare gli occhi in alto, aprire l'anima alle celesti voci ed aspettar dicendo: "Pensaci tu..."
La terza lettera  di Andrea Fiore: "Nel mio lungo silenzio con te scrive il poeta, ho fatto due cose: ho lasciato passare il tempo sopra i primi disordini del tuo dolore ed ho aspettato che parlarti di quanto, allontanandoti, hai lasciato dietro di te fosse soddisfare, forse, una tua superstite curiosit senza tuttavia riaccendere tormenti oramai assopiti sotto quella cenere in cui col tempo si consuma, senza pi fiamma, il nostro dolore. Taccio con te da due anni. I nuovi libri miei che ti ho mandati, qualche giornale che dava notizia della mia attivit, devono averti tuttavia detto, anche nel mutismo epistolare, che non ti dimenticavo e che non m'era possibile come mai possibile sar che io da te staccassi spirito e cuore. Anche un'altra ragione mi vietava una corrispondenza con te, era il pudore della mia serenit di fronte al tuo tormento, la vergogna di sentirmi ricco davanti a te povero. Se a te tutte le grandi speranze sono mancate, io vivo invece in una specie di quotidiano miracolo per il quale ogni mattina mi si veste di novit il mondo, ogni sera lo spirito mi s'illumina di luce nuova. E non  la comune trasfigurazione dell'amore per cui tutte le vecchie cose si rifanno inedite, scoperte e vergini come se fossero vedute per la prima volta, rinnovando il cuore tutte le sue illusioni e tutte le sue speranze. No. Il prodigio  differente.  il prodigio dell'amore nel cuore dell'uomo all'et in cui gi sentiva sfuggirsi giorno per giorno la magia della giovinezza e che questa ricupera in un altro essere e la fa sua, prolungandosi nel tempo, quasi ricominciando prodigio di Faust, ma senza dannazione con Mefistofele, la vita.  come se miracolosamente le stagioni, anzich susseguirsi, si incontrassero e si fondessero: l'autunno incontra la primavera e mettono insieme i loro diversi patrimonii, i loro opposti colori. Questa ha i fiori e quello ha i frutti, l'uno  verde e l'altra  azzurra, una esce dall'inverno e ne trema ancra nel tepore d'aprile, l'altro verso l'inverno va e gi ne trema nel tepore d'ottobre; la fanciullezza si fonde con la maturit, la saggezza fa consapevole l'ingenuit, il capriccio incontra la cautela, la misura cede di qualche passo alla folla, il volo e il passo si mettono meravigliosamente d'accordo tra terra e cielo. Io freno Musetto nei suoi slanci che hanno ancra vent'anni. Musetto d di continuo non so quale slancio a me a cui non sembra vero d'averne quasi cinquanta. Realt e sogno non sono pi separati e nemici, com' sempre per il loro tormento, nello smagato cuore degli uomini. Ma sono accoppiati, s'uniscono in legittime nozze, magicamente formando una coppia felice in cui l'impossibile  possibile, in cui il limite delle umane possibilit sopra la terra verso la quale i corpi pesano consente ancra il viaggio verso le meraviglie in un cielo dove le anime, senza pi peso, batton le ali.
"Scusami. Ho lasciato correre con imprudenza la penna. Mi sono lasciato andare nelle fantasie d'un giovane amore che ha rimesso al passo di corsa una vita che gi rallentava il passo in tutte le umane stanchezze.  colpa di Musetto che, mentre ti scrivo, canta e ride nell'altra stanza: non so con chi, visto che  sola; forse col mondo. Comunque eccomi a te, davanti a te, mortificato d'esser felice in questo mio regno pieno di speranze che non m'ebbi ai miei primi anni se non nei desiosi canti della mia poesia e che solamente adesso tardivamente ho conquistato. Tu sei invece il malinconico epicedio della vita precoce. Tu sei uscito coi tuoi vent'anni, dal mondo magico e fiabesco del Mandorleto in fiore, gi con una sposa a fianco, con un figlio tra le braccia, con un'opera, la tua prima opera, tutta carica di smisurate ambizioni e offerta agli uomini. La ricchezza spirituale d'ognuno di noi non  bene inconsumabile, patrimonio sufficiente al dispendio d'una vita intera. L'economia al tempo dei primi sogni permette oggi a me di scialare nel secondo tempo della mia vita. La tua prodigalit nei giovani anni t'ha vuotato le casse di quelle illusioni che sole possono arricchir la vecchiaia che viene. C' un modo, anche nelle vite precoci, d'essere ancra ricchi nel secondo tempo: prendendo dalle casse degli altri, dalle ricchezze d'un figlio in cui ci si rinnova e ci si prolunga. Dio non ha voluto lasciarti questo meraviglioso bene che tu possedevi nel tuo indimenticabile Isidoro. N ha voluto consentirti di ricostruire, nel piccolo Sisto, un po' del bene che ti veniva strappato. Cos tu non hai nulla; e, impotente a fare qualche cosa per te, io misuro ogni giorno questa tua desolata povert. Mio povero grande Sisto senza pi luce, solo Dio, prodigio di splendore dentro le anime, pu illuminarti ancra il cammino.
"Mi devo confessare. Per circa due anni, te partito, non incontrai mai pi Rosalba Casarsa. E inaspettatamente, una sera, invitato a pranzo dall'ambasciatore di Francia che raccoglieva qualche ammiratore italiano attorno a un grande scrittore francese di passaggio per Roma, Pierre Courget, al momento di sedermi a tavola passo lo sguardo dalla mia vicina sinistra, che era una leggiadra, pallida e bionda danesina del corpo diplomatico, alla mia vicina di destra; e mi trovo davanti, nel pi mondano sorriso, la mirabile bellezza greco-romana di Rosalba Confalonieri che aveva di rimpetto, dall'altro lato della mensa, il suo autorevole e spavaldo marito, spartitore di sorrisi di cerimonia tra una gitana da Capriccio di Goya e una musm da paravento d'Hokousa. Non  necessario che mi dilunghi. Alla prima portata Rosalba ed io parlammo naturalmente di Courget, romanziere carissimo all'ammirazione di tutti ed eroe della festa. Alla seconda portata parlammo del generale Confalonieri, il quale in verit non aveva, a guardarlo, l'aria d'essere oppresso da interni affanni, ma, a sentire sua moglie, era infelicissimo oramai nella monotonia di costruire piani di navi e volgeva i desiosi occhi dell'avvenire verso l'aviazione civile, premeditando un tipo di dirigibili Confalonieri che avrebbero dovuto detronizzare, nella navigazione celeste, i germanici Zeppelin. Alla terza portata, esaurito il generale, divent argomento della conversazione il piccolo Sisto, che sta bene, che ha oramai quattr'anni, che  biondo, che  roseo, che gi da un pezzo ha cominciato a parlare dicendo a meraviglia le prime sillabe raddoppiate del linguaggio umano: pap e mamm. Tuttavia tu, giungendo il pranzo alla fine, non arrivi ancra nella conversazione. Sei l lo sentiamo benissimo, Rosalba ed io, a due passi, sul margine che separa i nostri pensieri dalle nostre parole. Tuttavia tu non fai ancra il passo imprudente che vlica la prudente frontiera. C', a vietarlo, la milizia confinaria degli occhi maritali dall'altra parte i quali, vigilanti, vedrebbero il tuo nome vietato su le labbra di Rosalba anche se le orecchie non riuscissero a coglierlo nel nostro sussurro. Senonch il pranzo ha termine. Ci si leva di tavola. L'ambasciatore di Francia, che ha un braccio infilato in un braccio di Pierre Courget, trovandosi il generale sul suo passaggio, cordialmente infila l'altro in un braccio di Alessandro Confalonieri. Il terzetto diplomatico-letterario-aeronautico si allontana cos da una sala di palazzo Farnese dove  lecito affumicare i meravigliosi affreschi dei fratelli Caracci. Io resto solo con Rosalba. In silenzio cerchiamo, in altre sale senza fumo e sotto uno dei Gobelin che lo Stato francese concede al fasto romano dell'ambasciatore, un divano fuori luce e escluso dal giro delle conversazioni. E l, appena seduti, le cinque sillabe, nell'impeto d'essere state cos a lungo trattenute, scattano in perfetta isocronia su le labbra mie e su quelle di Rosalba; "Sisto Bibbiena."
"Eccoti qui, finalmente. Sei con noi. E con noi rimani, a palazzo Farnese, tutta la serata. Rosalba ed io, senza che il marito scomparso chi sa dove se ne accorga, facciamo coppia fissa. Io ho l'aria cos invadente e accaparrante che nessun cavaliere osa invitare Rosalba a ballare. Penso a tutto io: one step, fox, tango e valzer. E Rosalba ha l'aria d'interessarsi con me a tale segno che nessuna signora osa turbare il nostro supposto idillio. Le amiche salutano da lontano, in un sorriso di complicit. N ci divide, pi tardi, il breve concerto durante il quale un violinista russo suona musica francese con foga italiana. Rosalba in fondo alla sala, non con le melodie di Boeldieu o di Rameau, ma con tutte le musiche che risuscitano nel silenzio nell'anima di Rosalba e nella mia: quelle che tu hai dirette, quelle che lei ha cantate, prima che a te si velassero gli occhi, prima che a lei si spegnesse nella gola inferma la divina voce che strappava la folla dalle platee e la portava in cima ai sette cieli. E tu, Sisto, invisibile e quanto mai presente, non lasci per tutta la serata la coppia fissa. Senza che io glielo dica, gi Rosalba sa dove tu sei. Conosce la tua rossa bicocca in ogni sua stanza. Sa il numero di sentinelle arboree che ti fanno da guardia d'onore alla Cipressaia. Le  noto persino il nome del tuo giardiniere, nome illustrissimo che la diverte: Giotto. Mi descrive persino il tuo personale di servizio: una vecchia Assunta guardarobiera e donna di domestico comando, una giovane Biancamaria che presiede ai viveri e governa le avventizie delle basse fatiche. Sa pure che c' alla Cipressaia un vecchio pianoforte e che tu vi suoni antichissime musiche. Sa che su numerosi e bianchi quaderni di carta pentagrammata tu non segni pi, da anni, una nota. Sa che sovente, su l'harmonium dei Camaldoli o su organi di radiose cittadine del Casentino, in compagnia d'un geniale organista senza organo che ha nome padre Alessandro, tu tenti di far rivivere con poca o molta voce i grandi inni: cio le fughe di Sebastiano Bach e i mottetti di Frescobaldi, le Toccate d'intavolatura d'organo di Claudio Mrulo, organista alla Corte di Parma o gli oratorii di Csar Franck.
"Non vedi, o solitario, con quale minuto servizio d'informazioni i presenti ritrovano ancra, da lontano, in ogni suo atto, in ogni sua ora, il grande e incancellabile assente? E non ti chiedi donde venga a Rosalba e da Rosalba a me, tanta ricchezza di notizie e di particolari? Non scrivi tu a nessuno? Non riceve un tuo vecchio maestro lettere frequenti da te. Non descrivi tu in esse le tue giornate e il tuo piccolo mondo? Non hai tu parlato anche di due monaci che ti son cari e che si chiamano nomi che li fanno adorare anche senza vederli, frate Tranquillo e frate Umile? E non pensi tu che Rosalba possa salire di tanto in tanto all'alta casa sotto i tetti dove Sebastiano Cremisi sta con le rondini a guardare Roma cantando, non pensi tu che Rosalba possa salire alla Trinit dei Monti a chiedere notizie e ad averne? E ora, dopo l'incontro a palazzo Farnese, siamo in due a salire e in due a leggere quello che tu scrivi a Sebastiano Cremisi dalla solitudine. E poi, lette le lettere, siamo in tre a ricordarti e a venire a tenerti compagnia alla bicocca, con quella presenza spirituale che scalda e riempie anche le stanze vuote e non esige la reale presenza dei corpi.
"Non ti vedo. Ma  come se ti vedessi, tanto io ti conosco. Le sopracciglia si stringono e si avvicinano. Il malumore ti alza, tra occhio ed occhio, una quadruplice schiera di rughe rettilinee e tutte eguali come gibbosit di deserto. Mi guardi da quel cielo di burrasca che  nelle tue pupille e mi rimproveri: "Perch frequenti Rosalba Casarsa che mi ha abbandonato? Perch conosci ancra, quando io pi non la conosco, colei che ha voluto chiamarsi Rosalba Confalonieri? Puoi tu, amico mio, essere amico da due parti avendo con due opposti nemici?" Senonch io escludo che Rosalba sia tua nemica: non trema in quel modo la voce, non si perdono cos gli occhi nella melanconia, quando si parla di nemici. E poi non  il caso di rimproverare: nascon da s senza che noi ci si affatichi a metterle al mondo. Il ricevimento all'ambasciata di Francia finisce. Il gran Courget se ne va. Il violinista russo  stanco. L'ambasciatrice, sorridendo amabilmente agli ospiti ha l'aria di dire a tutti, con gli occhi, mentre con la voce prega di restare: "Allez vous-en..." E ce ne andiamo. In anticamera gli staffieri c'infilano le pellicce. Gi i valets de pied chiamano le vetture: "Son Excellence l'Ambassadeur d'Angleterre... Monsieur le gnral Confalonieri..." Ecco la macchina: due fari che nei lampi di luce han fretta, come hanno fretta le altre macchine che dietro questa strombettano. Poco galante ma pratico, per prendere posto a sinistra Alessandro sale primo. Rosalba ha appena il tempo di mormorarmi sottovoce, come se fosse un appuntamento d'amore: "Ci rivedremo. Telefoner". E sale. Il suo meraviglioso sorriso tutto luce  al finestrino, nel buio della vettura. E ancra la voce del valet de pied: "Son Eminence le Cardinal Rousset..." Altri fari. Un'altra macchina. Sua Eminenza leggermente v'infila la sua massa adiposa. Io esco in piazza Farnese, a piedi, solo. Ch Musetto non mi accompagna nelle cerimonie. Enfant de Bohme della vecchia canzone, ella sta bene solamente con me e preferisce d'aspettarmi a casa, reduce da quel "mondan rumore" che, come il poeta avverte, "altro non  che un fiato..."
"Ho detto: come in un appuntamento d'amore. Giusto. Proprio cos. Ma non gi con me, l'amore: con te. Non passano cinque o sei giorni che sento al telefono la cara voce trepidante, come sempre la voce trepidante parlando a chi si ama. E Rosalba mi dice: "Vogliamo vederci? Io vado da Sebastiano Cremisi. Venite anche voi. Parleremo di lui..." E c' una cos grande preghiera in quella voce la preghiera d'avere me per ritrovare te, che non so dire di no. Tanta fierezza e tanta nostalgia mi commuovono. Rispondo all'appello. Conduco con me anche Musetto. Cos ci ritroviamo in quattro a parlar di te. Il gruppo, come vedi, si affolla. E ritorniamo la settimana dopo, e ogni settimana, da mesi, nella casa di Sebastiano alla Trinit dei Monti, attorno al vecchio maestro che lavora alla sua Genitrix e che questo  molto pi importante, ha le tue lettere.
Ma c' di peggio, da quindici giorni. Gli appuntamenti d'amore che Rosalba prende con te attraverso me acquistano sempre pi il carattere d'un vero e proprio appuntamento nel segreto, nella complicit misteriosa. Vedermi davanti agli altri non basta pi a Rosalba. Cremisi e Musetto le dnno noia e non le consentono di parlare come vorrebbe. Escludiamo dunque, da due settimane, la mia giovane tuo vecchio maestro. Ci rifugiamo, per certe passeggiate che non finiscono pi, l dove gli alberi possono nasconderci ed isolarci: ci vedono i prati di villa Pamphili, i boschi di villa Medici, le fontane di villa d'Este. E a me che so mirabilmente ascoltare, come sempre bene ascoltano coloro che tacendo non prendono la parola se non per dare l'uncino capace di trarre a riva, sul lago del loro silenzio, un'altra barca carica di ricordi a me che so ascoltare, Rosalba racconta giorno per giorno, ora per ora, tutt'il vostro passato. Dal vostro primo incontro alla Casina del Pincio al vostro addio silenzioso davanti alla chiesa da cui Rosalba usc moglie d'Alessandro Confalonieri, nulla di voi mi  pi noto. E Rosalba, tra i ricordi evocati con le lacrime agli occhi, mi scopre lembi dell'attuale anima sua. Un giorno mi dice: "Ho creduto di poter vivere senza Sisto Bibbiena. Ma in realt, da quando ci siamo separati, io non vivo pi..." E un altro giorno: "Non riesco ad abituarmi all'uomo che ho accettato come compagno legittimo. Qualunque cosa egli faccia o dica, di continuo io paragono dicendomi che Sisto avrebbe fatto o avrebbe detto altrimenti... Peggio o meglio non so, n voglio dire: ma diversamente..." E un altro giorno spiega a se stessa: "Perch ho accettato l'idea di questo matrimonio? Non l'ho accettata io. Me l'hanno imposta. Per dire la mia passivit spirituale sotto le violenze coattive degli altri, Sisto mi chiamava mollica..." Cerca anche un'altra spiegazione: "E fu anche l'idea di poter dare un nome al figlio nato senza nome da me e da Sisto: ora il bambino si chiama, in piena legittimit di Stato Civile, Sisto Confalonieri...  una menzogna, ma necessaria. Ed egli, pi tardi, uomo, potr forse non scoprirla mai. Invecchier cos nel suo rispetto, senza la condanna che sempre avrei trovata nei suoi occhi, anche se pieni d'amore..." Certi giorni pensa pi a te che a se: "Sono stata, adorandolo, feroce. Gli ho tolto tutto ci di cui poteva vivere: il mio amore e l'altro suo figlio... Ho ore di rimorso che mi avvelenano ogni bene." Un giorno ha addirittura pianto: "Non lo rivedr mai pi..." Un altro giorno ha detto. "Avrei paura di rivederlo... Lascerei mio marito. Metterei attorno all'innocenza di mio figlio l'ombra incancellabile d'uno scandalo..." E un giorno, cio ieri, ha soggiunto: "Scrivetegli voi. Io non posso. Io non devo. Ma ditegli che noi ci vediamo. Ditegli che noi parliamo di lui. Ditegli che, moglie d'un altro e in un tormento senza riposo, io follemente lo amo..."
"Ho ubbidito. Ti ho scritto. E ora devo trasmettere a Rosalba una tua qualunque risposta? O, tu tacendo su l'argomento, dovr interpretare il tuo silenzio nel senso che disapprovi questi miei assidui incontri con Rosalba e che desideri saperli interrotti? Conosci sin dalla nostra infanzia la mia fedelt. Io non posso far cosa che ti sia sgradita se non ignorando la tua volont. Qualora questa, palese, mi vietasse di vedere Rosalba, io non vedrei pi Rosalba. Ho tuttavia un senso che voglio dirti: ho l'impressione, Sisto, che voi due, separandovi con atti irreparabili, abbiate mandato a morte uno stupendo amore che da due parti silenziosamente s'ostina a non volerne saper di morire..."
Non ho risposto che due righe a Mariano Biglia che mi vuole emulo di Beethoven: "Lascia Beethoven alla sua gloria e me alla mia oscurit". Ho risposto breve anche al mio vecchio maestro Sebastiano Cremisi. "Saluto l'ottantottesimo capolavoro. E aspetto da tanta giovane genialit anche il centesimo." Ma, per rispondere ad Andrea Fiore, nel silenzio della Cipressaia addormentata tra le sue verdi scolte a cui adesso, nella notte, d grandi mantelli d'argento il lume di luna, ho scritto durante lunghe ore, sino all'alba, dicendo a Rosalba Casarsa, ora Rosalba Confalonieri, tutto quello che ancra non le ho detto e che non le ridir mai pi.
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6. RISPOSTA ALLA SOLITUDINE.
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Mentre in questo alto silenzio notturno degli uomini e delle cose sotto la serena indifferenza delle stelle mi accingo a scriverti, mio caro Andrea, questa mia lunga lettera, la stanza dove pi vivo in questa vecchia bicocca risuona ancra d'una melodia che, risuscitata in me da non so quale subitaneo ricordo, ho or ora ritrovata al pianoforte.  una canzone d'un poeta francese che, minuto di poesia in mezzo ai ballabili e alle canzonette da caff-concerto, nei rosei tempi Yvette Guilbert cantava alla giovanotteria da can-can che non poteva comprendere tanta bellezza. Rivedo Yvette sul palcoscenico delle ballerine dalla ribalta spenta per fare penombra attorno alla cantatrice: in piedi accanto al pianoforte, vestita di nero, coi lunghi guanti neri a met delle braccia, col volto pallidissimo in una luce spettrale che le veniva da un riflettore verdastro, cantava a voce bassa, pieno il cuore di pianto, questa melopa tutta mistero. Si raccontava in essa la storia d'un cattivo figlio che aveva ucciso sua madre e che, fuggendo tra i sassi d'un sentiero di montagna col cuore di lei nelle mani insanguinate, inciampava nelle pietre e cadeva. E il cuore materno nel sublime amore, rotolando sui sassi, chiedeva al figlio assassino: "T'es-tu fait mal, mon enfant?"
"Ti sei fatto male, figliuolo?..." Oh la voce e gli occhi d'Yvette in quell'ansiosa domanda. Gl'imbecilli ridevano. I poeti fremevano. Tutto l'amore il pi grande amore materno, palpitava in quell'ansia. E questa notte, finita la mia lettera, io ho ritrovato quella vecchia canzone. Ma sbito ti dico che, per Rosalba che m'ha assassinato, anche s'ella cada fuggendo col mio cuore in mano, io non ho quella generosa piet. Io non le chiedo eroicamente: "Ti sei fatta male, amor mio?..." Solo un cuore di madre cancella ed ama anche di l dalla morte. Anche tacendo e accettando io sono verso Rosalba pieno d'acre rancore, senza possibilit d'oblio e senza perdono.
"Non credo all'amore che tu vanti superstite e inconsolabile. L'amore che potrebbe cos meravigliosamente sopravvivere non avrebbe mai accettato di morire di sua propria mano, in un suicidio. Credo piuttosto Alessandro Confalonieri, uomo di quadrate manacce fatte a costruire scafi e ponti di nave, incapace di toccare con qualche delicatezza quell'anima della donna che un altro generale ma un generale poeta, Napoleone, chiamava "anima di merletti", riconoscendola fragile pur senza perdersi a cincischiare in quella fragilit. Sposata una donna, Alessandro v' entrato dentro come deve entrare, da padrone, in camera sua: picchiando i tacchi sul pavimento e sbattendo la porta. Presa la moglie e la femmina non ha pensato che c'era da conquistare il pi difficile, il terzo essere pi diffidente e restio: la donna. Cos questa parte di Rosalba gli sfugge, questa parte di Rosalba  vuota. Ed ella cerca, vedendoti, di riempire quel vuoto di me, in una specie di nostalgica commemorazione: come fanno le nazioni quando lasciano morire di stenti un grand'uomo e poi, tra bandiere ed inni, gli tiran su un monumento.
"Grazie. Io non voglio monumenti. Non voglio commemorazioni. L dove uomo non fui pi, ho uggia di vedermi tardivamente statua. Tu mi chiedi un permesso od un veto. E io non ti d, Andrea, n l'uno n l'altro. Asciuga pure, se tu vuoi, le vane lacrime di Rosalba: se  sfogo che le fa bene nella scontentezza, il tuo soccorso  generosit. Ma se vuoi lasciare quel pianto senza fazzoletto, fallo senza paura. Penser la vita mondana della bella signora socievole e sociale ad asciugarle: un pranzo, un t, un bridge, un vestito di gusto, un cappellino azzeccato, quindici sere di ballo al Lido, due settimane di sport invernali in alta montagna consolano, nel novanta per cento delle donne, ben altri affanni che la nostalgia. Ma nel caso che tu debba continuare ad asciugar le lacrime di Rosalba, io ti sconsiglio il cerchio magico delle grandi ville romane. Alla lunga Musetto, vedendoti uscire solo con inusitata frequenza, ti chieder dove tu vada. La romanticheria di quelle passeggiate della consolazione potr a ragione darle fastidio. E non bisogna, leggiadro com' e per te inestimabile bene, infastidire in alcun modo Musetto. Ma questo  un consiglio. Non altro. Sbaglieresti di grosso, e non si faccia illusioni Rosalba, nel trovare in questo un'ombra di gelosia.
"Ami Rosalba chi vuole, se Rosalba ha ancra bisogno d'amare. Te no, per Musetto. Ma qualunque altro uomo potr aiutarla a cancellare del tutto dalla sua vita me che ne fui cos serenamente espulso. Ma tu non parli solamente  vero, di nostalgia. Tu parli anche di rimorsi. Niente paura, medico amabile di un agitata signora. Guariscono anche questi. Basta curarli. Rileggevo giorni or sono Dostoiewski. E non ero pi d'accordo, come alla prima lettura, col grande romanziere. Non  Raskolnikoff che va alla denunzia e alla morte con le sue proprie gambe.  lui, il grande Teodoro, che vuole mandarcelo ad ogni costo, a urtoni, a spintoni, creandogli attorno l'ossessione per fargli la vita impossibile. E nota che Raskolnikoff, con la sua accetta che piomba sul collo dell'usuraia chinata ad osservare i pegni che lo studente le ha portati, ha ucciso un corpo: grosso assassinio. Uccidere solamente un'anima e per i pi delitto assolutamente secondario, peccato veniale; cio di quelli ai quali il nostro ragionante egoismo trova mille e mille giustificazioni per amministrare al colpevole una plenaria indulgenza. Ho paura che Alessandro Confalonieri, preso dalla sua nuova mania di far concorrenza agli Zeppelin, non svaghi abbastanza Rosalba. Tu che, riavvicinata la moglie, godrai certamente il favore di vedere con frequenza anche il marito, consiglialo in argomento. Io credo che, rimanendo il piccolo Sisto a Tivoli presso i contadini che cos bene lo custodirono nei suoi primi mesi di vita, un secondo viaggio a Parigi, magari allungato, da un bel giro in Germania per rivedere gli Zeppelin, gioverebbe grandemente a Rosalba. E consiglio anche una sosta a Stresa, nel viaggio di ritorno: una sosta, proprio al Grand Htel des Iles Borromes dove Rosalba ed io fummo felici; se tuttavia Alessandro Confalonieri ignora quella nostra temporanea felicit e non potr adombrarsi del commosso pellegrinaggio.
"Punto e a capo. Sono cattivo. Sono stupido. Sono mediocre. Impasto miseramente dolore e beffa, lacrime di ironia, come fanno gli uomini nel mortaio della loro piccola ma orgogliosa umanit senz'eroismo quando non sanno essere appieno n angelo n demonio e mettono fuori quella cosa ignorata cos dagli angeli che cantano come dai demoni che sibilano, quel malanno pieno d'aridit che si chiama ironia sentimentale. "Sopra gli occhi della donna amata ho fatto le pi belle canzoni. Su la piccola bocca della donna amata ho fatto le migliori terzine. Su gli occhi della donna amata ho fatto magnifiche stanze. E farci un bel sonetto sul cuore della mia benamata, se la mia benamata avesse il cuore..." O quest'altro: "Tu hai dunque interamente dimenticato che io ho per lungo tempo posseduto il tuo cuore cos dolce, cos falso e cos carino che nulla al mondo vi pu essere di pi carino e di pi falso?" O ancra: "Non posso dimenticare, amante mia, dolce amica, che di te un d possedetti l'anima e il corpo. E vorrei il corpo, giovane e svelto com', possederlo ancra. Ma l'anima no. Potete benissimo l'anima seppellirla. Ora mi basta la mia..." Non riconosci, dall'amarezza che sorride, dalla disperazione che si fa dileggio, il tuo caro Heine all'Intermezzo! Ma io cambio direzione. Io lascio l'Intermezzo delle vecchie e cattive canzoni piene di malumore per le quali una bara grossa come la botte maggiore d'Eidelberga e pi lunga del ponte di Magonza; per gettarla nel mare, dodici becchini pi giganteschi del San Cristoforo che sta nella cattedrale di Colonia. Io pretendo meno grande funerale ai miei sogni caduti. La strada mia va a meno teatrale e pi fiera solitudine. N mi diverte a lungo sputare beffardamente sui fiori che ho follemente adorati. Preferisco lasciarmi per sempre alle spalle la primavera che m'ha abbandonato. E guardo davanti a me, coraggiosamente, il mio inverno.
"Inverno non da citt, mio caro Andrea, l'inverno addomesticato, scaldato, illuminato, fatto gradevole nelle vetture comode e nelle case tiepide, festoso di fiori nelle stanze anche quando fuori c' neve illuminata dalle lampade anche quando il cielo  pi buio: piacevoli inverni degli uomini che hanno saputo opporre al nevischio il caminetto, tra un ponce e un sigaro, con una donna ed un libro. Non  questo l'inverno dell'anima mia.  l'inverno boreale tra ghiacciai senza fine, e mari gelati senz'orizzonte, sotto cieli senza pi luce nell'eterna notte, nella solitudine e nel silenzio in cui son voce e compagnia solamente l'urlo dei lupi, degli orsi. Giorno o notte, la luce non c' pi:  da quell'altra parte. Vano dunque  che Rosalba, con ricordi e nostalgie, pensi di ritrovarmi nel furore glaciale di questa tormenta. Non certamente, creatura della vita al caldo e al riparo, senza tempesta, oserebbe avventurarsi in mezzo a queste paure, in queste desolate lande del nulla. Altro  parlare di me, mentre il violinista russo suona Boeldieu, tranquillamente seduti sopra i divani soffici dell'ambasciata di Francia e altro sarebbe ritrovarmi nell'orrore di queste solitudini. Meglio  che Rosalba resti, con qualche penombra passeggera di malinconia, nella gaia luce artificiale della sua vita di bella signora con una casa, un marito, un figlio e un guardaroba. Io vado solo sino in fondo al mio cammino. Io mi perdo solo, passo per passo, nella mia notte.
"Notte irreparabile, Andrea. Tu poeta devi comprendere che non v'ha pi lanterna possibile per questo buio che viene su dall'anima e inghiotte il mondo. C' solo una grande luce possibile; ma sta dall'altra parte di questo polo forse insuperabile e bisogna trovarla, raggiungerla. Gi la cercai, senza vederla, nelle chiese di Roma dove pregavo affinch mio figlio non mi morisse a vent'anni. Tra i miei libri che sono l'ultima compagnia, inutilmente l'ho chiesta ai poeti e ai filosofi. Sono anche salito a chiederla in un convento, ad un illustre abate che mi ha accolto a braccia aperte e m'ha lasciato riandare via a mani vuote. Tento di trovarla nelle semplici parole di questi fratini di cui sono piaciuti anche a te i cari nomi francescani: frate Tranquillo e frate Umile; e, per quanto nei loro occhi fulgidissima io la veda, dentro di me non  ancra. Forse non dagli uomini oramai l'aspetto, ma dalle cose: questi cipressi che assediano la mia rude bicocca, questi fiori che ringentiliscono, queste sovrane stelle che la vegliano, questo prodigioso sole che ogni giorno tutto meravigliosamente illumina, meno che me dentro me stesso. Il dramma  per me adesso solamente questo, tra me e la luce. Vedere se io cadr prima che la luce mi giunga, ombra d'uomo cancellata nel nulla; o se potr, spirito, trasfigurare illuminandomi.
"Come siamo lontani in questa suprema zona dove la pi che umana speranza tenta le porte del divino mistero, come siamo lontani dalle romantiche nostalgiche sentimentalit retrospettive di Rosalba, Rosalba Confalonieri, che s'annoia tra un pranzo ed un bridge. Ben altro io avevo chiesto a lei, incontrandola. Ben altro avevo creduto ch'ella avesse dentro di s, prendendomela nelle braccia a mezza via, nella furia armata degli uomini, nella solitudine d'una coppia, alla mia lunga sosta sul ponte di l dal quale, come Eraclito avverta l'acqua continua a scorrere e non  pi la stessa. C' una lettera di Shelley in cui il poeta dice: "Alcuni tra noi hanno amato Antigone in una precedente esistenza e per questo noi non possiamo trovare intera soddisfazione in nessun luogo mortale..." Credevo d'aver trovato Antigone, io, nell'innamorata piet di Rosalba. Cieco per il destino che con la malattia dei miei occhi mi strappava alla vita delle mie orchestre, credevo cieca anche Rosalba a cui la gola inferma in pieno trionfo della cantante, strappava la gloria. Pensai Antigone io per lei e lei Antigone per me, che due cecit potessero accompagnarsi e fare ancra, prodigiosamente una luce. La coppia sognata eterna non fu invece che una coppia transitoria. Invano avevo tentato di legarci l'uno all'altro con la catena d'oro del figlio illegittimo nato dalla nostra libert spirituale pi in alto degli uomini nella poesia. L'illegittimit ha avuto bisogno d'un bollo legittimo. La realt ha messo in fuga il mondo favoloso dei miti. La catena fu sciolta. Antigone  fuggita. Io sono cieco e son solo.
"Solo e senza capacit di perdonare: te l'ho gi detto. Non v'ha, per il delitto umano di Rosalba, perdono possibile. Non dovrebbe essere lecito a creatura umana mettersi le ali degli angeli, accostarsi ad un uomo, aiutarlo a salire in alto pi su degli uomini, e poi lass, lasciandolo senza sostegno, abbandonarlo nel vuoto e farlo in mezzo agli uomini, grottesco Icaro, riprecipitare. Escursioni della poesia, viaggi d'andata e ritorno nella sublimit, evasione provvisoria dello spirito nel cielo, dello spirito leggero che lascia a terra il corpo tuttavia senza dimenticarlo e al primo spavento d'un mondo nuovo corre paurosamente a rinascondersi l dentro, a rinfoderarsi dentro la carne pesante. Miseria! Miseria. Andrea! Siamo tutti soli. Ma ognuno di noi riempie in qualche modo la solitudine per non averne paura: gli affetti che dnno pi di quanto ricevono, le ambizioni che spasimano pur sapendo vane e vuote le mte, le speranze, i piaceri del corpo e dello spirito, le illusioni, gl'interessi, i desiderii, la curiosit, le passioni e, come diceva Cecco Angiolieri, "la donna, la taverna e il dado" sono il modo precario e confuso di riempire il vuoto, di popolar di nostri fittizii compagni la solitudine. Nella fuga di tutte queste mie fittizie compagnie al ponte dei miei quarant'anni, lungo le strade delle sconvolte abitudini che sott'i cannoni rovinavano da ogni parte, riparai sotto due tende non a tutti concesse, a me date: la paternit felice, l'arte che amavo. Senonch anche questi sublimi rifugi furono presi e travolti nella tempesta. Fu allora che, angelo della carit, Antigone apparve dicendomi: "Non avere paura della tua strada. Io sono la tua compagna, io son la tua guida, io son la tua luce". Io mi fermo. Io l'ascolto. Io le credo. Nello scompiglio tragico del mondo, non ho pi paura. Rovinino pure attorno a me tutte le cose che furono mie, in cui credetti, in cui sperai, di cui vissi. C' adesso per me sul mondo una luce in una luce nuova, in una donna. La risurrezione ha nome Rosalba. La risurrezione  nel figlio che m' nato e che ha un anno: il piccolo Sisto. Ma la rapina  attorno a me. Fatto pi che mai selvaggio dalla guerra, il mondo altro non  che saccheggio. Vedono i rapitori la mia ricchezza e son tutti pronti a ghermirla. La difendo. Lotto con tutti. Vana lotta, lotta grottesca. Alle mie spalle Rosalba viene a patti coi rapinatori. Il saccheggio si compie. Al momento in cui il mio grande figlio legittimo ucciso dalla guerra, muore nelle mie braccia, la piet di Antigone non  pi che una voce timida che dice vane parole attraverso un telefono, dalla casa di Alessandro Confalonieri. Solo, con un figlio sotto terra corro a prendere l'altro che  in una culla. Rubo come un ladro, in questa culla, quello che  mio, ma i mastini di guardia al tesoro rubato mi gettano a terra mentre salvo il mio bene. E oggi il piccolo Sisto, al quale io non potevo dare che un nome di battesimo e tutta la mia vita,  in casa di colui che ha potuto dargli pi e meglio d'una vita e d'una passione: la stampiglia legittima, il bollo dello Stato Civile, la convenzione sociale che si chiama cognome.
Accompagna dove vuoi, mio vecchio amico, Rosalba Confalonieri. Accompagnala nelle sontuose ville di Roma, se ella quel giorno ha il cuore all'elegia. Accompagnala da sarte e modiste, se il capriccio e la vanit le rimettono davanti lo specchio in cui contemplare beandosene, la sua bellezza. Siediti senza scrupoli verso di me alla tavola di suo marito, se ella ama sfoggiare tra le comparse d'ogni festa i suoi lussi borghesi. Falla anche entrare in chiesa, se le prende, di domenica lo scrupolo di battersi il petto. Al ballo, se anche tu ci sei, invitala a ballare: sentirai con che grazia sapiente si muove e come volteggia il suo bel corpo leggero! Conducila a teatro a sentire commedie bugiarde. Mettile nelle mani i libri della verit umana accomodata dalle meschine finzioni e convenzioni degli uomini. Se c' concerto, non glielo far mancare: ha gusto infallibile nello scegliere la buona musica. Se una finestra  aperta su la bellezza pittoresca del mondo, affcciati con lei: sente meravigliosamente il paesaggio. Tutto con lei ti consento. Una sola cosa io vieto: ch'ella ti dica: "Lo amo..." Se questo dicesse ancra, tappale la bocca che altrettanto dice, ogni notte, nel segreto osceno del letto, ad Alessandro Confalonieri...
"Poi, un giorno, ho quasi cinquant'anni e il cuore stanco, quando da quass tu e Musetto riceverete un telegramma dal buffo giardiniere che buffamente si chiama Giotto, "Sisto Bibbiena  spirato questa notte" tu chiedi per lei al generale Confalonieri una libera uscita straordinaria. Accompagnatela quass nella chiesa dei Camaldoli dove canter per me, con le divine melodie di Bach, l'harmonium del mio buon amico, organista senza organo, padre Alessandro. Mi piacer, dalle mie quattro tavole, ch'ella riparli finalmente di me e che si dica: "Quest'uomo che m'aveva dato la cosa pi meravigliosa del mondo, un infinito amore, quest'uomo l'ho ucciso io..." Solo allora le permetter di chiedere perdono. Sbito dopo, col primo treno, ritorner a Roma la signora Confalonieri. Ma io, liberato dal martirio del mio vivere, avr perdonato Rosalba, una Rosalba senza cognome, come il mio piccolo Sisto che, in un sogno pi grande della madre che lo metteva al mondo, era nato da noi.
"Non ho, Andrea, altro da dirti.  l'aurora. Apro le grandi finestre sul cielo. Impennacchiati d'oro dal sole, i miei cipressi presentan le armi dei loro rami verdi al tetro monarca che io sono, imprigionato da loro nella rossa bicocca. E, guardandoli mentre mi assediano, mi risalgono in cuore vecchie parole di Baudelaire per le quali sento che essi non impediscono, accerchiandomi, la mia fuga. Le vere fughe degli uomini dal mondo non sono in avanti: sono in su. "Che pensi tu, anima mia, di mutar cielo? Che ne diresti di abitare Lisbona, Rotterdam, Batavia?" E l'anima risponde: "Dove non importa. Non importa dove. Purch sia fuori di questo mondo..."
"Fuori di questo mondo... In su!"
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7. LA MARCIA NELLA NOTTE D'OTTOBRE.
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I cari fratini che oramai, incoraggiati da me, sono sempre per casa, mi stanno diventando melmani. Quando vengono alla bicocca non osano cercare me. Si fermano al cancello con le ceste. Diffidano oramai dei mastini. Aspettano pazientemente di veder passare sotto i cipressi, in fondo a un viale, le maniche bianche di Giotto che va attorno con gli annaffiatoi. Costui, vedendoli, corre ad aprire. Ma frate Tranquillo e frate Umile s'aggrappano con le mani al cancello per impedire che Giotto apra: "Son ben legati i due cani?..." E solo quando Giotto li ha ridendo rassicurati allentano la stretta e lasciano che il giardiniere apra. Cauti e leggeri, col passo che nei calzari non ha peso su l'erba o la ghiaia, avanzano verso la tettoia delle quattro panche per ritrovarvi i soliti vecchi. Seduti con costoro, non osano chiedere di me; ma hanno l'aria d'aspettarmi. Se la mattinata trascorre senza che io sia disceso in giardino vanno via sul mezzogiorno lasciando a Giotto, per me, benedizioni e saluti. Ma se d'improvviso nel giardino unicamente sonoro di cicale giunge il suono del pianoforte al quale io mi sono seduto, i fratini pian piano s'avvicinano alla mia musica e nello spiazzo sotto le mie finestre, nascosti dietro gli alberi su un praterello, stanno a collo lungo e a bocca in su, come due bianche cicogne. Sentono una musica assai diversa da quella che padre trae grave e solenne dall'harmonium. E quando un giorno io li vidi, dalla finestra appostati l sotto e l'invitai a salire, i due fratini infilarono le scale di corsa come se, digiuni da un mese, io li avessi invitati a un meraviglioso festino. E tornarono il giorno dopo. Si riaffacciano adesso tutt'i giorni. Si rimetton l sotto le finestre, silenziosi, in attesa, bevendo la musica che piove su loro, invisibile, dall'alto. Poi, quando io m'affaccio ed invito, ricorrono su a veder la musica nascere dalle mie mani su la tastiera. E stanno l ore ed ore, rapiti e pavidi, come assistessero, poveri piccoli uomini, a un meraviglioso miracolo di Dio. 
Dico loro volta per volta, pagina per pagina, i grandi nomi: Beethoven, Mozart, Chopin, Monteverdi, Scarlatti, Cherubini. E sembra ai fratini, nell'udire quei nomi che io non parli d'uomini come me, come loro.  come se nominassi angeli del Cielo, messaggeri sonori di Dio. Presi nell'incantesimo, frate Tranquillo e frate Umile sollevano di continuo gli occhi estatici dalla tastiera su cui il miracolo si compie all'Invisibile lass che il miracolo rende possibile, alla divina voce che, attraverso quei canti, prodigiosamente si fa ascoltare dagli uomini. Non hanno ancra ben capito cosa io sia. Esecutore di musiche degli altri come padre Alessandro su l'harmonium nella chiesetta dei Camaldoli creatore io stesso come Chopin, come Monteverdi, di quei canti celesti? Senza osare di formarla con la voce hanno l'ansiosa domanda negli occhi pieni di meraviglia. E un giorno, improvvisamente, io rispondo. Mi levo dal piano. Frugo tra le vecchie carte. Ritorno alla tastiera coi quaderni dell'Antigone interrotta. Sorridendo annunzio: "Oggi vi far sentire, buoni amici, un po' di musica mia..." Li vedo, i fratini palpitare di gioia. Pi che mai s'accostano a me. Mentre suono, mi stanno dietro le spalle come due angeli custodi. Non li vedo. Ma sento, nel loro respiro che non osa su le note respirare, il rapimento. Non ebbi mai per queste mie musiche nascoste ed incompiute se non mio figlio, ascoltatori pi benevoli e pi innamorati. Quando smetto di suonare e levandomi mi volgo, me li trovo davanti con le mani che tremano e le lacrime negli occhi. E frate Umile parla per tutt'e due: "E lei ci chiede, maestro, dov' Dio? Ma  qui, nella sua musica... Chi ha potuto metterla nel suo cuore, cos bella, se non Dio?" Sorrido senza impegnarmi. Ma  interrogazione, quella di frate Umile, che anch'io mi sono posta cos, mille volte, non per la musica mia, ch sarebbe troppo presumer di me, ma per quella dei miei grandi maestri, per la meraviglia soprannaturale dei capolavori, davanti a tutte le opere in cui, musica, pittura, statue, poema, gli uomini, i piccoli uomini dell'umana statura, hanno toccato le altezze, senza nostra misura possibile, della bellezza e della poesia.
Nel silenzio che segue alle parole di frate Umile, nel vuoto armonico che ha l'aria quando sul mondo attonito di luce  sospeso a piombo il sole di mezzogiorno, improvvisamente riprende dagli alberi il canto delle cicale nella sua inesauribile monotonia. Frate Tranquillo ha l'aria di tendere ad esso, per qualche istante, l'orecchio e poi si volge a me in un sorriso:
Non sente, maestro? Come il rumore sempre uguale di queste povere cicale che nulla sanno e nulla intendono pi su e pi in l dell'albero dove s'annidano,  la voce degli uomini. E come spiega lei che qualche uomo canti in mezzo a questa monotonia? Non le sembrerebbe prodigio se, d'improvviso, una di queste cicale cantasse come fa l'usignolo? E proprio per questo lei canta, maestro. Perch Dio lo vuole. Hanno gli usignoli, fra tutti gli uccelli del cielo, la voce di Dio. Hanno gli artisti, fra gli uomini, la voce degli usignoli.
C', nel cielo vuoto e splendido, una lontana eco di campane. , per i fratini, l'ora d'andarsene. Il convento li chiama. Il refettorio li aspetta. E vanno via con uno sguardo furtivo, su la mia tavola, verso la tentazione cui li ho oramai abituati; i giornali che parlano del mondo e degli uomini, i giornali, i giornali di cui sovente io non ho neppure lacerato la fascia e che d ridendo ai fratini come una grossa ghiottoneria che nascondono sbito nel saio. Una volta di pi, tendendo loro i giornali che non ho aperti, rinnovo l'offerta, Frate Umile ghermisce in aria e divide con frate Tranquillo, mentre io mi diverto a pungerli nel loro peccato di profana curiosit:
Ma che accadrebbe se vi trovassero nella cella, figli di Dio, questi fogli degli uomini perduti? Che direbbero i superiori? Che cosa farebbe il degnissimo Abate? 
Ingenuamente frate Umile spiega arrossendo:
Non li portiamo mica, maestro, fin su al convento. Ci fanno compagnia mentre saliamo. Li leggiamo qua e l strada facendo. Poi, in vista del convento, li gettiamo dietro una siepe.
Mi diverto ancra:
Questo compromesso con la regola , frate Umile, come tutt'i compromessi tra il bene e il male, peccato.
Veniale, avverte sorridendo l'altro fratino. Veniale, maestro, e di quelli che il confessore assolve con facilit. E, d'altra parte, la curiosit  troppo forte. Accadono nel mondo che sta lontano da noi cose troppo grandi, troppo belle.
Cose belle tra gli uomini? Questo , frate Tranquillo, assolutamente inverosimile.
Ma i due fratini ci si esaltano insieme.
Cose bellissime, maestro! esclama frate Tranquillo. Legga, legga anche lei. Ci sono giovani che difendono Dio e la patria contro i cattivi che vorrebbero tutto distruggere. Il diavolo, dopo la guerra,  in mezzo alla gente che non lo riconosce e lo segue. Sono i dannati, maestro, che prendono un fanciullo che amava la patria e onorava i soldati e, dopo averlo sospeso al parapetto d'un ponte con le sole mani, gli tagliano i polsi e lo annegano.
Orrore, orrore, maestro! incalza frate Umile. E gli altri, che Dio arma che Dio guida, corrono da ogni parte contro gl'indemoniati. La giustizia di Dio si serve degli uomini migliori per punire i dannati. Quando Caino uccide Abele, Dio protegge chi vuol punire Caino.
Sono andati via. Sono solo. Rivedo il giorno della mia partenza dalla citt nella furia cieca del popolo peggiore. Rivedo il tram assalito in piazza dei Cinquecento, il giovane ingegnere rovesciato dalla piattaforma, lo sputo del mostro nella gola della fanciulla intrepida, la medaglia d'oro al valore gettata nell'orinatoio, l'ufficiale disarmato che gli assalitori rovesciano e forse uccidono. Risento la voce di frate Tranquillo: "Legga, legga anche lei..." Non ho dato ai fratini tutt'i giornali. Ne ho ancra. Trascorro la giornata a leggerli tra rivolte d'indignazione e balzi d'entusiasmo. Seguo l'attacco mostruoso e l'eroica difesa. Rivedo Isidoro, mio figlio, che va alla guerra offrendo alla patria i suoi vent'anni. Mi ritorna davanti Isidoro in piedi, nella corsia dell'ospedale, mentre il generale de Charand gli appunta sul petto la medaglia al valore e lo abbraccia. Risento le parole d'Isidoro, nel suo letto di malato, che univano nello stesso le due madri: Barberina e la patria. Riodo l'ultimo sospiro d'Isidoro che muore nei suoi poveri polmoni bruciati dal fuoco. Ritrovo me, sepolto al mattino Isidoro nelle vie della metropoli incendiata di luce e riempita di canti durante la notte della vittoria. Immagino mio figlio sano, vivo ancra oggi e accanto a me. Sarebbe certamente con quelli che ancra combattono. Vendicherebbe anche lui il ragazzo martire, dalle mani tagliate al parapetto del ponte.
Marciano questa notte. Lo so.  corso da me Giotto ad annunziarmelo: "Partono tutti. Lo sa? Poppi e Bibbiena si vuotano. E ci andrei anch'io, se potessi lasciare il giardino!" Il figlio d'Assunta, gi in tenuta di marcia,  venuto ad abbracciare sua madre: "Addio mamma, aspettami... Si va e si torna." Dalla finestra ho visto piangere Biancamaria, rimproverata da Giotto che leva in alto gli annaffiatoi come se dovesse scagliarli, catapulte, sopra una folla: "O che vuoi, stupida? O che potrebbe il tuo fidanzato lasciare per te invendicati i suoi fratelli rimasti lass, al fronte? O che non senti, oca, che la guerra dura e che s'ha ancra tutti da essere forti?..."
La sera scende, una lenta sera d'ottobre che verso il tramonto improvvisamente, dal sereno, riempie il cielo di nuvole cacciate avanti dal vento che i miei cipressi, solidi e fermi, sentono solo in cima alle punte oscillanti nell'aria come aghi magnetici nella bussola che sta per segnare tempesta. Io sono l, a pianterreno, coi miei vecchi libri. Chiusi gli occhi, vedo con lo spirito le giovani legioni avviarsi cantando per tutte le strade, nella sera d'ottobre, sotto quella minaccia di temporale celeste nelle nuvole che ben s'accorda, come un accompagnamento, al temporale umano delle coscienze. E d'improvviso, nel crepuscolo, un canto mi giunge da lontano. La via che conduce a Poppi, a Firenze ed a Roma passa davanti al cancello della Cipressaia. A poco a poco la canzone del manipolo in marcia mi si avvicina.  un'aria spavalda e giovane che prende gi a schiaffi col canto gli avversarii prima di toccarli con le braccia nude armate solamente di bastoni. Sento il grido dei giovani, che sfida e ride nel medesimo tempo, farsi sempre pi caldo e pi chiaro. Ora  in pieno, da venti gole, in venti cuori, sotto le mie finestre. E, in uno scroscio, il cielo s'apre. Come allo spalancarsi subitaneo d'una cataratta nelle nuvole, il diluvio e sopra gli uomini. Nel fragore scoppiettante della pioggia su gli alberi e su le piante, la canzone subitamente si spezza. Dieci bastoni picchiano a colpi di furia sopra il cancello. Dieci voci chiamano, squillando chiare nell'oscuro fracasso:
O Giotto! O Giotto, aprici! Se tu non corri, qui ci si bagna tutti come pulcini...
Come volasse, Giotto, sfidando l'acquazzone,  corso ad aprire. Venti ombre nere attraverso il cancello, cacciano, come se lo assalissero, nel giardino ingombro di crepuscolo. E me le vedo, le venti ombre, entrare tutte nella sala ove io sono, buie prima come la sbito illuminate a controluce dal lume a petrolio. Assunta, di corsa anche lei, porta dentro per rischiarare tutti e cercare suo figlio. Una voce parla per venti
Ci perdoni l'invasione, maestro. Ma viene gi che Dio la manda. E noi s'ha da marciare tutta la notte.
Un'altra voce grida:
Non si deve, a Roma, attivare umidi. Noi s'ha da bruciare, maestro!
Mi conoscono tutti. Il maestro della banda di Poppi deve avere parlato di me in paese. Mi sono tutti davanti, questi bei ragazzi che se ne infischiano dell'universo, come se io fossi qualche cosa che deve imporre rispetto anche agli scavezzacolli. Tuttavia nessuno sa al giusto cos giovani e paesani, che cosa io possa veramente valere. La fama  sovente questo: un po' di rispetto dietro cui non  nota la ragione per rispettare. Fa lo stesso. Il rispetto me li tiene lontani. Ma il sorriso me li avvicina. Questi ardenti ragazzi mi piacciono. Mi sembrano i fratelli d'Isidoro e per questo li sento un po' tutti miei figliuoli: i figli d'una mezz'ora di sosta in un temporale. E mentre questo, tra lampi e tuoni, squarcia e sconquassa il cielo nel bombardamento elettrico, io faccio portare da Giotto che su Assunta sparita col figlio non c' pi da far conto, il pi generoso vino di Toscana che sbito lampeggia a sua volta, in cima alle belle braccia nude e attorno al mio viso, dallo scintillio dei bicchieri. Beneducati, questi cari ragazzi cominciano col brindare a me: "A lei, maestro! Alla musica italiana!" Poi da me salgono e s'allargano coi brindisi e gli evviva. C' n' per tutto e per tutti, ch hanno l'anima vasta e ci stanno dentro comodamente tutti gli entusiasmi. Bevono e ribevono, cantano le loro marce e il loro inno, s'abbracciano, m'abbracciano, si sgolano, e finalmente due, pi matti degli altri, rovesciando un tavolino e il vaso da fiori che ci sta sopra, si mettono a ballare. Ma un ordine secco d'una voce piena d'autorit: "Alt! Basta!" li rimette tutti mogi mogi, in fila, muti, schierati davanti a me come se io dovessi passarli in rivista. Guardo quello che ha comandato; un ragazzo biondo di diciotto anni che  sottile. Guardo quegli altri che hanno ubbidito; omoni grossi, di spalle quadre, mastacconi che hanno fatto la guerra e che spaccherebbero in due un avversario solo a guardarlo. Ma l'ubbidienza fa legge e il primo comanda ai secondi. Io li faccio sedere. La sala  grande e, tra vecchi e grandi divani capaci di reggere un reggimento e sedie sgangherate che mal reggono un gatto, c' posto per tutti. Ora, riempiendo ancra Giotto tutt'i bicchieri, i ragazzi mi dicono della loro marcia, dei manipoli che nella notte d'ottobre convergono alla metropoli da ogni pi remoto paese, esaltano l'eroe che li raduna, espongono la legge d'ordine e di giustizia che imporranno domani dalle mura di Roma. Il biondino che comanda il manipolo studente universitario, dice le parole pi ricche e pi sonore dell'entusiasmo civile. Gli altri, gli omoni, operai, contadini, fanti grigioverdi rivestiti di nero, dicono dell'entusiasmo le parole povere, comuni, disadorne, che scoppiano peggio dei fulmini in cielo. E questo vocabolario grosso, spicciativo, senza guanti, con le maniche dei fieri vocaboli rimboccate alla brava come quelle delle camicie nere, sembra al mio gusto il pi bello.
Racconto a questo delicato ragazzo biondo e a questi colossi bruciati da vento e sole che ho dato anch'io un figlio, il mio unico figlio, all'ora grande che non  tutta trascorsa ancra. Questo giova ad accostarmi pi che mai la loro simpatia. Uno degli omaccioni, un gigante barbuto, alto il bicchiere rosso sopra la testa ch' una selva di capelli arruffati, grida dal fondo della stanza; "Viva il maestro Bibbiena!" Gli altri, in tono maggiore, rispondono. E il capo manipolo, il ragazzo biondo, in tono minore m'offre d'essere con loro: Animo, maestro! Perch non viene con noi? Sar la gloria del nostro manipolo. Pochi potranno, entrando a Roma, sfoggiare altrettanto!
Daccapo sono tutti in piedi e mi si stringono attorno gridando: "S, s... Con noi! Anche il maestro con noi!" Alti i bicchieri, squillanti le voci, che baritoni qua in mezzo! ricominciano gli evviva, tutti gli evviva. D'improvviso dalle finestre un lampo formidabile ci brucia tutti, come se dovesse incenerirci. Gigantesco, un tuono spacca con la sua sonorit il mondo intero. In piedi su la sedia l in fondo, agitando in aria bicchiere e bastone, il gigante barbuto rinnova il grido che va pi in alto del tuono: "Viva il maestro Bibbiena!..." Ed io ho, in quel fragore e splendore d'apocalissi, un impeto subitaneo, un lampo eroico e sovrumano: balzare in piedi, smanicarmi come quei venti, buttarmi fuori nella tempesta assieme a loro, riacchiappare a volo la vita che passa in quell'avventura, marciar con loro nell'epica notte, contrapporre al vuoto sogno la concreta azione, riveder domani Roma, il sole, la nuova aurora... Ma l'anima per un istante ha volato pi in alto del corpo. Io resto seduto tra i giovani, scuotendo il capo:
Io non posso venire con voi... Io sono vecchio.
Il ragazzo biondo risponde:
Vecchio lei, maestro?... Lei  giovane. Gli anni non contano. Tutti gli artisti sono sempre giovani.
Mi sono veduto, mentre il ragazzo parla, nella specchiera che  di fronte a me, dietro le sue spalle, sopra la lampada a petrolio nella bicocca non c' altra luce, che illumina la stanza. Ho visto i miei capelli grigi sopra un volto offuscato da quella malinconia che hanno cose e visi quando la luce se n' andata e appoggiato su due povere spalle che recano, in una ripiegata stanchezza, il carico d'invisibili pesi. Che cosa ha mai di comune, se non la sagoma umana, quell'ombra d'uomo, quel residuo di vita, con questi giovani e questi uomini che cantano, che ridono, che sognano, che vogliono? Riprendano essi la marcia in questa sera d'ottobre. Io resto seduto a guardarli partire, nella notte, verso le future aurore che sono ancra speranza. Invano il giovane biondo contrasta i miei argomenti e s'oppone ancra, col ripetuto invito, alla rinunzia. Invano tutti intorno, sorridenti, ora muti, aspettano il mio consenso. Invano nello specchio mi sembra di vedersi formare, dietro di me, un ombra dilettissima, avvolta di nebbie luminose, che solleva verso di me due braccia per offrirmele come se fossero due ali. Sento nell'anima, se dallo specchio vuoto non suonano, quattro parole: "Marcia, pap. Con loro..." Di l dall'incerta visione d'una sopravvivenza ipotetica, vedo la realt di mio figlio disteso nell'eternit della morte. Resto sordo all'invito d'una voce che forse m'illudo d'aver sentita dentro di me. Rimango seduto tra quelli che, ad un richiamo del giovane capo, si leveranno rumorosamente spostando le sedie e si faranno alle finestre.
Non piove pi. La notte  discesa. Il cielo s' aperto. Lass tra due cipressi, come legata alle loro esili punte un invisibile filo, sta la luna in uno spicchio d'argento. La tempesta rapida  gi trascorsa. La notte sar su la Marcia, luminosa e leggera.
Ragazzi, andiamo.
Il giovane biondo ha comandato. Assunta abbraccia pi che mai forte suo figlio. Il manipolo che ha fatto sosta si riaffolla attorno a me ringraziando, salutando... Una voce rimprovera; "Lei, maestro, non viene..." L'anticamera  oscura. Alcuni, nella fretta, gi vi s'infilano, ombre nere nel nero. Io prendo la lampada, precedo gli altri lasciandoli in penombra, rillumino quelli che son gi di l nel buio. Vado alla porta. L'apro sul giardino. Vengono dietro, nell'anticamera, luna e cipressi.
I ragazzi che sono uomini e gli uomini che sono ragazzi meraviglioso scambio d'agilit e di potenza, escono ad uno ad uno, passandomi davanti coi volti nel raggio luminoso della lampada, levando in alto nel saluto il braccio nudo. Penultima ad uscire, tra capi biondi e bruni,  una testa grigia come la mia che nel gruppo non avevo ancra rilevata. Costui non alza il braccio come gli altri, ma mi d la mano, in un sorriso, presentandosi: "Brdiga, maestro elementare..." Sorrido senz'ironia: "Giovane anche lei..." E l'altro risponde fiero, levando il braccio a sua volta e sfilandosi dal mio stretto cerchio di luce: "Giovane no. Ringiovanito". E mi par di leggere negli occhi degli ultimi due che lo seguono un rimprovero: Tu non hai saputo fare quello che fa il nostro compagno...
Corrono disordinatamente nel giardino, ognuno sopravanzando l'altro, con un ultimo evviva per me, preceduti da Giotto che  volato a spalancare il cancello. Di colpo, su la via bianca, si riordinano a plotone in un gran vocio pieno di risate. Ma, ad un secco comando,  d'improvviso il silenzio. Ad un secondo ordine si riavviano, passi in cadenza, per la strada che scende. Vedo Giotto che dal cancello saluta. Si volgono tutti ancra a guardar la mia lampada. Venti uomini gridano alto, per me: "Addio!" E mi sembra che un mondo nuovo abbia voltato le spalle, per sempre, in quel grido, al mio vecchissimo mondo. Con l'immaginazione che dilata quella strada in centinaia e migliaia di strade vedo tutte le strade della nazione solcate in quell'ora dai neri manipoli in marcia. Io sono ancra fermo l su la porta, avendo in mano la spada che chiama al suo fuoco il volo delle notturne farfalle. Dalla strada di Roma, mentre si allontana sempre di pi, sento riecheggiare la bella canzone di sfida e d'assalto. Penso che tutta la nazione canta in quell'ora cos, da innumerevoli voci. La notte  piena di musiche. Come sul mio capo il cielo rasserenato, gettandole fuori a schiere d'argento dalle nuvole che se ne vanno, si fa tutto pieno di stelle. 
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LIBRO SECONDO.
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1. DUE PECCATORI, DUE POVERI UOMINI.
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Quando i giorni, da un volto, da un'azione, da una speranza, da un sogno, da un'utilit, non hanno pi nome, anche gli anni non hanno pi numero. Io non misuro pi il tempo che passa. Da quanti anni sono qui? Mi pare d'aver sentito Giotto contare, giorni or sono: "Quasi dieci anni oh! che si sta alla Cipressaia..." Gli specchi della bicocca mi rimandano un'immagine di me sempre pi grigia nei capelli, sempre pi impolverata di noia, sempre pi spenta nello sguardo, sempre pi avvolta di malinconia. Ma pi che in me vedo passare il tempo negli altri. I miei cari fratini ingrassano. Uno dei due, frate Tranquillo, su la luce degli occhietti vispi ha messo l'appannatura degli occhiali. Ogni volta che salgo ai Camaldoli, per fare musica all'harmonium con padre Alessandro, la pelle vuota di questo caro vecchio, che sembra uno scheletro appena fasciato di pergamena, si raggrinza sempre di pi. Misuro la mia anzianit alla bicocca anche dall'intimit che s' fatta sempre pi grande con questi miei ultimi amici. Oramai i miei incontri col principe di Waldemunken sono continui. Forse non passa giorno che io non salga da lui al convento o ch'egli non scenda alla mia casa. Oramai tutto io so di lui e tutto egli di me conosce. Abbiamo messo in comune, accatastandoli, come fasci di legna per l'inverno dell'anima, i lontani ricordi; e solo dentro quel mucchio peschiamo i temi delle nostre conversazioni. Sei ombre, sei care ombre, ci tengono assiduamente compagnia. Quattro giovani i suoi tre figli e il mio unico figlio, sono diventati amici e camerati in questa loro postuma sopravvivenza che li rif ogni giorno nelle nostre rievocazioni. E anche le nostre due compagne Federica di Waldemunken che si uccise una sera nella villa di Potsdam e Barberina che una sera  morta a Roma nella casa delle suore belghe di Nostra Signora di Namur dalla quale, finito Isidoro, non ha voluto pi uscire in mezzo agli uomini sopravvissuti a suo figlio, si sono incontrate nel martirio materno. Le sentiamo amiche e sorelle di l dal mondo, nell'infinito e nell'eterno, come noi due, i padri superstiti, ci sentiamo fraternamente amici in questa nostra precaria permanenza tra le fuggenti cose della vita terrestre.
Non ho avuto il tempo di rivedere Barberina vivente. Il telegramma col quale le suore belghe mi annunziavano, lasciando ancra adito alla speranza, le gravi condizioni di Barberina, pietosamente mentiva. Giungendo io a Roma senza compagnia nel viaggio e senza aver chiamato nessuno ad incontrarmi, la madre superiora mi venne davanti con gli occhi umidi e con le mani al Cielo: "Priez pour elle, monsieur..." Mi raccontarono la sua fine esemplare e subitanea; una mattina, nel giorno anniversario della morte d'Isidoro, la madre inconsolabile aveva voluto comunicarsi. S'era inginocchiata all'altare. Aveva pregato per Isidoro. Ricevuta l'Ostia, aveva dolcemente chinato il capo avvolto nel velo nero sopra le braccia conserte sul marmo. Ed era rimasta immobile cos sino alla fine del rito. Sceso dall'altare il sacerdote e spente dinanzi alle sacre immagini le candele, le suore uscivano dalla cappella. Ma Barberina era sempre l, immobile, inginocchiata, pregando. La madre superiora le si avvicina per richiamarla dalla sua estasi: "Venez, madame. C'est fini..." S, era finita. Toccata dalla mano della suora, Barberina, gi morta, piega indietro e si rovescia, corpo senz'anima, sul pavimento.
Volli rivederla sul piccolo letto del suo ultimo sonno. La ritrovo ancra nella memoria davanti a me, pallida, sorridente, piccina, nel suo vestituccio di seta nera, coi capelli biondi tutti striati d'argento che le escono di sotto al velo nero. Con le piccole mani senza pi sangue incrociate sopra il Crocifisso, par che sorrida di soprannaturale felicit. Forse l'anima, nel momento in cui, presa l'Ostia, il cuore le si  stretto fermandosi, ha intravveduto dall'altra parte dell'orizzonte limitato dal mondo Isidoro che l'aspettava con le braccia stese per accoglierla. E Barberina ha voluto lasciare sul suo volto terrestre, diventando anima nel Cielo, quel suo sorriso di beatitudine per dirci che finalmente  felice ancra avendo ritrovato suo figlio. Guardandola distesa ed immobile sul piccolo letto tra i ceri accesi e le suore di Namur inginocchiate che la piangono come una sorella volata via, io la rivedo sopra un altro letto, al Mandorleto dei nostri vent'anni, nella luminosa mattina in cui Isidoro nasceva. Aperte le finestre. Serena la casa. Immensa la speranza. E, nella stanza, sollevato e portatevi dentro dalla prospettiva, il fiorito giardino. Dalle ampie finestre aperte sul cielo libero ed immenso entra il sole a fasci d'oro e ride nei cristalli nelle porcellane, negli specchi, sui lini. Primavera occhieggia da una finestra, di tra i rami di gelsomino che s'arrampicano lungo i muri e par che vogliano invadere, nemico verde per una guerra profumata, la stanza candida. Aspettiamo nostro figlio in un'ingenuit di favola, tra i sorrisi. Lieta la mia sposa, che ignora il dolore. Distratto io, che ho il cuore alla mia musica. Leggero come un sogno, intorno a noi, il Mandorleto. E, dovunque lo sguardo si posi, mandorli fioriti. Giovinezza, superficialit, spensieratezza aerea levit di mandorli in fiore che, se appena tocchi, i petali candidi spargono nel vento...
Morta adesso Barberina, la Barberina dei miei e dei suoi vent'anni, Barberina che perdona finalmente anche la morte d'Isidoro ora che l'ha ritrovato, Barberina che perdona la vita gli uomini, le cose, forse anche Rosalba Casarsa e certamente anche me... Ma se Barberina perdona nella suprema indulgenza che illumina il residuo terrestre dei trapassati, non io perdono a me stesso ci che a Barberina ho fatto soffrire. Metto sul freddo della sua fronte il calore del mio ultimo bacio. M'inginocchio anch'io accanto a lei. Tocco con la mano sotto la seta, rigido nella morte, quel suo braccio sinistro che un giorno cos ansiosamente s'era appoggiato sul mio, caldo e mobile in un'altra seta: la seta bianca del suo vestito da sposa. Compagna fedele d'un quarto di secolo nel mio umano viaggio, quando pi la mia compagnia t'era necessaria, io ti ho voltato le spalle. Quando il mondo da ogni parte precipitava nello spavento attorno a noi, la paura di rimanere solo, l'ansia per la vita di nostro figlio minacciato dai cannoni, mi fecero cercare altrove la possibilit d'uno scampo nella catastrofe. Non vidi, non seppi, non intesi allora che il solo scampo sereno e possibile era accanto a te, n, ferito a morte nostro figlio, compresi che il destino era questo: piangere in due il bene supremo che ci lasciava, fare di due disperate solitudini un'ultima compagnia e, unendo il dolore nell'accettazione solidale, far del martirio terreno un celeste eroismo. Ora intendo, ora so; troppo tardi. Tu sei morta, Barberina, e gi distesa. Io sono ancra in piedi; tuttavia morto ugualmente, nella folla dei cadaveri che camminano ancra. E colei che imperson il sogno nell'errore, colei che fu il mio ultimo volo e la tua seconda caduta caduta di madre, caduta di compagna, ora ... Dov' adesso Rosalba Confalonieri, riverita gentildonna e madre felice? Dov' Rosalba Confalonieri, moglie d'un altro, ora che io piango Barberina, ora che io sento dal suo postumo sorriso il perdono di mia moglie senza credermene degno?
Le suore di Nostra Signora di Namur mi portarono il foglio delle sue volont supreme, scritte una settimana prima di morire, quasi che nel cuore, sempre pi debole nella spaventosa fatica di vivere di l dalle tombe piene di noi, avesse sentito la morte avvicinarsi. Sono poche parole semplici, per me. Vuole che io mi senta da lei perdonato. Vuole che io dia alla mia vita di esule ancra uno scopo: la mia musica, quella che nostro figlio tanto amava. Chiede che io la seppellisca accanto ad Isidoro affinch madre e figlio anche nelle ceneri possano essere eternamente insieme. Ed ordina d'essere sepolta senz'apparato, silenziosamente, presente io solo, rendendo nota agli altri la sua dipartita solo quando ella sar sotto terra. E l'abbiamo sepolta cos, una sera, accanto al figlio, scortandone la bara solo io e suora Maria Teresa. L'abbiamo lasciata cos, una sera, col suo caro figlio di vent'anni, sotto i cipressi, povera piccola madre che solamente di suo figlio visse e di suo figlio mor. "Elle est morte d'amour..., mi dice suor Maria Teresa nella vettura che ci riaccompagna. Ed aggiunge: "Elle n'tait pas folle. Con me ragionava lungamente, nel pi perfetto equilibrio delle sue facolt. E una volta mi aveva detto impegnando prima il mio silenzio in un giuramento: "Ho lasciato che mi credessero pazza per essere sola. Ho voluto in questo modo che nulla del mondo, nulla del passato, venisse a mettersi tra me e mio figlio per separarci. Ora che Isidoro ha lasciato il mondo, io non ho pi che mio figlio e Dio..." E Dio l'ha presa con l'Ostia fra le labbra e nel cuore. Suo figlio l'ha ritrovata. Il miracolo della fede  dunque compiuto. Sia Barberina benedetta nella sua divina ricchezza, dalla nostra umana miseria. A me superstite non rimaneva altro cmpito che raccogliere e portare con me i suoi pochi, ultimi e ordinati ricordi e scrivere a pochi amici, prima di ripartire senza rivederli, le parole che suor Maria Teresa mi ha dette accanto al tavolino dove io mi preparavo a scrivere a Sebastiano Cremisi, a Andrea Fiore, a Mariano Biglia, al principe di Waldemunken e a pochi altri: "C', nel Cielo, una santa di pi..."
Ed ho voluto, di questa santa, ritornato alla bicocca della mia solitudine, parlare ad un santo. Il principe di Waldemunken, che  sbito venuto a trovarmi non appena m'ha saputo di ritorno, ha raccolto le mie confidenze. Ho avuto bisogno d'aprirgli interamente il mio cuore e la mia coscienza. "Non c' bisogno gli ho detto, d'un confessionale. Non  necessario che io m'inginocchi davanti a lei. Possiamo anche restare seduti, come siamo, in questa stanza, l'uno di fronte all'altro, fratelli umani che si tengono compagnia nei loro ultimi giorni, illuminato il primo di luce dalla purificazione, sommerso l'altro ancra nelle ombre delle sue incertezze, ma anelante alla Grazia con ogni palpito dell'anima sua..." Presi nelle mie le mani dell'abate dei Camaldoli, dicendogli in un sorriso: "Questa  una confessione laica, in un salotto. Ma Dio intende lo stesso, anche fuori delle chiese, l'affanno dei penitenti..." Il principe di Waldemunken consent sorridendo: "Dio  dovunque, mon ami. Era anche sul campo di battaglia di Verdun dove mio figlio mor nelle mie braccia vedendo Dio e la bandiera tedesca nell'ultimo sguardo d'un medesimo amore..." Apersi cos, durante due ore, ogni segreto del mio passato. Mi accusai e mi dissi imperdonabile. Tutto l'Abate seppe di me; l'amore per Rosalba la paternit illegittima, l'iniqua pena di Barberina, la responsabilit della mia coscienza di fronte alla madre abbandonata per altra donna, per altra vita, per un altro amore di padre, mentre le moriva suo figlio, nostro figlio...
Mi ascolt in silenzio, l'Abate, senza interrompermi. E solo quand'ebbi finito, una sua mano si stacc dalle mie per appoggiarsi sopra la mia spalla.
In questa confessione laica, come lei ha detto cos bene, non s'incontrano cominci a dire l'Abate, un giudice e un giudicabile, un ministro della legge divina e un umano penitente. Sa chi sono di fronte mentre noi parliamo, mio caro maestro? Due poeti uomini come tanti altri, due peccatori... Sa perch, tra tutti gli apologeti, il pi caro al mio cuore  Pascal? Perch alla certezza arriva da tutte le incertezze, perch con lo spirito fatto all'ordine delle matematiche, in cui gi fanciullo prova il suo genio sbalordendo i sapienti del suo tempo col suo Trattato delle sezioni coniche, intende e comprende in fondo al cuore, tutt'i disordini della passione, perch gi anelando alla "dolce rinunzia"; prima di trovarsi e di riconquistarsi, nel contraccolpo dell'accidente di vettura per i cavalli impennati nel ponte di Neuilly che rischiano di gettarlo nelle acque della Senna, tuttavia si smarrisce in compagnia di libertini, di giuocatori e di galanti donne. C'erano, nei miei reggimenti di usseri, i peggiori ribaldi del mondo, che mal soffrivano la disciplina militare, che avrebbero fatto a brandelli la bandiera tedesca ed assassinato, se impuniti, anche l'Imperatore. La mia predilezione di capo andava sempre a queste anime buie nelle quali, illuminandole, bisognava suscitar l'eroismo. E sa quali erano, di fronte al nemico, al momento degli assalti, i migliori soldati, gli usseri sublimi? Proprio questi ribelli pentiti, questi miei cari soldati redenti. Pascal, precisamente Pascal, rileva questa duplicit dell'uomo per cui gli sembra che noi s'abbia due anime, dannata l'una dal peccato originale nel buio del Dio perduto, capace l'altra di cercare la luce e di riconquistare Dio. Erano cos, con due anime, anche quei soldati che s'ammutinavano nelle caserme. Era cos anche Biagio Pascal tra la schiavit pesante dei sensi e la libera sublimit dello spirito.  cos anche lei, come ogni uomo, incerto tra errore e verit. Sono cos anche io, ieri, oggi, domani, tra peccato e penitenza, tra l'ombra e la luce.
Si accost di pi a me con la sua sedia e fu lui il secondo a confessarsi:
Ho fatto anche io soffrire a lungo, e nel modo pi duro, Federica di Waldemunken. Non si  impunemente, cio senza tentazioni, l'uomo che sono stato io tra i trenta e i quarant'anni. Le donne ronzavano attorno al bell'ufficiale degli usseri della Morte, ricco, piacente, principe, protetto dall'Imperatore, come mosche attorno a un barattolo di miele. Ne ebbi cento. Ne amai, oltre Federica, una sola. Cento volte seduttore dalla vittoria quanto mai facile, una volta, sedotto, incontrai quella che impose la vittoria difficile. Immagini che cosa pu essere, prima della guerra, l'orgoglio d'un giovane principe tedesco al quale reggimento, salotto, alcova, tutti ubbidiscono. Ma una piccola donna fa fronte, difendendosi dal mio assalto sbrigativo solo con la beffa e la sfida dei suoi sorrisi e resistendo alla mia prepotenza. Non gi una dama di Corte, uno dei grandi casati germanici che avevan tutti piegato mio capriccio. No...  una piccola ebrea di Vienna, Carlotta Prager, ballerina all'Opra di Berlino, carne da vendere, anima da comprare. Voglio l'amore, gratis, per i miei begli occhi, pi il mio nome, per la mia arroganza di padrone. Mi ride sul muso. Metto allora mano al portafogli. Firmo assegni. Li fa in quattro pezzi o ci accende la sigaretta quando li consegno. Rifirmo sotto cifre sempre pi grosse. Anche un milione di marchi, ha un giorno uguale sorte; nel suo camerino otto pezzi di carta scaraventati sopra il mio viso davanti alle sue cameriere e due parole da gridarsi solo ad un servo: "Hinas! Hinas!... Via di qui..." E un giorno, su l'Unter den Linden, passando in sella al mio pi bel cavallo che anche l'Imperatore m'invidia, getto sul grembo di Carlotta Prager, spavaldamente distesa nella sua vettura un triplice collana di perle... Un milione per ogni filo. Ma col manico del suo ombrellino di merletti Carlotta Prager tocca le spalle del suo cocchiere e, infilandola sul manico, gli d la collana: "Fritz, hanno gettato questa roba.  certamente per voi. La vostra maschia bellezza ha sedotto un ufficiale degli usseri, probabilmente invertito..." Due giorni dopo Carlotta Prager lascia Berlino con un giovane amante. Io la raggiungo a Parigi. Schiaffeggio in un dancing di Montmartre questo povero ragazzo che balla con lei. In duello lo ferisco gravemente, tuttavia Dio sia lodato! senza ucciderlo; ma non perch, assassino, non lo volessi... Da Parigi Carlotta Prager va a Londra. Da Londra corre a Roma. Da Roma scappa a Budapest. E io dietro, attraverso l'Europa, impazzito. Chiedo un'aspettativa di sei mesi. Ma la concedono. Vola. Raddoppio. Mi richiamano. Minaccio le dimissioni. Direttamente mi scrive, di suo pugno, l'imperatore: "Ritornate, Waldemunken. Io ve l'ordino". Ma non ritorno. Carlotta parte per Madrid. Io la seguo. A una corrida chiama a s un famoso torero, quel giorno vittorioso tra gli evviva. Gli d a voce alta, affinch io senta, l'indirizzo dell'albergo dove abitiamo tutt'e due. Aspetto la notte. Sono oramai a due passi dal delitto. Compro una rivoltella alla Puerta del Sol: due colpi. Uno per lei, uno per me. A mezzanotte busso alla sua porta. Chiusa. Mi risponde una voce beffarda: "Non si pu. Andatevene. C' con me, questa notte, il bellissimo Malcasada..." Non vedo pi nulla. Con una spallata sfondo la porta ed entro per uccidere. Ma non c', scoperto o nascosto, nessun torero. Carlotta Prager  sola, pronta per la notte: "Imbecille! Ti aspettavo. T'adoro da un anno. Ma, prima di darmi a te, ho voluto vedere quanto tu mi amassi. Ora lo so. E tu prendimi. Sono tua. Gratis!" Abbiamo vissuto due anni, liberi, felici, giurandoci amore per l'eternit, su la Riviera italiana, a San Remo.
L'Abate che prima nel bel volto espressivo sembrava avere rivissuto episodio per episodio passione e furore, ora rivive negli occhi sognanti estasi e felicit.
Due anni... Due brevissimi anni. Non esistono pi per me mia moglie, i miei figli, il mio nome, il mio reggimento, la Germania, l'Imperatore. E cpita a San Remo un americano. Costui propone a Carlotta di ballare a Nuova York. Lei rifiuta. L'altro insiste. Sento l'americano scuotere a poco a poco la volont, prima energica, di Carlotta Prager. Fa i conti.  agli sgoccioli. Ma io sono ricco. Offro denaro, quanto mai denaro Carlotta possa volere. Rifiuta: "Denaro da te? Mai..." E l'altro conquista sempre pi le sue simpatie. Io sono geloso. Lei ride. Io minaccio. Lei daccapo mi sfida. Sono cos per cadere nell'amore pi miserabile e pi vile, nei compromessi del dubbio, della spartizione possibile, della gelosia e della rivalit che vengono a patti. A tempo una seconda lettera dell'Imperatore mi salva: "Nessun Waldemunken, tutti essendo stati servitori fedeli dell'Impero, ha mai disubbidito ai miei avi. Voi, Goffredo di Waldemunken, non rientrando immediatamente a Berlino per assumere servizio a Corte come mio ufficiale d'ordinanza, disubbidirete a me per il primo, senza possibilit di perdono..." Partii la notte stessa, abbandonando Carlotta Prager in uno sforzo eroico di disciplina. Ero salvo. La prima luce, quella del mio Sovrano, fu in me. L'altra, quella di Dio, venne molti anni pi tardi. E lei sa come.
Sento fremere ancra, nella compostezza del santo, le torbide passioni dell'uomo da cui il santo  venuto. Rivedo me nei medesimi ardori, negli stessi furori. Mi ritrovo cieco come lui fu, nelle tempeste dei sensi, dell'orgoglio, dell'egoismo. Ma l'Abate continua:
Come vede, due peccatori, due poveri uomini... Ma quando a Potsdam il colpo di rivoltella nelle sale vuote del Castello annunzi che Federica di Nuremberg, mia moglie, s'era uccisa, non solamente i figli perduti in guerra e l'Impero rovinato nella sconfitta io considerai cause di quella morte. Me ne sentii anche io direttamente responsabile. Il mio ritorno a Federica dalla mia follia per Carlotta Prager mi aveva a lei riavvicinato, ma non mi aveva mai pi con lei fuso e confuso in una sola spiritualit, come sempre dev'essere della coppia umana destinata a sopportare in due, dividendolo, ogni evento della vita. Di fronte alla sua solitudine materna, anche come donna Federica si sent sola. Io armai quella mano che non era pi appoggiata sopra la mia spalla. Il colpo di rivoltella di Potsdam fu per me i cavalli di Pascal imbizzarriti sopra il ponte di Neuilly e pronti a gettare la carrozza del giovane Biagio contro i parapetti. Appare Dio, subitamente, nel fragore e nello spavento d'una catastrofe. Ed io ho, ai Camaldoli, il mio Port-Royal.
Ma io non ho ancra rifugio, rispondo all'Abate. Io sono solo, smarrito, senza saper che fare e dove andare...
Lei deve stare qui dove l'anima sua, in cerca di pace, l'ha irresistibilmente portato, risponde l'Abate. Non  indispensabile cercare Dio in un convento. Bisognerebbe ammettere che Dio sia solamente nelle case dove si prega. Dio, invece,  dovunque l'anima l'altro cuore della duplicit di Pascal, raggiunge la coscienza di s. Non  necessario riempire il mondo di monaci. Basta popolarlo di cristiani, d'anime illuminate.
Tent ancra, l'Abate, mentre l'oscurit della sera entrava nelle mie stanze, di far luce dentro l'anima mia. Avendo chiaramente inteso quanto di me gli avevo raccontato, limit la mia responsabilit umana paragonandola alla sua e circoscrisse il campo della mia espiazione....
Siamo due peccatori disse, davanti al loro peccato. Ma non sono i nostri peccati paragonabili nel peso d'uguali responsabilit. Io non ho circostanze attenuanti se non il cieco istinto e la perduta ragione. Ero felice, ero amato e tre meravigliosi figli erano benedizione divina sopra il mio umano cammino. Orgoglio e sensi mi fecero ciecamente disertare un posto dove gi Dio, facendomi ricco delle sue maggiori larghezze, m'aveva benedetto. Lei ha potuto smarrirsi, invece, in un senso pauroso di catastrofe umana che l'ha portata a cercare qualche cosa dove aggrapparsi: l'unico figlio ferito a morte, sua moglie da lei allontanatasi nell'esclusivo amore della madre, i suoi occhi minacciati di cecit, l'arte che le parve perduta e impossibile, il caos della guerra spaventoso e incomprensibile per chi, rimasto indietro, non pot trovare nel suo posto di soldato il suo orientamento. Tutto questo spiega, giustifica, riduce il male.
Ascoltavo come liberandomi d'immensa pena, tesa l'anima alle sue parole.
Pi facile dunque per lei che non per me, maestro, concluse l'Abate, ritrovare la luce. In fondo lei, pure smarrendosi in essa, non l'ha mai abbandonata. Il peccato consapevole dell'errore  gi a met espiazione; e quindi  gi a met perdonato.
Furono le parole consolanti su le quali il principe di Waldemunken si lev per uscire con me nel giardino e ritrovare al cancello il calesse col quale di solito scendeva da me e poi risaliva ai Camaldoli. Nonostante la settantina gi superata vi salt sopra agilmente e vi si assest sicuro, con quella sua aria padronale che, anche sotto il saio bianco del monaco camaldolese, rivelava il gran signore fatto a dare il comando e ad imporre l'obbedienza. Prese lui le redini togliendole dalle mani del famiglio che gli sedeva accanto. Tocc appena il cavallo con la punta della frusta. Tir ed abbandon con rapida decisione le redini sopra la bestia che part di gran trotto. Sentii alta, nell'ombra notturna, la sua voce: "Aufwiedersehn... Arrivederci..."; ed io, nel calesse che risaliva al monastero, rividi su la serpa d'un tilbury scintillante dalle alte ruote gommate il giovane ufficiale degli usseri della Morte che, sotto i tigli dell'Unter den Linden, scontrava la carrozza di Carlotta Prager, lanciando alla ballerina famosa e restia occhiate di furore e d'amore e una collana di perle...
Ma ero appena rientrato nelle stanze della bicocca che sentii un cavallo fermarsi al cancello. Credetti ad un ritorno dell'Abate. Cercai attorno, nelle stanze, che cosa egli avesse potuto dimenticare. E, nella porta dischiusa, pensando di rivedervi l'alta figura ecclesiastica e mondana che tanto ricordava quella dell'abate Liszt, vidi affacciarsi, spaurito dall'imprevisto, il faccione florido di Giotto, tondo come il suo eterno o:
O non sa che c' gente? O devo farla entrare o no? O che devo dire a codeste persone? E un vecchio signore arrivato in vettura, con bauli e valigie, che dice d'essere amico suo...
Una mano, ponendosi sopra le spalle di Giotto, allontan con prepotenza Giotto dalla porta aperta a met. E vidi entrare nella mia stanza, in una palandrana color marrone come ai tempi lontani del Mandorleto, il mio vecchio maestro Sebastiano Cremisi.
Dieci anni! esclam entrando e prendendomi nelle sue braccia. Sono vicino a averne cento, mio caro Sisto; e poich gli uomini non vogliono assolutamente pi saperne di me, ho voluto rivedere, prima di morire, l'ultimo uomo per il quale io sono forse ancra.
Presi nelle mie le due mani del vegliardo che tremavano per la commozione. In un riverente rispetto portai alle mie labbra quelle povere vecchie mani che m'avevano insegnato la musica. E rimasi a lungo in quell'atto d'umilt e d'ammirazione. Sentii sopra la mia testa reclina il silenzio di Sebastiano Cremisi e intuii le sue lacrime prima ancra di vedergliele dentro gli occhi e su le guance scavate dal tempo. Udii la sua voce che pregava come quella d'un bambino.
Fammi sedere, Sisto. Sono stanco...
Stanco... Guardai Sebastiano Cremisi davanti a me. Solo gli occhi, pur tra le lacrime della commozione senile, gli ridevano nella gioia di rivedermi. Tutto il resto, vivo ancra, era gi morte. Avevo lasciato un vegliardo miracoloso e spavaldo che sfidava i pi giovani, Rivedevo un vegliardo legato ancra alla vita d un esile filo. In un minuto di stanchezza, il vecchio maestro chiuse gli occhi e abbandon le braccia. Ebbi davanti a me un cadavere seduto.
Ho pensato disse Sebastiano Cremisi, riaprendo le palpebre pesanti, che tu solo non mi avresti respinto.  finita, Sisto. Nessuno vuole pi la mia musica. Quando ancra ne parlo, i ragazzi ridono, beffano. Mi hanno appiccicato un nome che diverte tutti: "Il maestro Matusalemme..." E c' di peggio. Resto per ore ed ore al pianoforte tenendo su la tastiera queste mie povere mani che non si possono pi muovere. Ma non m'esce pi dal cuore e dalle dita, per quanto aspetti, una sola nota. Ho sentito cos, in quest'aridit, di non avere pi da vivere che pochi giorni. E ho avuto paura, Sisto, di morire solo. Sono dunque venuto perdonami se ti d noia, a morire accanto a te, come si va a morire accanto a un figliuolo...
Sono vecchio anch'io, maestro, risposi a Sebastiano Cremisi riprendendogli le mani.
Il vecchio maestro mi guard sorridendo:
Tu? Tu sei giovane...
E dai suoi cent'anni vicini guard con invidia, come se vedesse ancra davanti a s l'adolescente che conobbe al Mandorleto, i miei cinquantanove anni che fanno anticamera davanti ai fusi delle Parche.
...
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2. FANTASMI DI RITORNO DAL MONDO.
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Di ritorno alla Cipressaia dopo una lunga passeggiata per queste ridenti strade campestri piene della primavera che dovunque, prati e fiori, rif il verde ed il rosa riverniciando tutto a nuovo coi notturni pennellini dell'aprile, vidi senza soverchio stupore un'automobile ferma davanti al mio cancello. Immaginai come altra volta era gi avvenuto, una sosta di impresarii tedeschi o americani i quali, ignorando la condanna dei miei occhi costretti a fare la pi stretta economia della loro residua forza visiva, ancra venivano di tanto in tanto a sollecitarmi per direzioni di stagioni teatrali o di concerti, poich pu essere per gli uomini curiosit anche disseppellire i sepolti. Ma quest'elegante automobile, una specie di grosso siluro d'argento, mi sorprese pi delle altre. Su la tabella posteriore recante il numero aveva, infatti, il nome di Roma. Pensai sbito ad Andrea Fiore e a Musetto. Due posti nella macchina: Andrea che  buon conduttore e la sua compagna. Sapevo da due anni la coppia felice in giro per il mondo a rifar giovane la vita nel viaggio. Avevo ricevuto cartoline da loro coi francobolli e le vedute dei pi lontani e singolari paesi: la Persia e il Gran Deserto Salato, il Siam e le pagode di Bangkok, i vulcani e i coralli dell'arcipelago del Capo Verde, la gola della Torre rossa nelle Alpi di Transilvania... Pensai che potessero, pittoreschi e insaziabili viaggiatori, aver finalmente ritrovata la via di Roma e della "Casa delle nuvole", di l venendo a scoprire, tra tante curiosit, anche la mia bicocca in mezzo ai cipressi e a farsi perdonare, inaspettati ospiti, un troppo lungo silenzio.
Il cancello, aperto per i visitatori, non era stato richiuso. Chiamai a gran voce Giotto inutilmente. Pensai che, dato ricovero ai viaggiatori, egli fosse venuto a cercar di me per via opposta alla mia. Nessun altro segno di vita nella bicocca: i vecchi alle solite quattro panche, laggi in fondo, dietro le schiere dei cipressi, dove Sebastiano Cremisi ha sbito ritrovato, decantando le sue trascorse glorie, un quotidiano e come ne abusa! pubblico di ammiratori e d'ascoltatori. Gi nei sotterranei le donne a preparare il pranzo, sorde ad ogni voce che non sia quella dei tegami. Mi avviai dunque da me nella sala a terreno per vedere chi fosse arrivato. E mi trovai di fronte cos, vestita di grigio, un fiore bianco all'occhiello del suo abito a vita, Rosalba Casarsa, Rosalba Confalonieri.
No. Non pi Confalonieri. Tra le notizie che, mesi or sono, arrivando alla bicocca per eleggervi il suo ultimo domicilio, port il maestro Sebastiano Cremisi, c'era anche questa: sei mesi prima, esperimentando il suo primo dirigibile, il generale Alessandro Confalonieri, eroe dell'aria dopo essere stato eroe del mare, era tragicamente perito a bordo dell'apparecchio in fiamme. Tuttavia Rosalba, sua moglie, m'apparve vestita di grigio: color da vedova di secondo tempo, superato l'anno delle fitte gramaglie. Ebbi dunque come primo pensiero, rivedendola davanti a me dopo tant'anni: "Ecco una vedova gi a met consolata..." E il secondo pensiero fu il calcolo rapido degli anni: "Ventisette anni quando ci lasciammo. Da allora  il 1932, quattordici anni... E sono, oramai, uno pi di quaranta. L'et alla quale Balzac gi da dieci anni aveva sepolte le donne..."
Beffa a parte, Rosalba  bellissima. Balzac ha torto. Ci sono donne che sopravvivono a lungo al tramonto della femme de trente ans. Questa, per esempio. Se non si vedesse qualche chilo di pi nello slancio dell'alta persona, se l'impasto della carne non apparisse alla gola un po' pi sodo d'allora, se le bellissime labbra non piegassero leggermente in un senso di qualche stanchezza, se soprattutto i luminosi occhi non si fossero velati d'un po' di quella nebbia che dallo sguardo sembra farsi presente nell'anima prima che il corpo, cedendo all'autunno, se ne avvolga, Rosalba potrebbe apparire interamente quella che fu nella sua bellezza altera d'imperatrice che sfida a gara ogni altra bellezza dall'alto d'un trono.
Non su un trono  adesso seduta Rosalba Casarsa, vedova Confalonieri. Mentre il cervello pensava a misurar la vedovanza e a contare gli anni che non si vedono, la cortesia del padrone di casa mi aveva fatto accogliere con urbanit l'inaspettata visitatrice, dicendole la sorpresa lieta di trovarmela davanti, proclamandomi fortunato di rivederla dopo tanto tempo, invitandola a sedere a me i guanti, a me la borsa e levarsi, se crede il piccolo e grazioso cappello, sopra la meno sgangherata delle mie vecchie poltrone. Nella confusione dell'incontro Rosalba consegnandomi quanto pu darle fastidio, togliendosi il cappello che scopre capelli dove non  un solo filo di grigio, sedendosi con quell'arte sicura dell'atteggiamento statuario che fa diventare seggio anche un panchetto, ha pi sorrisi che parole. Pare che non so quale letizia lungamente attesa tutta la illumini rivedendomi. Non  altrettanto evidente ch'ella sappia precisamente che cosa debba dirmi nel rivedermi. N io so, sbito interrogare. Le d il tempo d'aprire a modo suo il discorso. Rompiamo il vuoto momentaneo col cerimoniale d'uso dei complimenti fra coloro che si ritrovano dopo essersi a lungo perduti. Io le dico che  sempre bellissima, senza mentire. Pi facile come donna alle menzogne, Rosalba graziosamente assicura che io son tale e quale. Come se non ci fosse dietro di lei lo specchio che scopre sul mio volto tutte le avarie del lungo tempo e rimprovera Rosalba mentre mi parla festosamente: "Tu dici, amabile donna, una grossa bugia di pi..." Ma quando i complimenti, che non possono eternamente durare, ci riducono dalle due parti al silenzio, io cerco, senza trovarlo, il modo d'andare avanti. Anche Rosalba ha l'aria di fare altrettanto. Generica, senza impegnarsi, comincia a dire:
Io sono venuta, Sisto, per dirti...
Si ferma sul piccolo preludio: poche note d'orchestra. tanto per cominciare. Ma il tema non viene. La musica resta interrotta. Chiusi gli occhi, nervose le mani l'una nell'altra, Rosalba fa disperatamente appello alla sua ispirazione. Nulla. La fantasia tace. Tuttavia bisogna riprendere. E all'improvviso, riaprendo gli occhi su me, dal primo pizzicato leggero degli archi sferza di colpo tutta l'orchestra in poche parole:
Morta tua moglie, morto mio marito, io sono venuta a riprendere il mio posto, Sisto, accanto a te...
Chiude gli occhi come chi abbia lanciato una bomba e aspetti lo scoppio senza voler vedere la rovina. Ma lo scoppio non viene. Io taccio. Rassicurata, Rosalba riapre gli occhi su quel silenzio e si trova davanti, misterioso di significati, un mio sorriso. Questo, a prima vista, superficialmente interpretandolo, le d altro coraggio. Scioglie infatti le sue due mani e le tende verso di me, come se fosse facilissimo riallacciare con dieci dita ci che due cuori e due coscienze per cos vasto tempo divisero. Ma, sbito dopo, deve una seconda interpretazione meno facile del mio sorriso tagliarle lo slancio. Che le mani indietreggiano senz'avermi toccato e stancamente, in un senso di movimento inutile ed inopportuno, ricadono. Io continuo a sorridere in silenzio. Rosalba richiude gli occhi; forse la bomba  ad orologeria ed occorre, perch scoppii, che un certo numero di secondi sia trascorso. E solo allora, quand' ad occhi chiusi, mi piace di rispondere a Rosalba. Mi pare cos di guidare amorosamente un cieco che ha sbagliato la strada:
Che diresti tu, Rosalba, d'un servo il quale, avendo prestato fedelmente servizio per anni ed anni in una casa, si vedesse allontanato un giorno da casa per la preferenza data ad un servo migliore? Il servo giubilato si ritira, vecchio e stanco, nel piccolo paese dov' nato e dove morr. E un bel giorno, tanti anni dopo, si ritrova davanti la padrona che l'ha messo alla porta e che serenamente  venuta a dirgli: "Il servo che ho preferito ora  morto. Io ti riprendo, adesso al mio servizio..." Che cosa pu mai rispondere quel servo all'avventata padrona per la quale esiste solamente la sua convenienza e non il dolore degli altri? Equamente quello, Rosalba, che io rispondo a te: "Hai sprecato il viaggio, antica padrona. Troppo tardi. Io non sono servo di ventura che si prende e si lascia a capriccio per ritornare a prenderlo ancra... Non c' pi nulla da fare. Se sei venuta fin quass solo per questo, puoi ripartire..."
Ha ascoltato a occhi chiusi. Ora li riapre sul mio nuovo silenzio e sul mio nuovo sorriso. Che le mie parole sono state semplici, umili pur nell'orgoglio e senza alcuna acrimonia. Parole quindi che se non in me, in lei, non distruggono la speranza di Rosalba, ma solamente l'allontanano. Gli occhi che mi guardano teneramente non sembrano essersi scontrati con un'impossibilit. Pare che abbiano invece urtato solo in un'inutile perdita di tempo. E Rosalba accettando di perdere il tempo cos, pensa di doverlo almeno occupare col ragionamento:
Perch parli Sisto, di padroni e di servi? Nell'amore ogni essere che ama  l'una cosa e l'altra nel medesimo tempo. E noi ci siamo follemente amati. Ma no: correggo... Noi ci amiamo follemente ancra. Senza amarmi, tu non ti saresti sepolto qui, solo, per tanti anni... Senza amarti, io non avrei sofferto per tanti anni, mai riuscendo a dimenticare, della tua assenza. So che Andrea Fiore ti ha sovente scritto di me. So che Sebastiano Cremisi  qui da alcuni mesi. Lo vidi poche settimane prima che venisse a raggiungerti, quando gi mio marito aveva perduto la vita nella catastrofe del lago d'Orta. Per anni ed anni Sebastiano Cremisi deve avertelo detto, m'ha visto di continuo salire le sue scale. Andavo a prendere da lui, nella mia miseria, nel vuoto dei miei giorni solo in apparenza felici, il bene delle tue lettere che non mi erano dirette, che non parlavano mai di me... Vivevo delle tue parole che, come al tempo dei nostri colloquii d'amanti, mi arricchivano e m'illuminavano il mondo. Anche se estranee a me, dirette ad un altro, io le sentivo, le tue parole, tutte piene di me, quasi direi colorite di me incancellabilmente... Ma non potevo correre da te come avrei voluto ogni sera, come mi appariva impossibile ogni mattina. Sperduta, spaurita, con un figlio, assediata dagli altri, suggestionata da tutti, avevo accettato come possibile il sacrificio del mio matrimonio. Avevo creduto di poter amare un uomo che dava a me, cantante ridotta al silenzio, a me senza scorte, uno stato, un uomo che dava a nostro figlio, al nostro povero piccolo Sisto senza cognome, una legittimit sociale, una fierezza senz'ombra... E non potei. Non seppi amare. Amai te. Sempre te, te solo. L'intese anche Alessandro, pentito del suo errore pur senza dirmelo. Risento, continuo, ossessionante, il suo rimprovero: "Sei qui col corpo, persona fisica... Ma con l'anima..." Aveva ragione. Con l'anima ero qui, con te. Cinque anni or sono seppi di tua moglie... La sua fine, poveretta: mirabile. Volata a Dio, come una santa.
Col gesto rifiuto l'elogio dell'avversaria sopravvissuta. Basti a Rosalba un silenzio che la perdono. E lasci Barberina alla sua pace.
Ma no, non rimproverarmi, Sisto, se io ti parlo di lei riprende Rosalba. Quanto patii di quella morte! Prima di tutto il rimorso e un gran bisogno d'avere, di sentire il suo perdono sopra di me. Ma poi la sensazione del mio errore, del mio cieco errore... Sembrava che non so chi il destino, volesse deridermi: "Non vedi? Se tu fossi stata pi forte, se tu avessi aspettato... Sisto, tuo figlio, potrebbe oggi avere il nome del suo vero padre, tu potresti essere oggi la signora..."
Balzo in piedi in un ordine:
Taci, Rosalba...
Non tace. Continua. Io sono andato nel vano d'una finestra, la fronte che mi brucia sopra i cristalli freddi, stamburando con le nocche sul legno dell'imposta, guardando il giardino pieno di mobili farfalle bianche e vigilato dall'immobilit dei miei verdi cipressi. Sento dietro di me, nella stanza, avendo tutta la mia anima fuori, in un pi largo e in un diverso mondo, la voce di Rosalba la cara voce d'una volta, che insiste.
Poi  venuta, inaspettata, non aspettabile, mai pensata o desiderata, questo posso giurarlo su Sisto, la mia libert. Povero Alessandro! Caduto cos a meno di cinquantacinque anni, bruciato nell'aria di cui s'era innamorato pi che del suo mare, carbonizzato col suo dirigibile. Lo rividi cos, su le rive del lago d'Orta, sotto un lenzuolo... Sollevai un lembo. Scopersi uno spettro nero. E ricoprii nel terrore. Avr sempre quell'immagine negli occhi, finch io viva. Era partito due giorni prima dalla sua casa, per Taliedo, felice, promettendo la vittoria per s, per noi il suo ritorno...
Rispettoso della morte, non posso tuttavia sentire dietro di me questa lunga commemorazione. Mi volto di colpo e investo Rosalba:
Insomma, che vuoi?
M' sopra, decisa a vincere, le braccia al mio collo, cercando con la bocca ansiosa le mie labbra che sfuggono mentre le mie mani la respingono e l'allontanano da me.
Voglio te... Voglio te, amore mio che non avrei mai dovuto lasciare...
Nella lotta silenziosa che Rosalba impegna ho facilmente io il sopravvento. Con un gesto duro la rimetto a sedere. Risiedo anch'io. E, volto su volto, occhi negli occhi, le son davanti:
E ti par cos facile riprendere quello che s' perduto? Ti par cos facile riallacciare passato e avvenire, superando due tombe, attraverso il solco profondo di quindici anni? Guardami senza illusione: sono un vecchio. Intendi bene quello che in quasi quindici anni  avvenuto: ho sepolto la mia vita qua dentro, ho fatto di quest'ultima casa una tomba. Credi tombe, tu, solamente quelle dei cimiteri? Ci sono le altre sepolture, pi terribili, pi tragiche: queste che non si vedono, le case vuote dei vivi che sono morti. E che vieni a fare tu qua dentro, oggi, cos tardi? Non ti ributta indietro questo tanfo di morte che si respira in questa casa dove un uomo ha rinunziato a s stesso e, voltando le spalle alla vita, ha aspettato giorno per giorno che la morte, liberandolo, venisse a prenderlo? Semplifichi troppo, Rosalba. Vuoi diventare la moglie di Alessandro Confalonieri e getti me fuori della tua vita, mi porti via mio figlio, il mio figlio nuovo al quale, perduto l'altro, io mi potevo unicamente aggrappare per reggermi, e sposi il marito, il padre sociale, quello che legittime nozze, consacrate, bollate, possono dimostrare padre d'un figlio non suo. Poi, morto Alessandro Confalonieri, lasci trascorrere i primi anni di lutto per non venire qui vestita di nero e, cambiato vestito sfoggiando nel grigio il mezzo lutto, corri sbito a dirmi: "Ehi, fammi posto. Ricominciamo..."
I gomiti su le ginocchia, il capo tra le mani dove non c' nessun anello, neppure, sgarberia al morto, ma omaggio a me, il dischetto nuziale, Rosalba guarda a terra, come se allontanare il suo sguardo dai miei occhi fosse anche allontanare la coscienza dalla responsabilit. Tuttavia se gli occhi mi si sottraggono, le orecchie, che non sono sorde, anche attraverso il lieve riparo delle dita restano aperte ai miei lunghi rimproveri. E non gliene risparmio vuotando l'anima inasprita e dolente, uno solo. Dico la mia solitudine desolata, la mia fuga dalla citt, il mio riparare, inseguito dall'inutilit di vivere, in questa bicocca solamente destinata a darmi un letto per la stanchezza corporale e un ricovero dalle intemperie. Dico i giorni vuoti, le albe senza luce, le sere senza conforto, l'arte rinunziata, i manoscritti abbandonati alla polvere di vecchi cassetti, il buio della vita senza pi ragione di vita, l'ultima mia amicizia coi due umili frati, l'ansiosa ricerca d'una musica nuova e di una grande luce sopra l'harmonium dei Camaldoli, in una piccola chiesa d'eremitaggio... Tutte cose che gi ella sa e che lascia cadere, accuse gi lette e rilette cento volte nelle mie vecchie lettere a Sebastiano Cremisi e ad Andrea Fiore. E Rosalba  come un'imputata infastidita che senta dal presidente prolissamente riassumere l'accusa e l'interrogatorio. Tutto questo le  noto e non pu interessarla. Solo interesse acuto sono per lei la deliberazione del tribunale, la conclusione del formale processo, l'incerta sentenza...
Strano che gi non senta la sentenza nelle mie parole. Sar dunque necessario che la legga chiaramente nella fredda decisione dei miei occhi? Con due dita le sollevo il mento e la invito a farlo.
Non guardare questo straccio di tappeto che non ti pu dire nulla. Guarda questi occhi d'un uomo senza pi anima, o almeno senza pi quell'anima in cui tu speri, guarda questi occhi di sopravvissuto che ti possono dir tutto. E tutto , Rosalba, un monosillabo: no. Tu puoi ripartire. Potresti parlare giorni interi, settimane, mesi, non cambieresti la mia risposta. No. Vattene.
Non si leva. Non se ne va. Cerca un argomento in sua difesa. Vuol dare una nobile risposta. Trova invece solamente un rimprovero per me, ineffabile:
Credevo, Sisto, che tu mi amassi di pi...
Rido davanti alla fatua vanit della donna e alla sua presunzione di vittoria che ora contempla, con orgoglioso dispetto, le sue sicure armi spuntate. E ridendo le rispondo;
E invece, vedi, io ti amavo di meno... 
Ho suonato un campanello. Ho guardato l'ora. Non  ancra l'una pomeridiana. In tre ore di corsa potr essere a Roma prima di sera.
Guidi tu? O hai un autista con te?
Ho il mio autista: Filippo.
Giotto  entrato sorridendo:  la prima donna che, da tanti anni, egli vede alla bicocca.
Cercate, Giotto, questo Filippo. Ditegli di preparar la vettura. La signora riparte.
Giotto premurosamente si affretta a chiamare Filippo. Ma coglie l'occasione per annunziarmi vicino all'orecchio, non cos a bassa voce che Rosalba non senta:
O devo dirle che il desinare e bell'e pronto. O non se l'immagina Assunta spaurita all'idea che la zuppa si freddi? 
Allontanato Giotto col gesto, mi volgo a Rosalba che si leva lentamente, con l'aria d'andarsene e di non andarsene, mollemente riprendendo borsa e guanti, svagatamente infilando il cappello e pian piano avvicinandosi a me, una mano stesa:
Addio. Buon appetito. Io morr di fame lungo la strada. Parto digiuna.
Tento di evitare, anche a prezzo di sgarberia, ci che Rosalba vuole raggiungere attraverso le parole inopportune di Giotto:
Troverete in cento luoghi, lungo la strada, il modo di far colazione.
Rosalba si avvia in un sospiro, tra scherno e pena:
Addio... Non sono nemmeno pi degna d'un pezzo di pane in casa tua. Sta bene.  giusto.
Non  giusto, ma  molto pi opportuno, le rispondo. Tuttavia, se tu vuoi rimanere...
 il modo, per chi voglia capire, di dire ancra una volta: "Vattene..." Ma Rosalba coglie sbito l'occasione. Getta sopra un divano guanti e borsa e mi prende le mani in un sorriso:
Grazie. Sei buono... Resto con entusiasmo.
A lei entusiastica io devo apparire l'immagine stessa della contrariet. Avendo Rosalba seduta di fronte a me dall'altra parte della tavola, m'impegno silenziosamente nella scodella, gli occhi su questa. Dall'altra parte Rosalba sparge sorrisi e parole amabili. Ne ha per tutti: per la vecchia Assunta che appare su la porta a vedere in ansia se il desinare allestito per due basti anche per tre, per Biancamaria che, con grembiule e cuffietta fresca di bucato, serve a tavola, sotto gli occhi di Rosalba che la guarda con simpatia, rossa in viso pi di quel vino che, tremandole un po' il braccio, ella versa nei bicchieri. Ed io guardo ansiosamente il terzo posto, fra Rosalba e me. Viene o non viene Sebastiano Cremisi ad occuparlo e a reggere la conversazione? S'egli ritarda non so di che cosa parleremo, Rosalba ed io, quando le donne si ritireranno, quando Rosalba avr finito l'interrogatorio che infiamma il volto di Biancamaria: "Quanti anni ha questa leggiadrissima ragazza? Gi ventotto? Credevo diciotto. Non siete voi la pi bella del paese? Dite di no con le labbra, ma gli occhi dicono di s. E il fidanzato c'? Davvero? Fidanzata gi da tanti mai anni? E quando sposerete? E il fidanzato che fa? E come vi chiamate? Biancamaria? Bel nome, fresco come voi, Biancamaria. Sa di rugiada e di latte: tutto campagne..."
Biancamaria guarda Rosalba con occhio di soggiogata ammirazione. E Rosalba ride, bevendo, la fronte indietro, gli occhi su la giovane donna:
Mi guardate, Biancamaria, con l'aria di vedermi per la prima volta. Possibile? Io sono invece una vecchia amica del maestro. Non c'era dunque, in questa casa, un mio ritratto? Avrei creduto il contrario.
Spazientito, chiedo di Sebastiano Cremisi ad Assunta che corre a chiedere notizie da Giotto e sbito rientra:
Il maestro Cremisi fa colazione in paese con uno dei soliti vecchi. Come l'altro ieri. Oramai lui e il signor Migliarini, il maestro di scuola, non si lasciano un momento. Non so che cosa possano mai dirsi, quei due, vecchi come sono. Io, a mano a mano che gli anni passano, quel poco fiato che mi rimane me lo tengo per me.
Rosalba vede il mio malumore dalle posate che non lascio ferme un momento su la tovaglia:
Calma, calma, maestro. Si pu anche fare  meno di Sebastiano Cremisi. Non si sta forse benissimo noi soli? Mangiate questa torta di visciole:  deliziosa. Complimenti ad Assunta. E voi, Bibbiena, lasciate in pace le forchette.
Trae dalla borsa una sigaretta e l'accende al fiammifero con cui sbito accorre Biancamaria. Gomiti su la tavola, mani dalle dita legate che reggono la sigaretta, il mento appoggiato su queste, mi fissa sorridendo per dare spettacolo di serenit nella mia uggia alle donne che intanto sparecchiano:
Nessun ritratto mio, dunque, in questa vostra piacente bicocca? Ma come poteva esserci sbadata che sono, se in tanti anni non ho mai pensato a mandarvene uno? Tuttavia quello che non  stato sar. Vogliamo andare di l, mio silenzioso ospite, a scegliere la parete?
Fa una bella uscita come alle sue antiche ribalte, sorridendo alle due donne gi prese dal suo fascino estetico e teatrale e salutandole con la mano. Di l s'affonda in una poltrona e, sorseggiando il caff che sbito Biancamaria le ha servito, guarda con aria scontenta le grandi pareti dipinte a calce, le vecchie imposte, le rustiche porte, i vecchissimi mobili. E da questa scontentezza riafferra la situazione per la quale  qui, non desiderata, non gradita, imponendosi:
Come potete vivere, voi uomo di cos signorili abitudini, in questa vera e propria bicocca che sa di muffa e di polvere? Ho passato l'estate scorsa, subito dopo la catastrofe del lago d'Orta, ad Abbazia. Il paradiso a portata di mano degli uomini, mio caro, e senza che gli uomini lo sappiano. Non abitavo in verit ad Abbazia, ma un poco pi su, cinque o sei chilometri, a Laurana: bel nome d'un divino cantuccio di mondo cos battezzato dai lauri che lo chiudono in una specie d'astuccio meravigliosamente verde. E un giorno, a poche centinaia di metri dall'albergo, vidi una villa da affittare o da vendere. Pensai, visitandola, che quella sarebbe stata, per voi, la casa d'una prodigiosa vita fuori del mondo...
Si ferma. Aspetta che Biancamaria, raccolte le tazze, le porti via. E, quando la donna  uscita, riannoda passando che scale di toni nell'antica cantante! dalla mondanit alla tenerezza:
La casa, Sisto, d'una prodigiosa vita fuori del mondo per te e per me... C'era una grande sala aperta sul mare da tre grandi finestroni. Salivano dal giardino i lauri a incorniciare i cristalli. Tutta l'isola di Cherso, zaffiro su le onde d'argento, era l dentro, nella sala, come l'Isola Bella nel nostro caro albergo di Stresa. Ti ricordi? La nostra prima mattina in quell'azzurro del mare e del cielo... E avevo, a Laurana, distribuito anche i mobili. Qua la tavola per scrivere... L il tuo pianoforte per suonare... Accanto la mia poltrona, per ascoltarti... E, sotto le finestre, tra i fiori, un giardino d'incantesimo, per Sisto...
Per la prima volta il nome di Sisto, di nostro figlio, dell'orfano del generale Confalonieri,  fatto nella nostra conversazione. E di nuovo uno sguardo di Rosalia gira lentamente la stanza.
Nemmeno di Sisto c' qui un ritratto, osserva Rosalba. Cancellati tutt'e due, madre e figlio, dalla tua memoria... Cancellati peggio che se fossimo morti...
Tanti lunghi anni di solitudine s'avventano da me, carichi di rancore, contro Rosalba:
Ed eravate voi forse ancra vivi, per me?
Rosalba lascia cadere l'ira. Poi pazientemente riprende a tesser la tela lacerata dall'urto:
E non mi chiedi neppure come il piccolo Sisto sia diventato? Un bel ragazzo, pi alto e pi virile di quanto non meriterebbero i suoi tredici anni. Quando  accanto a me, alto quanto me, tutti si voltano a guardarlo. Sisto dice, scherzando, che guardano me. Non  vero: guardano lui. Sai chi si volta soprattutto? Le donne...
Per la prima volta, da tre ore che Rosalba  con me, la mia ostilit  disarmata. La mia ultima difesa  nel silenzio, passiva. E di quella passivit Rosalba s'avvale per un assalto nuovo:
Vuoi vedere com' bello?... Ho qui una sua piccola fotografia.
Traendola dalla borsa mi tende un'istantanea che io prendo con una mano che trema. Tremore che Rosalba occhio a tutto, osserva commentando:
Ti fa molta commozione vederlo... Lo capisco.
Un bel ragazzo che cos vedo per la prima volta e che sbito mi sembra di riconoscere, di l dal tempo.
E Rosalba, ora in piedi dietro le mie spalle mentre io, muto, guardo senza riuscire a staccare gli occhi dalla fotografia, spiega anche questo:
Forse ti sembra di rivederti in lui... Io non ti ho conosciuto adolescente. Ma Andrea Fiore e Sebastiano Cremisi, che all'et di Sisto ti conobbero al Mandorleto ogni volta che incontrano nostro figlio non fanno che ripetere: "Suo padre... Prodigiosamente suo padre alla medesima et..." 
Abbasso la fotografia. Senza voltarmi a Rosalba che resta dietro di me, chiedo in un sarcasmo.
Quale?
Sbito Rosalba non intende:
Quale che?
 chiaro. Quale padre?
Sento alle mie spalle il suo impeto orgoglioso: gettarsi avanti, strapparmi la fotografia, riprenderla, richiuderla, infastidita, irritata dal mio richiamo. Ma si domina sbito. La strategia vince l'orgoglio. Sento la sua voce dolce, tenera, che vuole illudere, che vuol cancellare!
Quale padre? Tu, il vero, il solo...
Rialzo davanti ai miei occhi la fotografia. Rivedo veramente, nell'immagine di mio figlio che m' davanti, il ragazzo pallido e sottile che io fui al Mandorleto, il primo amico di Andrea Fiore, l'innamorato di Elsa, l'adolescente che s'impegna, furioso e chiuso nella sua prima rivalit con Alessandro Confalonieri, dspota ancra senz'armi e che gi vince. E nel medesimo tempo ricerco in quel giovinetto gi uomo il bimbo in fasce nel podere di Tivoli, il fanciullo d'un anno, addormentato nella sua culla, avvolto nelle sue coperte, che io rubai nella casa di Alessandro e Rosalba Confalonieri, la notte che segu al giorno in cui avevo lasciato nella cappella sott'i cipressi, dove adesso egli  con sua madre, l'altro mio figlio, il grande figlio, Isidoro. Rivivo, a tanti anni di distanza, l'avventura pazza: Rosalba e suo marito a teatro; il cancello della villa deserta lasciato aperto dal servo assente; io nel giardino; la tentazione di rivedere mio figlio; i fantasmi del passato, dell'amore e del diritto che mi spingono e mi mandano avanti; il piccolo Sisto nella culla; la ventata della ribellione al sopruso legale; riavere mio figlio, l'altro mio figlio, e portarmelo via; il piccolo Sisto nelle mie braccia gi per le scale ingombre di misteriose voci che mi esaltano, che mi mandano fuori; il giardino, la luna, la corsa, l'inseguimento dei servi che rientravano, la fuga per i campi, le voci, il bimbo destato nelle mie braccia, il fantolino d'un anno che non riconosce suo padre, che non ha coscienza di suo padre, che urla di terrore nelle braccia del suo padre vero; e, d'improvviso, la fucilata nelle mie gambe; io che cado, il bimbo che rotola su l'erba... E poi pi nulla. Se non, su in alto, le stelle... E poi tanti e tanti anni di solitudine, di silenzio, la cancellazione di tutt'il passato, d'ogni traccia di me nella vita che altri hanno rifatta per loro e per il fanciullo. E d'improvviso, un giorno, in quest'istantanea forse presa dal suo padre sociale, questo figlio giovinetto che ritorna, immagine della sua immagine, davanti al suo padre naturale: naturale non solo nel germe fisiologico che l'ha fatto nascere, ma nella volont di poesia che l'ha messo al mondo, nel suo primo seme ideale.
Nell'immagine che ci rif uguali quasi che ci rimettesse l'uno nell'altro, germe e fiore, seme e frutto, io in silenzio riprendo mio figlio, io ricupero prodigiosamente da un ritratto, come se nulla l'avesse mai abolita, la mia paternit.  il miracolo d'una risurrezione; un miracolo fatto di festa e di meraviglia, di realt immediata davanti agli occhi e di lontanissime incredulit dentro lo spirito; come uno sbigottimento che cammini, come il passo d'un morto che ritrovi la terra e, non credendo alla sua realt, pavidamente le si affidi. Girando attorno a me che continuo a guardare estatico Sisto giovinetto, Rosalba  venuta pian piano a sedermisi davanti. Avversario che gi prevede la vittoria, ella ha ancra, per non trovare armi improvvise davanti a s, mansuetudini e umilt da sconfitta. Esalta il bene che Sisto rappresenta non come bene che sia per essermi imposto; ma come ricchezza che io ho irrevocabilmente rifiutata:
Peccato che tu non possa vederlo, parlargli... Non mi fa velo, credimi, il mio amore di madre. Anzi, in non so quale incomprensibile modestia, io scemo in me tutt'i suoi meriti, io riduco in ogni occasione Sisto alla misura comune dei bravi ragazzi dell'et sua. Ho paura di vederlo inorgoglire, di sentirlo troppo presumer di s. Ma i suoi meriti sono veramente eccezionali. Non posso disconoscerlo senza negar l'evidenza. Primo alla scuola, s'intende. A quattordici anni, sar gi a mezzo istituto tecnico. E non ti dico la sua bravura negli esercizii ginnastici, nelle gare fisiche. Anche l batte ognuno. Nella scherma gi si misura, facendosi temere, coi suoi stessi maestri. E se tu lo vedessi ballare... Che grazia! Che linea! Poco pi d'un anno fa, prima della catastrofe, al Lido di Venezia, coi suoi primi pantaloni lunghi d'ometto cresciuto presto, col suo giubbettino di tela bianca aggiustato sui fianchi sottili, ballando con me come un vecchio danseur di stile, innamorava tutti...
Questi particolari frivoli m'irritano. Senza staccare gli occhi da mio figlio interrogo Rosalba:
La sua anima, la sua mente, il suo cuore... Questo voglio sapere.
Madre rapita celestialmente nelle virt della sua creatura, Rosalba risponde a sua volta interrogando:
Trovi anche tu, come gli altri, che Sisto  fisicamente il tuo ritratto? E ti assomiglia anche dentro... La tua probit, la tua generosit, il tuo senso dei valori ideali della vita, il medesimo tuo modo d'essere, sempre sollevato da terra, al di sopra delle comuni cose del mondo, in un'aria diversa da quella di tutti... Anche Andrea Fiore mi dice sempre...
Non m'importa quello che dice Andrea Fiore. Ho ansiosamente su le labbra e nel cuore un'altra domanda:
Ama la musica? Come me? Come Isidoro?
Oh s... Ama la musica...
E aggiunge menzogna o rispetto? a voce pi bassa:
Come te, come Isidoro...
Perch m' venuto in mente che questa madre possa mentire, che vanti il figlio come vanterebbe al mercato le mercanzie? Mi rimprovero questo iniquo pensiero.  senza giustizia riportare su la madre il sospetto dei compromessi che io rimprovero alla donna. Decisamente cuore e cervello chiusi dentro di me non hanno pareti per Rosalba. Costei legge dentro di me a libro aperto. Come il rabdomante ha il senso della polla misteriosa in fondo alla vibrazione magnetica che si scatena dal mistero delle sue sensibilit nel segreto della terra toccata dal suo bastone, Rosalba miracolosamente registra i momenti pi deboli delle mie intime capitolazioni e riprende a buon punto la sua inavvertita avanzata dentro di me verso la sua mta che  la mia resa.
La villa di Laurana, riprende a dire, quella magica casa in mezzo ai lauri,  a pochi chilometri da Fiume. Senza nessuna difficolt mezz'ora d'automobile o venti minuti di canotto, Sisto potrebbe ogni giorno continuarvi i suoi studii senza allontanarsi da noi... Tu lo seguiresti giorno per giorno...  ancra un ragazzo, un ragazzo cresciuto troppo. Ma l'anima  dentro di lui ancra malleabile, impressionabile: mollica, come l'anima di sua madre... Tu potrai ancra formarla a modo tuo, solidificarla, maestro e educatore di coscienza, creatore di una personalit... Quello che purtroppo io non ebbi, in una mancanza di coesione e di coerenza morale di cui ho sofferto per tutta la vita..
 passata senz'averne l'aria da un modo all'altro del verbo, scartando come tappa gi superata nei suoi progressi il condizionale. E sono a questo ironico pensiero quando, attraverso la finestra aperta, sento nel giardino suonare la voce di Sebastiano Cremisi che, di ritorno, veduta l'automobile al cancello, s'informa da Giotto e vuol sapere di chi sia la misteriosa visita. Prevedo l'entrata di Sebastiano Cremisi in capo a pochi istanti. Ho paura della conversazione che dovr prolungarsi in tre, rifacendosi da capo. Concludo in fretta per tagliare corto, per poter allontanare Rosalba non appena il vecchio maestro sar entrato.
Non abbiamo, Rosalba, altro da dirci e non desidero parlare davanti ad estranei. Ritorna a Roma. Lasciami il tempo di ritrovare con qualche serenit me stesso, di decidere... Ti scriver lungamente. Mi scriverai anche tu.
Rosalba tenta l'ultimo argomento, sfiorando appena, seme gettato nel solco dei miei pensieri e che, lei assente, fiorir:
Che cosa sarebbe oramai per noi la vita se dovessimo rimaner separati? Puoi tu vivere ancra qua dentro? Puoi tu seppellirti ancra essendo vivo? E di me che sarebbe? Ho quarant'anni passati, Sisto. , anche per me, l'ombra del tramonto. Ma la solitudine mi fa paura. Se le grandi parole dell'amore ti fanno ombra, se non credi, nel mio cuore, all'eternit dei miei sentimenti per te, vedi almeno il nostro riavvicinamento in modo pi umile, pi semplice... Soli, ci riaccostiamo... Dal mondo c'isoliamo in due. Laurana sar per noi quello che della vita ci pu rimanere; la solidariet di due esseri che si sono amati e che hanno sofferto, la sola possibile compagnia...
Canta bene, nella voce della sirena, la bella lusinga! Ma, per spezzare il canto, io rid a Rosalba il ritratto di Sisto. Lasciandolo nella mia mano, Rosalba rifiuta:
Non cos... Dagli un bacio.
Ho ubbidito. Ho baciato lungamente mio figlio , pi che mio figlio, la luce di paternit che ritrovo dentro di me. Poi, restituendo l'immagine a Rosalba, domando:
Sa tuo figlio che io esisto?
Invitata a nozze, Rosalba sbito risponde:
Io gli ho sempre parlato di te... Mi ha sentita spesso suonare musiche tue. Una volta, trasmettendo la Radio una tua sinfonia, Sisto ed io eravamo soli, ricordo d'avergli detto: "Senti com' bella...  di Sisto Bibbiena..." Ed era l, con gli occhi estatici ad ascoltarla... "Sisto..., mi disse poi. Sisto come me..." Volle sapere come ti avevo conosciuto. Gli dissi che eri stato il mio maestro, la mia guida, quando ero cantante...  molto fiero, Sisto, dei miei lontanissimi trionfi teatrali... E un giorno volle sapere, anche, perch io non ti nominassi mai davanti ad Alessandro. Spiegai come meglio potevo: un grosso malinteso, fra voi due, un'inimicizia nata da rapporti d'affari prima del mio matrimonio... Ha creduto. Crede cos.
Non ha, su la sua nascita, nessun sospetto?
Ti pare? Venera me, la mamma sua, in ginocchio.
Ed ama il padre, quell'altro...
Scoppia improvvisamente nella mia ira torbida l'assurdo creato da lei, con le sue mani, l'assurdo che oggi ella mi ripropone:
E come vorresti tu possibile che noi...
Bisognerebbe dirgli, spiegargli...  gi in et da comprendere.
Stupito da tanta risolutezza, chiedo a Rosalba:
Ti sentiresti tu capace di questa spiegazione?
Allontana ella con le mani il pericolo come se gi l'avesse davanti a s:
Io? Io no, mai...
E delega ad altri la difficolt:
Ci penserai tu...
Ancra il futuro dell'indicativo. Per Rosalba  cosa fatta. Sente di allontanarsi per ritornare. Io penso, io credo invece di non doverla rivedere mai pi. Io accolgo come una liberazione l'entrata di Sebastiano Cremisi che viene dentro levando le braccia per lo stupore, mentre Rosalba davanti allo specchio si rimette il cappello:
Voi, Rosalba?... Voi qui?
...
.
...
3. MATTINA DELLA GIORNATA PATERNA.
...
.
...
Il telegramma di Rosalba, al mio risveglio da un sonno durato poche ore, era davanti a me su la tavola dove la sera prima l'avevo deposto rileggendolo per la ventesima volta prima d'addormentarmi: "Sisto felice di vivere una giornata accanto all'illustre amico di sua madre giunger domattina in automobile con Andrea Fiore". Il telegramma aveva fatto sguito a diverse lettere che ancra una volta ripresi da un cassetto e rilessi qua e l: "Ho molto riflettuto sul nostro incontro, dopo il mio ritorno a Roma, mi scriveva, prima lettera, Rosalba. Riconosco il mio errore di donna e non baster una vita intera a punirmene come merito. Ma io non sono donna solamente: sono anche madre. E se le mie responsabilit di donna possono avermi fatto perdere ogni diritto alla tua umana solidariet. Sisto, mio figlio, nostro figlio, non pu da te essere considerato estraneo alla tua vita. Ora che Sisto  solo, senza un'assistenza, senza una guida, tu non puoi, nella tua retta coscienza, non sentire quale deve essere il tuo posto accanto a lui..." E in un'altra lettera, due giorni dopo: "Ho meditato lungamente, nelle mie notti senza sonno, a quanto tu mi facesti giustamente osservare; Sisto si crede figlio d'un altro, Sisto porta il nome d'un altro. Ti risposi sbito senza riflettere; Sisto dovr conoscere la verit;  in et da poter comprendere e giustificare... Ma io non avr mai il coraggio di parlare. Questo difficile coraggio lo avrai tu, suo padre... E, tornata qui, sola con me stessa, ho esitato dicendomi:  giusta questa rivelazione?  veramente necessaria? Non turber essa in modo profondo l'animo di Sisto? E che sar mai di lui quando, sapendosi figlio tuo, dovr tuttavia, in modo incancellabile, portare il nome d'un altro, di quello che fino ad oggi egli crede suo padre e come tale ama e rispetta? Non appena queste oscure obbiezioni sono improvvisamente insorte nel mio spirito, non ho pi chiuso occhio per tutta la notte... Sono in un indicibile stato d'agitazione, Sisto. Se non temessi di venir male accolta, correrei da te una seconda volta per sapere sbito il tuo pensiero, per farmi fidare dalla tua chiaroveggenza..." E scriveva ancra il giorno seguente: "Torno a domandarti pi che mai;  necessario? Indispensabile, affinch Sisto possa vivere accanto a te, sotto il tuo controllo, guidato dal tuo affetto e dalla tua esperienza, indispensabile sar il nostro matrimonio, un giorno... Questo s;  indispensabile. Ma  ugualmente necessario che la tua paternit sia palese? Non puoi tu amarlo, sorreggerlo, avviarlo nella vita, tuo figlio, anche s'egli non porta il tuo nome? Se io sbaglio, se dico male, non t'irritare, Sisto, non esasperare la tua ostilit contro di me. Bada: ne sarebbe vittima tuo figlio prima della povera donna che io sono... Accogli dunque queste mie parole nella loro umilt: sono povere parole di donna gettate gi su la carta cos come folgorando passando nel suo cervello in disordine, pieno di contraddizioni, che gira solo, a vuoto, come un motore a folle, in mezzo al caos delle idee, in un gran rumore che fa nell'animo ancra pi confusione..." E ripicchia sul difficile tasto tre giorni dopo: "Pi ci penso e pi mi sembra che rivelare la verit a Sisto non sia utile n, forse, opportuno.  in un'et di mezzo, Sisto: gi troppo grande perch l'immagine d'un padre possa essere sostituita a quella dell'altro come tanto agevolmente si fa nell'animo ancra senza raziocinio dei bambini; ma ancra troppo ragazzo perch i grandi drammi della vita possano trovare nel suo cuore quelle ragionevoli e ragionate accettazioni che sono la coscienza degli uomini. E allora? Nulla di singolare egli vedr nel fatto che io sua madre, vedova a quarant'anni, cerchi e trovi in un vecchio amico, in colui che Sisto crede il maestro della mia arte morta e sepolta, una compagnia, un'assistenza, un conforto... Da questo verranno nei rapporti di Sisto con te la coabitazione, l'intimit della vita quotidiana e quella graduale conoscenza nella simpatia che  l'invisibile ma formidabile conquista di ogni giornata, di ogni ora, episodio per episodio, parola per parola... Cento volte tu me lo dicevi, accanto alla culla di Sisto appena nato, sognandolo grande accanto a te: La vera paternit non  quella dell'attimo fecondo, ma quella della vita che istruisce e costruisce. Un bimbo che cresce non  solamente un corpo che si sviluppa;  anche un'anima che si forma. Ricordo, anzi, una tua frase, una sera. Me la scrissi sbito in un quaderno d'appunti tanto mi piacque: L'opera d'un padre  paragonabile a quella d'uno scultore che giorno per giorno, a furia di piccoli colpi di pollice, ognuno dei quali di per s pare nulla, cava dalla creta una fisionomia, un'espressione. Come una faccia fisica nella creta, si modella a poco a poco anche il volto spirituale d'un uomo, d'un figlio... E che dovrai tu fare, avendo accanto (poniamo, come si  detto, ad Abbazia od a Laurana) tuo figlio, il nostro Sisto, se non fargli l'anima, la coscienza e l'intelletto, come tu saprai, come tu li vorrai? Ma  proprio necessario che quest'opera sia socialmente definita? Chiede forse la creta allo scultore che la plasma le generalit dello scultore?"
Ritorna dieci volte sul medesimo problema, Rosalba Confalonieri, che vuole diventare lei s, Rosalba Bibbiena, ma trova pi che possibile, e quasi naturale, che il figlio illegittimo di Sisto Bibbiena, adesso che il dramma dell'illegittimit pu essere almeno sentimentalmente riparato, rimanga per sempre Sisto Confalonieri. Ci ritorna dieci volte e dieci volte non riceve risposta da me. Si  che io non so dargliela, questa risposta. Da una parte la ragione mi fa consentire; dall'altra l'orgoglio m'inalbera. Oscillo di continuo tra remissivit e furori come un pndolo che non trovi, ne da una parte n dall'altra, stabilit. E, non trovando in me la risposta che mi possa pacificare, sono andato, pochi giorni fa, a chiederla all'abate dei Camaldoli, al giudice alto e sereno, non impegnato nel mio duello tra raziocinio e passione, libero quindi di giudicare per me l dove io non mi sento libert di giudizio.
La donna che cos le scrive ha ragione, mi risponde il principe di Waldemunken dopo aver lette le ansiose lettere di Rosalba, Qualunque nostro atto che debba sconvolgere quanto fu dalla vita precedente ordinato dev'essere sempre giustificato moralmente e materialmente da rigorose necessit. Ignoro, caro maestro, quelle che potranno essere in avvenire le sue decisioni. Desidero anche io, come la donna che le scrive, un suo ritorno alla vita che vorr dire ne sono certo, anche ritorno alla musica, all'arte sua, alla sua genialit feconda d'artista. Ma se questo dovesse avvenire, e naturalmente in un matrimonio consentito e consigliato cos da Dio come dalla legge, non vedo perch un ragazzo di tredici o quattordici anni, cio all'et di mezzo di quei barlumi crepuscolari che sono tra la notturna oscurit dell'infanzia e la piena luce meridiana dell'uomo, dovrebbe essere conturbato da un dramma ch'egli non pu ancra n spiegarsi n comprendere. Capirei questa rivelazione se a lei la legge consentisse di dire a questo ragazzo: "Tu hai il nome d'un altro perch al momento della tua nascita io, padre abusivo, del mio nome non potevo disporre. Ma oggi che  in mia facolt chiamare come me anche il figlio nato fuori della legge sociale, io cancello la paternit fittizia per proclamare ad alta voce l'autentica. Tu non sei pi Confalonieri. Tu sei Bibbiena..." Ardua rivelazione, in verit, e spoliazione patetica d'una paternit per costituirne un'altra in sua vece; ma il dramma del ragazzo, anche se debba sconvolgere da cima a fondo il mondo morale e sentimentale dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, si spiega,  logico,  forse necessario. Per cos non . Anche se lei pu tardivamente cancellare in uno spirito un inganno, non pu cancellarlo su le carte dello Stato Civile dove l'inganno, una volta che sia stato commesso, e irreparabile. In tal caso il suo dovere, caro maestro,  il silenzio. Modellare il volto spirituale di suo figlio, per ritornare a quanto la signora ha cos bene scritto, modellare quel volto avendo l'aria di sostituirsi, come continuatore d'opera, alla paternit supposta autentica e precedente; assumere un'eredit paterna senza rivelarne l'abuso; amare soffocando nel silenzio il proprio amore: forma forse che dell'amore pu apparire la pi disinteressata e la pi pura. Questo  il mio parere di cristiano e di uomo.
L'Abate mi parlava cos nel sentiero dei Camaldoli che divide le celle dell'eremitaggio, passeggiando al mio braccio, avendo l'occhio ai monaci che, nell'ora della ricreazione, appollaiati al sole i pi vecchi come grossi gabbiani sui muri divisorii delle casette, svolazzavan qua e l come farfalloni candidi, tra luce ed ombra, dai pozzi comuni dell'acqua ai vasi dei fiori nei singoli giardinetti. Vide cos un monaco riordinare i vasi sopra uno dei ripiani d'una scaletta. Nel mettere a posto un vaso, due urtarono con violenza ed uno si ruppe rovesciando su lo scalino terra e fiori.
Padre Cosimo, grid l'Abate al monaco, lei ha sempre la mania di riordinare a modo suo ci che bene o male era gi ordinato senza che lei ci mettesse le mani. Quei vasi stavano benissimo cos com'erano. E, per farli stare meglio, uno adesso non c' pi. Non bisogna mai mettere le mani incaute del nostro arbitrio in ci che la Provvidenza ha gi messo a posto da s.
Ha l'aria di dirlo per quel povero padre Cosimo che, arrossendo come un gambero nell'acqua bollente, non sa pi che cosa fare per la confusione e tira su dallo scalino la terra e i cocci lasciando cadere i fiori e poi si porta invece sul cuore i fiori, come per difenderli dal male che ha fatto, e rimette su lo scalino cocci e terra. Ma in realt il principe dice a me quello che sembra essere detto al monaco. Difatti a lui volge sorridendo le spalle e a me ripete mentre riprendiamo la nostra passeggiata al sole:
S, non bisogna mai mettere le mani incaute del nostro arbitrio l dove la Provvidenza gi mise le cose a posto in qualche modo. O si rischia di rompere inutilmente, come or ora ha fatto quel povero padre Cosimo maniaco di riordinare il gi ordinato. Se Dio ha dato un padre a un figlio nato fuori della sua legge e fuori della legge degli uomini, non s'arroghi lei di saperne pi di Colui che tutto vede e tutto sa.
Conosco bene oramai, dopo tanti e tanti anni di nostri continui rapporti, l'abate dei Camaldoli. Quando d'improvviso si ferma e porta su gli occhi, nascondendoli, la mano inanellata dono imperiale, con lo stemma degli Hohenzollern, l'Abate guarda indietro, rivede nel passato; e viene sempre fuori, di l a pochi istanti, l'aneddoto, il ricordo, l'esempio. Eccolo, difatti, sbito a raccontare:
Ho visto io rompere i vasi, alla Corte di Russia, per metterli a posto meglio, come or ora ha fatto padre Cosimo. Fui a Pietroburgo per varii anni, addetto militare alla nostra ambasciata. Lei sa che i Russi hanno sempre amato il teatro francese, fin da quando, or  quasi un secolo, s'accorgevano per i primi delle meravigliose commedie di Musset e le portavano nella lingua nativa sui loro palcoscenici mentre i connazionali del poeta le lasciavano ancra invecchiare, sotto muffe di biblioteca, nelle pagine della Revue des Deux Mondes. C' dunque sempre stato, a Pietroburgo, un teatro di comici parigini. Era fra questi, intorno al 1895, un'attrice leggiadrissima. Colette Arnaud, che recitava il Capriccio mi raccontavano, in modo incomparabile. Io non la vidi e non la conobbi che molto pi tardi, diciotto anni dopo, gi invecchiata e pronta ad essere messa a riposo nelle parti di madre nobile. Ma di costei giovane s'innamor perdutamente, sino a farle mettere al mondo un figliuolo, uno dei Granduchi adolescenti, il Granduca Pietro. Scandalo grande a Corte, come lei pu immaginare, ch il Granduca ragazzo  innamorato cotto, e vuole tenersi il figlio, e, contrastato dallo Zar, addirittura minaccia di sposare l'attrice e d'andarsene con lei in America. Senonch, sul pi bello di queste furie amorose, ci sono due colpi di scena imposti dalla volont dello Zar: il Granduca Pietro andr a fare sei mesi di fortezza nel Caucaso ed un ex-maggiordomo di Tsarkoie-Selo, mandato all'improvviso in pensione in Francia con un lauto appannaggio, sposer Colette Arnaud e legittimer il figlio nato dal Granduca imprudente. Passano gli anni. Il Granduca, per quanto costretto alla rinunzia, non ha mai dimenticato. Morto su la Costa Azzurra, alcuni anni pi tardi, Yegor Kartakoff, il Granduca richiama sbito a Pietroburgo madame Kartakoff, cio Colette Arnaud, riannodando con lei il vecchio amore ed imponendole di riprendere a recitare al teatro Michel. Intanto il ragazzo, Fdor, viene su vedendo sempre attorno a sua madre, casa o teatro, l'augusta persona del Granduca Pietro. Il ragazzo, figlio di un'attrice e d'un ex-maggiordomo di Corte, spiega quell'assidua amicizia come pu: cio con la passione che il Granduca dimostra per il teatro in genere e per quello francese in modo particolare. Fdor ha invece, sin dai suoi primi anni, passione vivissima per la carriera militare. E, a vent'anni, cio quando io lo conobbi una sera ad un ballo dell'ambasciata di Germania, accanto a sua madre e naturalmente anche al Granduca Pietro, era un bello ed elegante ufficiale rosso ed azzurro degli Ulani della Guardia, messo in sella al suo cavallo dopo nove anni di preparazione in quel corpo dei paggi di Corte dove il Granduca l'aveva potuto far entrare di prepotenza come figlio di funzionario, riuscendo a far passare per funzionario anche un semplice maggiordomo. E questo ragazzo, Fdor, s'innamora follemente d'una delle pi elette e aristocratiche fanciulle di Pietroburgo, la figlia del conte Joukowsky, ex-ministro, generale di cavalleria, istruttore d'equitazione per lo Zarevich, consigliere intimo dello Zar. E, nella follia, chiede un giorno la mano della fanciulla; mano naturalmente rifiutata all'ufficialetto figlio di un attrice e d'un maggiordomo di Corte. Col cuore spezzato dal rifiuto, ma tuttavia accettando la diversit sociale, l'ufficialetto chiede ed ottiene una guarnigione di confine per allontanarsi il pi possibile dal suo impossibile amore. Ma, nel vederlo soffrire, nella paura di vederlo per sempre allontanarsi dalla sua silenziosa tenerezza paterna, il Granduca Pietro fa proprio quello che or ora padre Cosimo ha fatto: riordina i vasi a modo suo e rompe tragicamente proprio quello del figlio occulto ch'egli profondamente adora. Una sera il Granduca grida a Fdor: "Tu rimarrai, qui, con noi. Otterr dallo Zar una contea anche per te. E ci sar posto anche per te tra gli ufficiali della casa militare dell'Imperatore. E vedremo allora se il generale Joukowsky rifiuter la mano di sua figlia al figlio del Granduca Pietro. Poich tu, Fdor,  ora che tu lo sappia, sei mio figlio..." Ma inutilmente il Granduca ottiene per Fdor Kartakoff, suo figlio, il titolo di conte e la nomina a ufficiale d'ordinanza dell'Imperatore. Il ragazzo non resiste al suo dramma, non ha il coraggio di rivedere pi, ora che anch'egli sa ci che gli altri gi sapevano, gli ufficiali del suo reggimento d'Ulani, la sua innamorata, il generale Joukowsky, sua madre, e il Granduca stesso. Abbandona il reggimento, lascia la Russia. Per due settimane non si hanno pi notizie di lui. E una sera, a Parigi, in una locanduccia di Montparnasse, con un colpo di rivoltella, scritte due lettere di folle amore, una per sua madre e l'altra per Sonia Joukowsky, si uccide... Se il Granduca Pietro non avesse voluto riordinare i vasi gi accomodati, l'orgoglio e l'amore di Fdor Kartakoff avrebbero certamente pianto in una guarnigione di frontiera qualche grossa lacrima di quelle che la giovinezza asciuga sempre con tanta facilit, ma avrebbe certamente sposato pi tardi, consolato dall'oblio, la tranquilla figliuola d'un petroliere di Bak o d'un carbonaio del governatorato di Perm i quali si sarebbero sicuramente accontentati d'avere per genero il bel tenente Fdor Kartakoff, senza andare a vedere se il suo apparente padre, l'ex-maggiordomo di Corte, era in cima o in fondo ai quattordici gradini in cui si suddivideva, allora, in Russia, la gerarchia dei funzionarii civili. Povero Fdor! Me lo rivedo ancra davanti, giovane e bello nell'attillata uniforme, a ballare il valzer con sua madre nei saloni dell'ambasciata di Germania, mentre il Granduca se lo mangiava con gli occhi, in silenzio...
In silenzio... Furono le parole con le quali il caso volle che, giunti alla porta dell'eremitaggio, l'abate dei Camaldoli si separasse da me che, prima del tramonto, dovevo ridiscendere alla bicocca. In silenzio... Sentivo riassunto in quelle due parole il consiglio chiesto all'Abate e tanto pi in alto di lui. Non bisognava far ricadere sopra l'innocente il dramma dei colpevoli. Non bisognava turbare l'ordine e la quiete di un'anima giovane e impreparata. Meglio era evitare l'urto dei vasi.
Rosalba aveva ragione. La sua sensibilit di madre aveva avvertito meglio di me, cuore d'uomo dai grandi impeti irragionevoli, il grave pericolo. Poteva Sisto vivere accanto a me, amato come da padre palese anche da un padre nascosto. Tuttavia una voce dentro mi diceva: "Guarda che cosa un giorno ti tolsero per sempre: la gioia possibile di proclamare la tua paternit, di stringerti al cuore il ragazzo tuo chiamandolo figlio, di tramandare il tuo nome, il nome dei Bibbiena, che si spegne con te..."
Di ritorno alla bicocca, accesa la lampada su la mia tavola, scrissi a Rosalba per la prima volta. Cio non scrissi. Cominciai a scrivere. Avevo appena tracciato tre parole sopra un foglio: "Mia cara Rosalba...", che m'interruppi.  mia vecchia abitudine scrivere l'indirizzo del destinatario e il suo nome su la sopraccarta prima di redigere una lettera. N vecchia abitudine trasmessami da mio padre anche questa, scrivo, come i pi fanno, prima il nome e poi l'indirizzo. Cos, su la busta, io tracciai prima l'indirizzo: "Roma, villa ai Tre Pini, viale Parioli..." Poi cominciai: "Signora Rosalba..." Rosalba chi? Rosalba Casarsa come nel passato distrutto? Rosalba Bibbiena come nell'assurda ipotesi? No, no... Il terzo nome, Rosalba Confalonieri, come nell'incancellabile realt. Senonch penna e cuore ricusarono di scrivere quel nome e cognome. Lacerai la busta scritta a met. Lacerai il foglio appena incominciato. E gettai tutto nel cestino, piena ancra l'anima, dopo quindici anni, di rancore e di furore.
Scrissi invece poich in una lettera Rosalba m'aveva informato del ritorno dei due grandi viaggiatori, scrissi invece ad Andrea Fiore: "Tu hai certamente veduto Rosalba che certamente t'ha informato della sua visita in questa casa della mia solitudine e del mio silenzio; e t'avr anche detto quali assurdi o almeno irragionevoli piani di riavvicinamento ha escogitati per noi... Non entro in merito a questa discussione. Sono decisioni che un senso di responsabilit pu forse impedire di scartare risolutamente a prima vista, ma che, per un'ipotesi contraria, richiedono, almeno in un ruminante come sono io, lunghe e lunghissime meditazioni. Tutto pu permettersi, in modo estemporaneo, nei begli anni della giovent, la nostra avventurosa follia; ma nulla pu essere consentito, negli anni disincantati e lucidi, senza lenta maturazione del buon seme della ragione e delle ragioni, alla nostra saggezza... Non impegno dunque in alcun modo l'avvenire. Ma non ti nascondo che tentazione immensa a rompere la mia solitudine fuori del mondo potrebbe essere solamente l'idea di ritrovare mio figlio, di riavere accanto a me la luminosa immagine d'un ragazzo nato da me il quale in ci ch'egli  potrebbe ridare luce e vita a ci che io fui. Per questo ho dentro di me, da alcuni giorni, una smania che non mi d riposo.  colpa di Rosalba che m'ha vantato Sisto in centomila virt, avermi dato questo desiderio di rivedere mio figlio giovinetto, di riaccostarmi a lui... E sia. Mandatemelo. Anzi sacrificati tu. Chiedi a Musetto, che vorr perdonarmi, il permesso d'un giorno d'assenza ed accompagna il mio piccolo Sisto da suo padre. Baster un giorno solo, dalla mattina alla sera. Giungerai qui verso le dieci, un po' di tempo prima della colazione. Ritornerete a Roma la sera stessa, dopo il pranzo, a tempo per dormirvi. E poi si vedr... Per ora non so nulla... Non voglio, per ora, sapere nulla. Solamente rivedere mio figlio, accostarmi a lui, sentirlo riaccostarsi a me... Nulla di romantico. Nulla di drammatico, mio caro Andrea. Una semplice curiosit da parte mia. E, per Sisto, nulla di strano, di straordinario: un vecchio amico di sua madre, che l'ha visto piccino e vuole rivederlo adesso mentre sta diventando uomo... Null'altro. Null'altro. Non canti ancra vittoria, Rosalba, per cos poco. Con le sue smanie per cui tutto  sempre di un'estrema facilit, Rosalba ha gi scelto una casa a Laurana e gi disposto a modo suo, in una stanza di questa villa, persino i mobili. Questa sua precipitosa puerilit che semplifica mi fa sorridere anche nelle mie malinconie. Invece per me il problema  ben altro che quello d'una casa. Case ce ne sono tante e il cuore  uno solo... Per me il problema  di sentire, rivedendo Sisto, se dentro la mia anima vecchia il cuore della mia antica e feconda paternit batte ancra... N pensi Rosalba d pienamente ragione alle sue molte lettere in argomento, che tale mia paternit debba essere mai rivelata. Qualunque cosa dovesse avvenire, oramai Sisto non potr e non dovr credersi figlio che di colui del quale porta il nome. Se il mio cuore paterno, a esperimento fatto, battesse ancra, se la vita di Laurana dovesse un giorno uscire dal mondo inconcludente delle chimere, se Rosalba ed io dovessimo percorrere ancra insieme, come due malinconici amici che si fanno un po' di compagnia, il tratto di strada comune che abbiamo ancra davanti ai passi, se mio figlio, un figlio mio ritrovato, dovesse ridarmi la festa e l'utilit di vivere, il bisogno di lavoro, il senso della vita feconda e necessaria, se questo figlio, che sul cammino creduto senza uscita mi apparirebbe ancra prodigiosamente come luce e guida di miracoli, dovesse gonfiarmi il cuore di pazza tenerezza, io saprei dentro l'anima soffocare il mio grido, io saprei impormi eroicamente, necessariamente, il martirio di non dire mai al piccolo Sisto, a mio figlio: Figlio mio... Aspetto, Andrea, un tuo telegramma."
E il telegramma  venuto. Sono le dieci. Ho avvertito Sebastiano Cremisi; "Affido a lei il nostro caro Andrea. Me lo conduca in giro per queste campagne con la macchina che l'accompagner qui. Andrete insieme a visitare i Camaldoli. L'Abate m'ha gi fatto sapere che desidera trattenervi a colazione con lui; vi ammira tutt'e due, il musicista e il poeta, e desidera conoscervi personalmente. Io voglio stare solo col ragazzo, sentire bene il mio cuore accanto al suo, orologi che devono battere insieme..."
E ora aspetto ansiosamente mio figlio, contando uno per uno i minuti secondi su l'orologio: non come se dovessi rivederlo, ma come se dovesse nascermi adesso, questa mattina, da un momento all'altro... Questi ultimi minuti non passano mai. Ma ecco: ecco una macchina, per la strada, lontana ancra, in un fragore pi alto, centomila volte pi alto, per me, della potenza del suo motore.  come se, in un fragore da cataclisma, la vita, tutta la vita miracolosamente mi ritornasse. La macchina sempre pi s'avvicina per la salita. Sebastiano Cremisi  gi corso al cancello. Io resto qui, in piedi, col cuore che mi balza nel petto e con tutta l'anima che grida dal mio silenzio: "Figlio... Figlio... Figlio mio!..."
...
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4. IL DUELLO COL FIGLIO NEMICO.
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Alto, biondo, sottile, chiuso nel vestito elegante di foggia maschile che qualche cosa di ragazzesco ha solamente nel pantalone sportivo rimboccato sopra la lunga calza scozzese, mio figlio, l'altro mio figlio, il piccolo Sisto, il grande Sisto,  finalmente davanti a me. Come in uno specchio in cui sia rimasta stampata l'immagine del tempo lontano, io ho riveduto me a quattordici anni, nei giardini del Mandorleto, nella serenit piena di luce della festa adolescente. Mi sembra di rivedermi quando, vestito su per gi a questo modo, chiamato da mia madre, mi trovai per la prima volta davanti al maestro Sebastiano Cremisi, uomo illustre sebbene dimenticato, che doveva insegnarmi la musica. Ritrovo in me il profondo turbamento di quell'incontro. Mi rivedo ad occhi bassi davanti a quell'uomo gi vecchio per me, rigirandomi nelle mani il mio cappelluccio, non avendo nella mia gola stretta dalla commozione che monosillabi s, no, no, s, per rispondere alle prime domande del compositore. In questo l'altro mio figlio, il piccolo Sisto, il grande Sisto, non mi rassomiglia. Guardo il suo bel cappello, in fondo alla mano destra che lo regge pndula senza una scossa. Vedo i suoi luminosi occhi fermi sopra di me con sicurezza calma di sguardo. Sento la sua voce che mi parla senza che un palpito vi passi a velarne la limpida sonorit:
La mamma m'incarica, maestro, di portarle tutt'i suoi saluti. Mi ha detto anche il suo desiderio di conoscermi. Pare che lei mi abbia veduto bambino. Io non ho questo ricordo. Pare che non avessi pi d'un anno. Come potrei allora avere memoria di quel tempo?
Sorride della sua puerizia nella sua gravit d'ometto precoce. Tutta l'anima mia l'ha abbracciato, il piccolo Sisto, appena  entrato qua dentro. Ma al grande Sisto, al ragazzo sostenuto e impettito che m' davanti, secondo l'impegno assunto taci, mio cuore, ho dato solamente la mano con cordialit. Cerco in questo bel volto umano il piccolo Sisto che lasciai nella culla. E invito intanto il grande Sisto a sedere, davanti a me, togliendogli dalla mano il cappello. Ora  qui, su la poltrona che sta di fronte alla mia. Coi gomiti su le ginocchia, teso verso di lui, ho preso nelle mie le sue mani e cerco parlandogli i suoi occhi, non bruni come i miei, ma grigi, freddamente, lucidamente metallici. Non so perch sbito essi richiamano in me le fredde lamiere degli incrociatori da guerra che, alla Spezia, nei sonanti cantieri, costruiva il suo supposto padre.
Tu devi permettermi di darti del tu, dico sbito al ragazzo. T'ho visto troppo piccino per distanziarti da me con pi cerimonioso discorso. Ho voluto molto bene alla tua mamma, Sisto. Al tempo della sua meravigliosa voce e dei suoi trionfi indimenticabili, ella volle pi volte che la mia lunga esperienza musicale le agevolasse la prima lettura d'opere che doveva interpretare a teatro e che non conosceva ancra. Aveva in me una grande fiducia artistica che mi onorava. Poi la tua mamma illustre perdette, per un cieco e assurdo destino, a meno di venticinque anni, il meraviglioso potere di canto che la natura le aveva concesso. Anche io, minacciato nella vista, lasciai il teatro e le mie orchestre. Nella guerra ebbi immensi dolori. Perdetti un figlio di vent'anni, Isidoro, il mio solo bene, un grande musicista al suo primo fiorire. Il dolore materno sconvolse la ragione di mia moglie. E mi rifugiai qui, vinto, perduto, solo. Dopo quindici anni tua madre ha voluto un giorno ritrovarmi in questa solitudine, ridarmi il conforto della sua superstite amicizia. Mi ha parlato, quel giorno, molto a lungo di te, naturalmente. Ed io ho avuto desiderio di rivederti o, dir meglio, di conoscerti. Ma poich io non vengo in citt, la mamma ha voluto farmi il magnifico dono d'una tua visita, d'una tua intera giornata quass, con me, in questa bicocca, solo noi due, a quattr'occhi...
A quattr'occhi... Meticoloso e preciso, il grande Sisto corregge:
Non a quattr'occhi. M'ha accompagnato quass, guidando la nostra macchina, Andrea Fiore. E ho trovato sul cancello della villa, ad incontrarci, anche il maestro Sebastiano Cremisi.
Spiego al grande Sisto: Andrea Fiore desiderava visitare l'eremitaggio dei Camaldoli. Sebastiano Cremisi lo accompagner lass. E l'abate dei Camaldoli, Goffredo di Waldemunken, principe tedesco, ex-generale della grande guerra, buon intenditore di musica e di letteratura, desidera trattenere a colazione con s, al refettorio, i due illustri ospiti.
Peccato! risponde il grande Sisto. Andrea Fiore  persona molto simpatica ed io sto sempre tanto volentieri con lui.
Dovrai per oggi accontentarti di me solo, dico a Sisto affettuosamente. Ma non avere paura di questa nostra solitudine in due. Far il possibile per non farti annoiare.
Annoiare? Le pare...
Vedo da ogni particolare la mano della mamma diligente ed attenta. Com' scrupolosamente curato negli abiti, il ragazzo, bene educato, ha i sentimenti coperti di buone forme. Tuttavia mi sembra che l'anima si sottragga al mio accostamento e che, diffidente, sia in armi. Per avvicinarlo a me vado nel suo campo, l'interrogo sui suoi studii, su le sue preferenze, su una sua possibile vocazione.
Quali studii fai? Sei ancra, naturalmente, al ginnasio.
No. Sono al secondo anno d'istituto tecnico, mi risponde Sisto. Detesto gli studii classici. Imparare il latino, decifrare il greco, mi sembrano fastidiose perdite di tempo. Roba da museo, come diceva sempre mio padre. Mi piacciono invece le matematiche, le scienze fisiche, il disegno: cultura utile, cognizioni necessarie. Quando, bambino, mio padre mi vedeva leggere i libri che la mamma mi comprava, gettava via il libro e mi metteva in mano una zappa dicendomi: "Vattene in giardino a zappare le aiuole. Fa bene ai muscoli". E, infatti, io sono molto forte. Faccio moltissima ginnastica. Vuole sentire?
M'offre un braccio affinch io palpi, nell'atto della sua contrazione, il muscolo sodo. Mi compiaccio cordialmente col piccolo atleta mentre mi ritornano le parole di Rosalba: "Dovresti poi vederlo ballare. Nessuno l'uguaglia nel ricamare un fox e nel ritmare un valzer alla perfezione..." Demuscolato come io sono e non ballerino, m'umilio sorridendo nella mia inferiorit, mentre il ragazzo continua:
Ci fu guerra grande, per i miei studii, tra la mamma e mio padre. La mamma voleva una laurea in giurisprudenza affinch io potessi questo era il suo sogno, diventar diplomatico. N alla mamma bastava sognarmi ambasciatore a trentacinque anni. Mi vedeva anche uomo politico, deputato, senatore, ministro degli Esteri. E mio padre rideva: "S, Presidente del Consiglio... E forse Re. O Imperatore..." Contro le ubbie della mamma alzava le spalle ordinando... Perch mio padre non consigliava mai: ordinava. E cos ordin che io fossi ingegnere, ingegnere navale come lui. Io non dicevo n si n no. Le navi vecchia roba che ha secoli e secoli, m'interessano poco. Preferisco di gran lunga gli aeroplani. Ho gi volato, sa? Con mio padre, da Napoli a Tunisi, in idroplano. E poi anche nel dirigibile di mio padre, sopra la Lombardia, in quel dirigibile dove mio padre doveva cos eroicamente morire. E dopo quella tragedia dissi alla mamma che piangeva: "Ubbidir a pap. Sar ingegnere come lui. Ho il dovere, ho il sacrosanto dovere di continuare nell'ingegneria navale la gloria del suo nome. Ad Alessandro Confalonieri seguir, degno di lui, Sisto Confalonieri..." Ho ragione, credo. Anche lei certamente, come tutti, trover che ho ragione.
Hai ragione, consento io. Tu devi seguire l'esempio di tuo padre. Tu non puoi fare altro che questo.
Ma se le parole del grande Sisto non lo allontanano ancra da me, sento gi il bisogno immediato di riaccostarmi con altre parole il piccolo Sisto, il mio figliuolo nascosto. Ai metri, ai compassi, alle lamiere e ai cannoni dell'ingegnere navale, devo sbito opporre pi poetica e fluida materia: le note della musica, i suoni, i divini voli della melodia.
La tua mamma per mi ha detto comincio a dire, che tu ami molto anche la musica. Figlio d'una donna che della musica fu vanto, tu non puoi alla magia della musica essere indifferente.
Oh s..., risponde il ragazzo. La musica  molto bella. E so che lei ne ha scritta di bellissima. La mamma me lo ripeteva anche iersera.
Sono andato d'impeto al pianoforte. E non ho preso, negli armadii, le grandi musiche dei genii: Bach, Beethoven, Wagner, Bellini. La mia mano  andata sbito ai miei vecchi quaderni ingialliti, all'opera mia interrotta, ai canti disperati d'Antigone. Ho bisogno di sollevare pi in alto delle navi, pi su dei dirigibili e degli aeroplani, nella sconfinata stratosfera della melodia, il figlio fittizio dell'ingegnere Confalonieri, eroe -dell'aria. Voglio mettergli davanti, sotto i suoi occhi, qualche cosa di pi alto anche d'un eroe dell'aria: un poeta della musica, un semidio del canto. N mi ferma il pensiero che io non possa essere tal semidio. Come nelle remote competizioni del Mandorleto, io non mi commisuro al rivale: istintivamente mi oppongo. Mi rivedo, sul lago dei nostri giovani anni, impegnarmi a lotta vittoriosa con Alessandro, con fragili braccia inesperte sopra pesanti remi, nella regata del verde e dell'azzurro. Mi ritrovo a guidar verso i Due Pioppi, avendo in serpa il Tanagra azzurro e biondo che fu Elsa, l'indimenticabile e indimenticata Elsa sommersa, mi ritrovo a guidare di frusta corta, con redini prese per la prima volta tra le mani, un cavallino di sangue che allungava sul nastro bianco della strada il passo d'un galoppo da vertigine. Mi risento contro Alessandro ragazzo, che gi sfoggia il pi lontano e ipotetico avvenire davanti ad Elsa: "Sar ammiraglio...", tendere tutto l'orgoglio nella sfida senza misurar le mie forze: "Sar un grande musicista..." Sempre ebbe, il rivale assiduo, questo potere di gettarmi nelle sfide pazze a capofitto, senza controllo di possibilit. Cos oggi che l'ombra sua ritorna, alla sfida vestita della gloria d'un eroe dell'aria, io, senza esitazione, contrappongo nel cuore di mio figlio, di "nostro" figlio, la gloria del semidio della musica che io non sono, ma che per un istante, ingigantito dalla rivalit, sapr essere.
Ho scelto il mio canto pi alto in questo vecchio quaderno di canti incompiuti.  il terzo atto di Antigone, quando il re mendicante e proscritto cerca nella cecit, le braccia stese, invocando a gran voce, la piet filiale di Antigone che gli  stata rapita. Da lontano Antigone, restituita da Tseo, chiama a sua volta, avvicinandosi, il padre sventurato. Ma costui non ode. Dal bosco delle Erinni le Furie chiamano il colpevole al castigo: voci di perdizione alle quali, senza riuscire a superarle, s'oppone l'angelica voce d'Antigone ch' ancra la salvezza e la speranza. E il re perduto, chiamato dal canto della sua morte nella voce lugubre delle megere, scompare nel bosco sotto il fragore dei tuoni, nell'avvampare dei lampi, in mezzo allo scroscio dei fulmini. Troppo tardi su la sua morte si eleva, sedata la tempesta, la divina voce di Antigone che, squillando alta e festosa dai suoi argenti, chiama il padre. Come corrono sopra la tastiera le mie mani suscitando la furia tempestosa dei suoni che qua e l s'acqueta nella melodia serena d'Antigone! Come la mia voce sa trovare, pur dalle note del fiato corto, la maest lirica del grido! Come tutta la tragedia d'Edipo e d'Antigone si riaccende in me e con me s'identifica! Sono io il re proscritto che, spinto dal destino e portatovi dalla sua cieca solitudine, va al bosco delle Erinni. Ed  il piccolo Sisto, il fanciullo ritrovato, il pietoso figlio, l'anima d'Antigone che troppo tardi porta a suo padre la perduta speranza nel grande silenzio attonito delle cose compiute e delle irreparabili catastrofi. Mi metto nell'ultimo canto: nel canto d'Antigone che sale alle stelle per invocar dal cielo la pace di suo padre. Mi c'impegno con tutta l'anima che trascende ogni realt e spazia nell'infinito. E sento di trasfigurarmi prodigiosamente nella musica: non pi piccolo uomo, mediocre maestro di musica, cantore insufficiente, ma stupendo semidio che, con voci celesti, spande nel mondo, perch s'incontrino in onde d'armonia e ne facciano un amore solo, l'amore immenso del padre e l'immenso amore del figlio.
Cadono, su le ultime note, le mie mani che hanno creato nel suono il prodigio dell'amore. Ritrovo, nel silenzio, me stesso e la mia realt. E aspetto, con gli occhi ancra su la musica, prima di volgermi a ritrovare mio figlio. Ho bisogno che dentro di me la magica tempesta s'acqueti. Ho bisogno che l'anima mi si raffreddi, cos che possa rattenere il grido che le sfuggirebbe se sbito io ritrovassi, negli occhi rapiti di Sisto, la meravigliosa vittoria: il semidio del canto che ha vinto l'eroe dell'aria, il padre nascosto che ha superato, per un istante almeno, il prestigio del padre palese. Aspetto. Mi governo. Mi riduco da stature d'eroi a stature d'uomini. Sento l'equilibrio della vita mediocre riprendermi e riassestarmi dal delirio delle sovrumane tempeste. Aspetto che anche Sisto, il piccolo Sisto, il grande Sisto, ritrovi smagato tornando dal Cielo infinito, la sua realt limitata di uomo.
E finalmente, abbassato su la tastiera il coperchio, sepolti l sotto il mondo favoloso dei sogni, mi volgo a ritrovare mio figlio e cerco i suoi occhi. Sono chiusi. Non chiusi in un sonno deciso, ma socchiusi in una sonnolenza che non ha avuto neppure il senso che la musica era finita e che io non avevo, semidio grottesco per un dormiente, altro da dire. Devo richiamare a me, toccandolo sopra un ginocchio, mio figlio al limite indefinito tra sonno e veglia. Allora apre gli occhi. Di colpo ricupera s e me.  in piedi. Batte le mani. E, con un consenso che  lontano da me come se in questo momento mi applaudissero in Persia, mi dice sorridendo: "Bellissimo! Veramente bellissimo, maestro!"
Appare a tempo su la porta Biancamaria per avvertire che la colazione  servita. Metto un braccio su le spalle di Sisto che mi trovo accanto alto come me, e lo conduco nel tinello. Me lo faccio sedere davanti. Gli sorrido. Lo amo. Non ho rancore. Sono cuore di padre; e pu mai un padre non perdonare? Se l'accoglienza fatta al semidio impegnato a battere l'eroe ha mortificato in me l'istinto di vittoria, tuttavia cerco le spiegazioni capaci di liberare Sisto dalla responsabilit di quella mortificazione: musica ancra troppo alta, forse, per un ragazzo non chiamato alla musica, come l'altro mio figlio, come Isidoro, da irresistibile vocazione; scelto forse anche male il brano da me eseguito in una musica difficilmente tutta afferrabile in una prima audizione; commesso poi da me l'errore di non preparare Sisto alla musica spiegandogli le ragioni del canto, cio Edipo solo, Antigone rapita, l'appello delle Erinni, il ritorno della piet filiale; e, soprattutto, misurando le ore, un calcolo preciso per il quale Sisto, se da me  giunto prima delle undici, deve a Roma, a casa sua, essersi levato con l'alba; e un lungo viaggio, nella violenza dell'aria spezzata dalla corsa, stanca un giovinetto, esaurisce le sue forze d'attenzione e d'interesse. Sisto  dunque ampiamente perdonato. Gli sorrido. Gli parlo con tenerezza. Allietandomene, lo guardo mangiare e bere con allegro trasporto. Godo che i cibi, da me lungamente studiati, sieno di suo gusto. Son lieto di vederlo sovente chiedere a Biancamaria, bevitore di lungo sorso, di riempirgli ancra il bicchiere. E poich rilevo compiacendomene il suo gagliardo appetito e le sue vivaci attitudini di bel bevitore, Sisto dichiara:
Anche in questo, come in tutto, io somiglio a mio padre. La mamma, a Roma, ci teneva a freno. Lesinava i viveri, contava i bicchieri. Mi pare di sentirla ancra: "Basta, Alessandro..." E copriva con la mano il bicchiere di mio padre affinch il domestico non vi mescesse altro vino. Ma mio padre mi guardava e strizzava l'occhio. Voleva dire a me, senza che la mamma capisse: "Ci rifaremo..." E sa dove ci rifacevamo, maestro? Alla Spezia o a Livorno quando lo accompagnavo in quei cantieri per i suoi lavori. S'andava con gli ufficiali di marina amici di pap in certe bettolacce del porto... Me ne ricordo una a Livorno, al Molo, dove da principio, sedendoci a tavola, tutto sapeva di catrame: anche il pane... Ma che allegre mangiate di "caciucco", l dentro! E io, in fondo alla tavola, bevevo a piacer mio. Qualche volta un ufficiale avvertiva mio padre: "Badi al ragazzo, generale..." Ma mio padre levava le spalle e rideva bevendo: "Niente paura. Mio figlio  ferrato, come me..."
Prodigio del cuore paterno che anche in ci che meno ama cerca e trova le ragioni d'amare ancra... Nulla spiace a me, parco di viveri e quasi astemio, pi dell'orgia dei grossi mangiatori e dei grandi bevitori. Ma se mangiare e bere piace a mio figlio, al piccolo Sisto, rivedo e rifaccio dentro di me i miei gusti. M'improvviso contro l'abituale dispepsia uno spirito pantagruelico da degno figlio di Gargantua. Sorrido al ricordo di Gambrinus e delle sue botti. Inneggio silenziosamente a Bacco re delle vigne. Giudico eroica la morte del sublime cuoco Vatel che si uccise per una pietanza sbagliata alla tavola grassa del suo principe mangione. E mi dico guardando Sisto: "In fondo  bella questa giovent che molto consuma e provvede ai dispendii con larghi e pronti rifornimenti. Ber bene, mangiare meglio, segno di forza, privilegio della sanit." Guardo davanti a me Sisto acceso dal vino, ragazzo di svelta e lieta forchetta. Bravo! Cos s'ha da essere. Questo mio bel ragazzo forte mi piace cos: satollo e pieno. Che cosa farsene di quei ragazzetti pallidi che sfiorano i cibi con gli occhi, che bevono a gocce, che sembrano nutriti d'aria e che come l'aria son diafani? Mando Giotto a cogliere fresche dagli alberi le frutta pi carnose. Spedisco Biancamaria nei sotterranei a pescare sotto la polvere certe bottiglie di liquore sopraffino che hanno fama d'essere venute da Palazzo Pitti, essenza rara da cantimplore nelle cantine del Granduca di Toscana.
Si va di l a prendere il caff. E ritrovarmi in sala di musica mi rif presente l'assenza musicale di mio figlio. Sbito le mie mani vanno ad un armadio. Da questo ritorno verso un grammofono, cariche le mani di dischi che sollevo in aria interrogando il ragazzo:
Sai questi, Sisto, che cosa sono?
Apre le braccia e sorride, il grande Sisto, ragazzo pratico, come chi non crede ai miracoli; e miracolo sarebbe ha l'aria di dirmi il suo sorriso, s'egli, senza aver prima veduto che cosa c' scritto, potesse dirmi che cosa sono quei dischi.
Non li ho mai risuonati in tanti anni, dico a Sisto mettendo un disco nell'apparecchio, perch troppo mi avrebbe dato pena risentire oramai spenta nel silenzio una voce che cos divinamente cantava. C' la voce, la meravigliosa voce di tua madre, qua sopra, viva ancra. Vuoi ascoltarla? Vuoi sentire quale prodigiosa interprete della musica fosse tua madre?
Ho gi sentito questi dischi, risponde Sisto, tuttavia sedendosi per ascoltare. Non quando mio padre era presente, per; che mio padre poco o nulla gradiva che si rievocassero i tempi lontani in cui mia madre era artista di teatro. Nondimeno, assente il babbo, la mamma volle farmeli sentire: due volte. Molto belli... Cantava bene, mia madre. E oggi, se lei lo desidera, ascolter volentieri questi dischi per la terza volta.
Ho avviato il primo: Tristano e Isotta. Come meravigliosamente canta bronzo ed argento che in solennit si combattono dalle note alte alle basse, la voce magica di Rosalba Casarsa! Per la prima volta, da quando sono qui in esilio, riodo nel canto, che tuttavia era a portata della mia mano, la voce della prodigiosa cantante che, gola di cento gole, come un organo di mille canne sicuramente spaziava in tutt'i registri. Adesso per la prima volta, pensando muta la cantatrice d'allora, riudendola canora, misuro tutta la tragedia di Rosalba condannata in piena gloria al silenzio. Adesso dal suo silenzio misuro lo squallore del mio, lontano per quindici anni dalla musica, condannando a morte i canti che dentro di me fremevano e battevano le ali per salire dove ascendono a Dio, divinizzate, le voci degli uomini. Ritrovo, dai due silenzii, le prime voci di Rosalba quando, acerbe ancra nella miracolosa gola, tentavano le prime canzoni. Ripenso me la prima notte in cui, dal lago, essendo fanciullo, sentii mia madre suonare il Notturno di Chopin o il giorno durante il quale suonai ad Elsa, con pavide mani e cuore tremante, le prime note da me giovinetto strappate al mondo dei suoni per le primaverili parole della Canzone di Calendimaggio di Lorenzo il Magnifico:
Quant' bella giovinezza,
che si rifugge tuttavia...
Passo da un disco all'altro. Cambio di continuo musici e stili. Vado con Rosalba dal drammatico al patetico e dalla potenza alla grazia. Mi riempio di musica. M'inebbrio di canti. Vedo nelle taverne dei marinai Alessandro bere a gran fiato. Bevo io adesso a garganella, come lui le bottiglie, tutta la musica. E solo quando non ho pi che bere, quando barcollo ubbriaco fradicio di canto e di poesia, mi volgo a guardare Sisto, il piccolo Sisto, il grande Sisto, che, udendo cantare in quel divino modo sua madre dalla voce spenta, dietro una mano posta a riparo della sua bocca urbanamente sbadiglia.
Non c' dubbio a guardarlo: Sisto si annoia. Ora che la musica  finita troppa musica per un cos antimusicale ragazzo, vedo mio figlio andare alla finestra e guardar fuori l'emiciclo arboreo dove le panchine verniciate in rosso spiccano sul bosso bronzeo delle siepi che le circondano, alla lor volta circondate dalle serrate file dei miei cari cipressi che presidiano il mio silenzio e la mia solitudine, guarnigione di morte che tien lontana la vita. Comprendo che un tale quadro non possa apparire amico ad un animo giovinetto. Il cipresso non  albero da giovent. Tuttavia questa maest desolata, questa bellezza tragica da acquafrte di paura potrebbero suscitare in Sisto, se avesse anima d'artista, come me, come sua madre, qualche cosa di meglio dell'esclamazione con cui si volge a guardarmi:
Come fa lei, maestro, a vivere in mezzo a questo cimitero? Io non ci starei neppure dipinto.
Non ci starebbe neppure dipinto; e ci sta male, non dipinto, in carne e ossa, anche in questo breve pomeriggio che per lui, poverino, non deve passare mai. Lo sbadiglio non era riservato solamente agli illustri canti di sua madre. Di sbadigli ce ne sono, a ripetizione, anche per me. Tenta, il ragazzo, di nasconderli come pu. Quando li sente venire gira sui tacchi ed ha l'aria d'interessarsi, su la parete, a un quadretto. Non  vero: sbadiglia. Quando  seduto e girarsi non pu, prende da un tavolino un libro, il pi grosso che trova e, aprendolo in alto davanti alla faccia, lo sbadiglio lo mette l dentro, tra le pagine, per lasciarlo a me quale suo ricordo, come altri metterebbe un fiore. E allorch pi teneramente io gli parlo, cercando per ogni viottolo delle conversazioni possibili le vie segrete del suo cuore, mi sorride con aria amabile in una gelida distanza che non riesco a superare per quanto mi ci affanni. Mi par d'essere chi in sogno s'arrampichi per un'erta scoscesa rimanendo sempre al medesimo punto, senza avvicinarsi d'un passo alla vetta. Sento il pensiero del piccolo Sisto, del grande Sisto, dietro la sua fronte: "Che idea ha avuto la mamma di mandarmi da questo vecchio e uggioso signore che mal s'ingegna a divertirmi? E che son venuto a fare in mezzo a queste malinconie? Tra tanti cipressi centenarii che gli stanno attorno, questo pallido signore a me del tutto indifferente  un cipresso pi giovane..."
Ancra una volta d ragione a Sisto, a mio figlio, tanto io l'amo e vorrei amarlo. Le sue parole mi hanno dato e ridato il senso della sua bella allegria col suo padre fittizio, nei viaggi frequenti, nelle rapide corse in automobile, nei rischiosi voli, nell'inferno operoso e ordinato dei grossi cantieri, nei verdi silenzii, pieni di rombi improvvisi, degli aerodromi. Posso io tenerlo chiuso in una stanza, questo ragazzo d'aria aperta, ombrando delle mie malinconie la sua chiara adolescenza? Come pu egli avvicinarsi a me cos dissimile? Gli ho parlato  vero, di grandi ed entusiastiche cose; la musica, l'arte, la poesia, la bellezza, i meravigliosi canti di sua madre, le mie interrotte melodie. Ma tutto questo non pu avere nell'anima sua risonanza profonda. Di tutt'altre cose discorreva con lui Alessandro Confalonieri. Mi par di vederlo, Alessandro, a bordo d'un nuovo cacciatorpediniere imbandierato, giovane nella bella uniforme, comandare col megfono le sue maestranze, dirigere con ordini dati a secchi ed alti colpi di voce, dalla torre pi alta, negli sconfinati azzurri del cielo e del mare, le manovre d'un varo. Tolti gli ultimi sostegni, la nuova nave scivola lentamente verso il mare tra lo scroscio sonoro degli inni, tra la folla che acclama. E quando la prora ancra vergine d'acque incontra l'amplesso del mare in un immenso balzo di schiume, centomila persone, nel trionfo del costruttore, gridano: "Viva l'Italia!" Ed un ragazzo che ama le vittorie, agitando in aria un berretto, grida con legittimo orgoglio e con quanto fiato ha nella gola: "Viva pap!"
Quali vittorie posso io porre sotto gli occhi o davanti all'immaginazione del piccolo Sisto, del grande Sisto. I miei poveri occhi velati di ombre, le mie orchestre mute, le opere non condotte a termine, i capolavori ipotetici... Sepolture di grandi sogni, campi di battaglia senza pi eserciti e attorno ai quali questi vecchi cipressi montan la guardia d'onore per un popolo d'ideali che son sotto terra. Per occupare ancra un quarto d'ora ho aperto davanti a Sisto la scatola sacra che contiene gli augusti manoscritti dei miei maestri, le gialle pagine, dei miei vangeli: una lettera di Beethoven; una pagina del Don Giovanni di Mozart, scritta di pugno del musicista; un Notturno di Chopin segnato a matita, in una notte di Nohant, dietro una pagina dei cento romanzi di Giorgio Sand; i primi appunti di un'aria di Paisiello che ride tra i segni neri d'un foglio di carta da lettera per lutto; un menu di gran pranzo musicato da Rossini fraseggiando sui Macaronis  l'italienne e le truites  la Colbert, una sonata per violino improvvisata da Vieuxtemps dietro un programma d'un suo concerto ad Amsterdam; e, testamento d'un musicista e d'un cristiano, le parole tedesche scritte dalla mano tremante di Sebastiano Bach per musicarle, tra rantoli e preghiere, sopra il suo letto di morte: "Io son davanti al Tuo Trono, mio Dio, mettendomi nelle Tue mani. Volgi verso di me il Tuo volto pieno di piet e non togliermi il bene della Tua grazia..." Ma anche su queste sacre carte, che per me sono il mio tesoro nascosto nel mondo, gli occhi metallici, i freddi occhi di lamiera di Sisto si posano indifferenti. Ed io gli strappo con maniera brusca i fogli dalle mani senza rispetto e senza devozione. Richiudo a chiave la cassetta. Guardo fuori il sole. Spingo alla porta il ragazzo:
Andiamo fuori, andiamo...
All'aria aperta Sisto sembra rinascere come un fiore d'acqua stagnante, come una ninfea che all'uscire dalla notte s'erga su lo stelo ritrovando il sole. Al cancello della Cipressaia c', appoggiata ad un pilastro, la bicicletta di Giotto. Con quale giovane slancio Sisto l'afferra e ci salta sopra! Lo vedo correre su la via che scende a Poppi, voltando le spalle ai miei cipressi, come nella gioia lungamente attesa d'una liberazione.
...
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5. L'ADDIO ALLO STRANIERO.
...
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...
 ritornato. Dopo un'ora di corsa, dopo un'ora di libert. Ma  ritornato; ad ali basse, uccellino che riviene a mettersi ancra per poche ore nella mia gabbia. Ho bisogno di dirgli; "Non t'avvilire cos. T'aprir fra poco questa gabbietta d'una giornata perduta e in questa mia povera gabbia tu non ritornerai mai pi..." Ma taccio. Il silenzio aiuta meglio delle parole il trascorrere delle ore difficili: minuto per minuto, tra i male associati, il silenzio consuma l'equivoco dell'inassociabilit. E, nel silenzio, non ho rancore per Sisto. Il mio rimprovero va a Rosalba: a lei sola. Le avevo consentito di mandarmi per una giornata mio figlio. Mi ha invece rimesso a fianco, per queste interminabili ore, Alessandro Confalonieri ragazzo. L'antipatia del Mandorleto nel senso etimologico della parola che  quello di sentir diversamente, si rinnova su questa panchina rossa della mia bicocca dove, dando le spalle ai cipressi, una totale antitesi non riesce a trovare un solo punto d'accordo.
Da una finestra aperta sopra una stanza della bicocca, Sisto, stando accanto a me nel giardino, ha veduto nella semioscurit della casa il variopinto mappamondo. E con quattro parole ha detto tutto il suo programma: "Il mondo! Voglio conoscerlo tutto..." E poich ora mi diverto io spasimante divertimento, a cercare in Sisto non le supposte affinit con me ma i segni della personalit di colui che sembr suo padre, dico al ragazzo:
Anche tuo padre amava girar l'universo. Da ragazzi, allorch stavamo al Mandorleto, non ebbe pace fin quando la sua famiglia non lo mand a studiare a Liegi.
E anch'io risponde Sisto, voglio andare a Liegi l'anno venturo. L'ho gi dichiarato alla mamma: alla mamma che resiste e che poi ceder. Me lo diceva sempre, mio padre: "Non si deve addormentarsi in un guscio. Il mondo  bello. Il mondo  grande. A stare fermi sempre in un posto si fa la muffa come i vecchi muri che non si muovono, che non prendono aria e sole..." Io andr a Liegi l'anno venturo. Di l voglio poi andare a Londra per studiare l'inglese. E l'universit voglio farla in America. Io son fatto cos. Non ho mai per amici, alla scuola, quelli che erano i miei condiscepoli dell'anno precedente. La mia simpatia, la mia curiosit vanno ogni anno ai nuovi, a quelli che non ho mai veduti ancra. Che gusto c' a stare sempre con quelli che gi si conoscono?
Questi li butti via, commento io. Limoni spremuti.
Sisto non sente l'ironia ed approva:
Ecco: ben detto. Limoni spremuti. E invece da ogni cosa, da ogni persona, bisogna spremere il sugo che hanno dentro, prendere il buono e il nuovo che c' per poi passare ad altro. Io spremo anche si figuri! le stanze. Sissignore, le stanze. Siamo sempre, da quattordici anni, a Roma, nel villino dove sono nato. Purtroppo il babbo l'aveva comprato e se ne pentiva. "Mi son tolto cos diceva, il piacere di cambiare casa ogni anno. Cambiare casa vuol dire rifarsi nuova la pelle." E io, non potendo cambiar di villa, sa che cosa faccio? Metto in croce la mamma. E cambio almeno stanza. Dal pianterreno al secondo piano le nostre stanze le ho girate tutte: e son venticinque. N mi basta cambiare stanza. Mi vengono a noia, a furia di vederli sempre uguali, anche i mobili. E ancra persguito la mamma per averli mutati. E quando proprio la mamma non vuole, m'arrangio da me: li sposto. Mi capisce? Ho ragione? No, per lei non ho ragione. Lei sta fermo qui da quindici anni, tra questi cipressi che io avrei fatti buttare gi il secondo giorno. Aver davanti sempre questi giganti malinconici, Dio, che uggia! Io ne morrei.
E invece tu vivrai, correndo il mondo...
Oh s... Correndo il mondo...
Guardo Sisto. Ha gli occhi, fermi e mobili nel medesimo tempo, di chi al tiro a segno, l'arma gi appoggiata alla spalla, sceglie il bersaglio: gli occhi di Alessandro che frugano nell'avvenire, puntando i colpi ai quali eran promessi i pi ricchi trofei. E penso ancra a Rosalba: la villa visitata sotto i lauri tra Laurana ed Ica, la villa Frappa, la vita ricomposta della nostra trinit. Ignora ella la violenza di questa volont d'evasione del ragazzo nomade? O pensa di poterla dominare e contenere? O, meglio, il ragazzo serve da ponte per avvicinare me a lei; e poi, ricomposta la coppia, il ponte non serve pi ai suoi disegni; e pu la vita, dopo la prima che fu palese, riportarmi via anche la seconda e occulta paternit. In tal caso Sisto, il piccolo Sisto, il grande Sisto, non  un'offerta;  un agguato. Serve a lei per legarmi indirettamente, sciogliendo il figlio nella libert dei suoi voli.
Sento il calcolo dell'assidua calcolatrice. Rivedo, in fondo agli occhi della sua apparente innocenza, la luce matematica di precisi e predisposti congegni che gi altre volte vi scopersi. Mi sento preso in un viluppo di personali ed egoistici interessi. Ancra una volta le mie illusioni romantiche sono davanti a me, frantumi d'un mondo che fu il mio e che non  pi il mio. E d'improvviso risale torbidamente dalla mia anima un senso di ostilit verso Rosalba e questo suo figlio che mi sta a lato, a dieci centimetri e ad incalcolabile distanza dal mio cuore. Che cosa cerca la mia ansia paterna in mezzo a questi estranei? E di quale paternit si parla, tra Rosalba e me? Sento la mia paternit per Sisto ridotta all'elemento primo del seme necessario a creare, non la ricchezza spirituale d'un figlio, ma, tra tanti miliardi di uomini, un uomo di pi.
Almeno tacesse, questo ragazzo! Macch! Non sa tacere come sovente tace in me, davanti ai contraddittori, la pusillanimit dei romantici che si chiudono entro s stessi e in s stan bene. Questi antiromantici della vita fatta con la ragione sono invece aggressivi e polemici. Nella necessit di farsi largo sentono il bisogno d'imporsi. Rivedo Alessandro Confalonieri che nelle discussioni andava avanti a gomitate, assalitore con le idee nei sentimenti degli altri, cervello armato di teorie buone per tutti nella realt in mezzo alla solitudine dei cuori ognun dei quali tesse il suo fragile sogno solo per s. Cos Sisto ha bisogno ragazzo pieno di presunzione, d'imporsi a me, di sfidarmi. Il mio sorriso che dissente gli sembra un muto rimprovero. E mi assale senza che io abbia parlato.
Siamo tutti cos, quelli della mia et, comincia a dire. Quei pochi che non ci rassomigliano ci fanno ridere e non ci sar per loro posto nel mondo. Quando a mio padre che m'incitava a uno studio, a uno sport, a qualunque cosa, io nella pigrizia rispondevo: "C' tempo...", mio padre gridava: "Niente affatto. Non c' da perdere un solo minuto: potrebbe essere quello che decide. Chi arriva prima va avanti. Quelli che stanno l a gingillarsi con le parole, restano indietro, sono travolti dai pi forti, dai pi agguerriti... Fatti, fatti ci vogliono! Le parole son sempre state utili solo ai poeti che fanno la cosa pi inutile che sia al mondo: le poesie". Cos pap. Ma la mamma voleva che io leggessi Dante. E io, per ubbidire, ci sbadigliavo sopra, leggendo e rileggendo quelle terzine dove ci volevan le note ch'erano in fondo alle pagine per capire qualche cosa. E pap, se mi trovava in mano Dante, scaraventava in un angolo il poeta e mi metteva davanti un manuale di telegrafia senza fili dandomi uno scappellotto e dicendomi: "Studia questo.  pi utile..." E aveva ragione. Che cosa devo farmene, di Dante, io ingegnere?  forse la poesia che ha fatto creare da mio padre le sue belle navi, i suoi dirigibili?
Scoppio finalmente:
S, s, s, senza che egli lo sapesse, la Poesia. Non si fa nulla di utile nel mondo, nulla di grande, nulla di eroico, senza la poesia. Credi tu, ragazzo, che la poesia sia qualche cosa di staccato e di diverso dalla vita e dal mondo? La vita  vita solamente in un'atmosfera: quella che tutti respiriamo ogni giorno, quella che anche tuo padre respir al Mandorleto senza saperlo. La poesia!  l'involucro del mondo, la poesia, ragazzo avventato che ne parli senza sapere che cosa sia. L'involucro: ho detto bene. Tuo padre ha costruito un dirigibile. E che cos'era che lo faceva stare su? I gas. Ma dov'erano i gas? Dentro l'involucro. E quando l'involucro  andato in fiamme, che cos' stato dei famosi gas? Si sono perduti nell'aria e tuo padre  caduto. E credi tu che la vita degli uomini, per essere vita, abbia solo bisogno di navi e di dirigibili? Ha bisogno di tutto, la vita: cos delle cose in apparenza pi inutili come delle pi necessarie, delle cose concrete e delle cose ideali, della realt precisa e dei pi immensi sogni, di tuo padre che fabbrica l'uccello meccanico e di Dante, del povero Dante di cui tu ridi, che lo fa volare, che d a quell'uccello un ideale, un destino... Ho avuto un figlio che m' morto: Isidoro. Era un grande musicista e necessario al mondo pi di quanto tu, nella tua arroganza, ti credi al mondo indispensabile. Tutto questo, tuo padre, che ti metteva in mano i manuali della telegrafia senza fili, non te l'ha mai detto. Ma te lo dico io. E non avrai perduta la giornata in cui sei venuto ad annoiarti con me. Sai che cosa sono al mondo la musica, la poesia, la bellezza? Sono Dio. E senza Dio non c' vita possibile per gli uomini; o almeno non c' vita pi alta di quella che, strisciando a terra nel suo lavoro senza luce, vive questa formica ai nostri piedi.
Ma Sisto leva le spalle con fare sicuro:
Oh, Dio!... In Dio pap non credeva.
Mi sono levato di scatto. Mi sono rapidamente allontanato da Sisto. Vado sotto i miei alti cipressi col medesimo cuore ansioso d'eternit col quale, adolescente, andavo sotto la candida pioggia dei miei piccoli mandorli in fiore. E questo miracolo della divina presenza che ho sempre cercato in me lo sento solamente adesso, lo conquisto consapevolmente solo in quest'ora, sotto questi cipressi; inconsapevolmente era gi in me sotto i mandorli. E volto le spalle a questo stolto ragazzo, nato solo materialmente da me e al quale hanno insegnato come se eguale meraviglia fosse fabbricare una nave o creare il mondo, che Dio non c'.
Caduta l'ira sotto un comando celeste che mi dice di perdonare anche all'empiet, sono ritornato allo spiazzo dove ho ritrovato Sisto che non s' mosso dalla panchina e l m'aspetta con un sorriso che sembra sgomentato dalla mia improvvisa ribellione e tuttavia non disarma. Nel vedermi risedere accanto a lui il ragazzo mi dice:
Perch si altera cos? Ognuno ha le sue idee. Ed io ho quelle che mio padre mi ha date.
 il momento in cui il medesimo grido del Granduca Pietro al piccolo tenente degli ulani della Guardia impetuosamente sale alle mie labbra: "No. No. Non lui  tuo padre. Io sono il padre tuo..." Ma rivedo in un lampo, nel vialetto dei Camaldoli, padre Cosimo che rompe il vaso nel riordinare ci che era gi in ordine. Sento la mia responsabilit. Ricordo la promessa fatta a Rosalba. E, superando la mia paternit e seppellendola nel silenzio per sempre, dico a Sisto:
Non ne parliamo pi. Pensiamo invece alla tua merenda. Sarai certo abituato a prendere qualche cosa a quest'ora.
Le donne corrono a portargli crema, biscotti, barattoli di marmellate e una torta. Daccapo Sisto allegramente divora. E lo rivedo, come l'altro suo padre, risolvere a tavola, bestia che mangia, l'ansia dei grandi problemi.
Guardo l'orologio. Le quattro. Come mai Andrea Fiore e Sebastiano Cremisi non sono ancra di ritorno? Non calcola Andrea il tempo necessario per riportarsi a Roma il ragazzo, prima che la notte sia alta? La presenza di questo ospite comincia ad essere per me uno snervante fastidio. Sento che devo ancra parlargli e non so pi che cosa dirgli. N, in fondo bene educato, vuole egli ancra, con altre idee opposte alle mie, provocarmi peggio di prima. Sento che nel suo spirito mi ha gi definito: bizzarro amico quello che tanto gli era vantato dalla mamma, un uomo lunatico, un vecchio stravagante, col quale non si pu trovare un tema di conversazione che non sia contrasto. Mondo ch'egli non intende, gente che non l'interessa, fossili della preistoria, museo. Ed io penso a Rosalba. Possibile ch'ella non abbia avuto coscienza di questa nostra inconciliabile diversit, che non abbia sentito profondamente diverso dall'uomo che in me ella ha conosciuto questo ragazzo che  stato mio figlio e che non  pi mio figlio da quando, negli anni in cui la vergine cera umana  docile a tutte le impronte,  stato modellato da un altro a sua immagine e somiglianza? O, pure avvertendo la diversit, ha ella creduto che l'istinto paterno avrebbe in me prevalso sopra le antinomie dandomi il desiderio e l'ambizione di distruggere a poco a poco nell'animo di Sisto il gi fatto per rifar tutto a mio modo? Ardua fatica e impossibile ricostruzione. Mi diceva un giorno un filosofo: "Non tutte le anime si possono rifare rieducandole, come non v'ha sarto che possa riadattare qualunque vestito sbagliato. Se l'errore e nell'aver vestito il corpo con troppa larghezza, pu l'abito questione di abilit e di pazienza, essere rifatto a giuste misure su le tue spalle. Ma se l'abito  sbagliato perch troppo stretto, dove puoi riprender tu quello che le forbici hanno portato via nella ricchezza del panno? Cos vi sono anime che, tagliate con la miseria, non si possono pi rimettere a sesto..." Tuttavia Carlyle, Sartor resartus, si rivest. Ma, sarto di s medesimo, Tenfelsdrck, fuggito dal piccolo giardino del meschino villaggio di Eutepfuhl alla scoperta del mondo, non chiede ad altro sarto il panno che gli manca; Sartor resartus, solo dei suoi panni spirituali fa le sue vest nuove da s.
Non  da tanto miracolo d'intima illuminazione mi sembra, questa mediocre anima che in poche ore, Sisto m'ha meschinamente rivelata. Rivedo la notte di cui questo ragazzo non ha memoria: quando lo rubai nella culla, piccolo d'un anno, per portarmelo via, figlio mio, bene mio, nascostamente, in un qualunque cantuccio del mondo dove io sarei vissuto di questa meravigliosa festa: vederlo giorno per giorno conquistare il mondo e il linguaggio, riconoscere le cose, scoprire i fiori, gli uccelli, i pesci, i frutti, i balocchi; e giorno per giorno, anno per anno, vedere nel mistero del bimbo chi mai fosse per essere quell'uomo destinato ad uscire sotto i miei occhi cuore, coscienza, intelletto, dalla forma primitiva del bimbo, uguali per tutti nell'uovo umano appena nato, per il re e per il mendico, per il poeta e per lo stolto. E una voce mi diceva, quella notte, che il piccolo Sisto aveva da me nel corpo sangue dei Bibbiena, eredit spirituale dei Bibbiena troppo ricca per non trasmettersi, che il piccolo Sisto avrebbe amato la musica come sempre i Bibbiena l'amarono e, rassomigliando a Isidoro, ne avrebbe ripreso e continuato sino alla gloria il radioso sogno interrotto. Tutte le possibilit erano in te, piccolo Sisto, in quell'istante in cui eri ancra, per l'ultima volta, nelle mie braccia. Ma un colpo degli inseguitori mi colp nelle gambe. Mi sfuggisti dalle braccia che s'apersero. Rotolasti a terra, nell'erba. E fu come se una stella sfuggisse dalle mani d'un Dio e spegnendosi cadesse a terra, rottame di cielo, vuoto... Ecco, difatti, che cos', nel grande Sisto di oggi? magica stella;  quello che Alessandro Confalonieri l'ha fatto, maneggiando freddamente un'anima come un compasso, misurando uno spirito a millimetri come, fatta la scala proporzionale, a millimetri si pu misurare uno scalo. E invece l'anima, o padre senza poesia, va gettata nell'aria incandescente della vita spirituale, a gonfiarsi stupendamente d'immensit, libera e senza misure... Se questo ragazzo avesse vissuto i suoi primi anni, come Isidoro, rincantucciato al margine delle mie orchestre, trasumanando nell'immenso respiro dei suoni, non sbadiglierebbe oggi sui divini canti di sua madre, non s'assopirebbe sopra il canto d'Antigone nella mia opera interrotta ch'egli solo se diverso fosse stato, avrebbe potuto farmi riprendere a sessant'anni...
Addio, grande Sisto che non mi somigli. Addio, straniero che mi sei figlio. Quando ritorner dai Camaldoli Andrea Fiore per venirti a riprendere? Contavo questa mattina gli ardenti minuti che mi separavano dalla gioia di ritrovarti per mia miracolosa ricchezza. Conto adesso su l'orologio al mio polso e tu vedi quei miei sguardi, i minuti vuoti che mi separano ancra dalla liberazione di vederti andar via, ultima spoliazione degli altri nel mio umano patrimonio di poesia. Tua madre s' illusa di vederci riuniti per sempre. Troppo tardi per ritrovarci, figlio perduto. Non doveva tua madre separarci affinch potessimo essere veramente, come su la culla di Tivoli, padre e figliuolo. Ora invece, causa ed effetto senza possibile relazione, noi ci volteremo le spalle per non rivederci mai pi. Ed  forse bene che sia cos. Isidoro, il mio indimenticabile figlio, il mio unico figlio, corpo e spirito, generazione e rassomiglianza, non avr cos un postumo rivale dentro di me.
 l'ora che mi piace. Caduto il sole dietro la bicocca che ancra se ne illumina su l'alto dei muri, i miei cipressi gi si volan di notte preparandosi a reggere su le cime, candelabri che aspettan le fiamme, le prime stelle. Il paesaggio che s'allarga attorno alla bicocca prende nella penombra una patina di lontananza e di nebbia. Son su le strade i rotoli pesanti dei lenti carri che tornano. Ritornano a me, dalle campagne che s'addormentano, le grandi serenit musicali della Pastorale. Sento che il mondo nell'abbuiarsi si fa pi piccolo attorno alla solitudine del mio cuore. E, come in una casa rumorosa che si vuoti di ospiti un orologio riprende con sonorit il suo ritmo, mi par di risentire il mio cuore che, battendo nel giuoco alterno delle valvole, mi tien compagnia.  l'ora dei poeti e dei solitarii che, dal brusio del mondo, ritrovan s stessi. E d, il grande Sisto, l'ultima pennellata alla nostra assurda giornata d'estrema lontananza a due passi.
Non posso sopportare quest'ora del crepuscolo, mi dice Sisto. Le dispiace se, finch ritorner Andrea Fiore, ritorniamo dentro la casa ed accendiamo le lampade? Anche mio padre aveva in uggia quest'ora. In casa, lavorando, faceva chiudere le imposte quando il sole c'era ancra ed accendeva la luce elettrica. E, se eravamo per la strada, al primo scolorire del giorno, ci si ficcava tra le luci d'un bar, si metteva in fuga con un po' di jazz la malinconia, l'insopportabile malinconia.
Ho accompagnato Sisto nelle stanze. Ho fatto accendere e portare quante lampade sono in casa. E, ricordando d'avere anche dischi di musica americana che mi mand in omaggio una casa editrice, avvio sul grammofono una danza negra. Vedo illuminarsi subitamente, a quei suoni, il volto del grande Sisto. Cerca attorno, per ballare, una possibile dama che non c'. E sento che, se non fosse troppa libert, abbraccerebbe volentieri, per le piroette di quell'one step, Biancamaria che viene bicchiere della staffa, a portarci un vecchio rosolio.
Finalmente Dio sia lodato! Sebastiano Cremisi e Andrea Fiore, scusandosi d'essere in ritardo, son su la porta. La partenza di Sisto sembra una fuga. Ho appena il tempo d'abbracciare Andrea Fiore. Sisto ha gi su le spalle il suo soprabito senza trovarne, nella gran fretta, le maniche. Scappa in giardino. Corre alla macchina. Sta per salirvi. Solo allora ricorda che io ci sono, che  dovere ringraziarmi e salutarmi. Io non ho mente ad abbracciarlo. Ma si offre da s ad un abbraccio indifferente che nulla chiede e nulla d. Salta sul sedile a fianco di Andrea Fiore che  gi al volante. Fa scattare il comando dei fari inondando di luce la via della fuga. E ad Andrea raccomanda:
Bisogner far cento all'ora. La mamma ci aspetta.
Poi, gi ebbro di corsa mentre  ancra fermo, trattiene la mano di Andrea pronta a premere il tasto elettrico della messa in marcia ed ha per me un'ultima domanda:
Dimenticavo... Che cosa devo dire per parte sua alla mamma?
Cercando la risposta, lucida per lei e per Sisto incomprensibile, gli rispondo:
Dille quello che voleva sapere per la mia estate. Dille che non andr certamente a Laurana.
Sul motore che romba, dalla macchina che si slancia su la strada illuminata, sento la voce di Sisto che ripete senza comprendere:
Benissimo. Ho capito: lei non andr a Laurana...
La macchina sparisce laggi alla svoltata, segmento di luce su lo spazio infinito dell'ombra notturna. Rientro con Sebastiano Cremisi nella stanza illuminata. E l, sopra il cerchio luminoso d'una lampada, il vecchio maestro vede i miei occhi e, mettendo il suo braccio su la mia spalla, dice senza stupore:
Tu piangi...
...
.
...
6. IO MI CHIAMO: AVVENIRE... IO MI CHIAMO: PASSATO...
...
.
...
Improvvisamente Giotto entra di corsa nel mio studio:
O lo sa chi c'? C' la signora!
Quale signora?
O che signora vuole che ci sia? Quella che venne gi qui l'altra volta.
In un movimento d'ira, scattai in piedi dietro la mia tavola alla quale ero seduto e balzai in avanti come se dovessi correre alla porta per respingere un nemico che m'assaliva. Ma la ragione mi ferm a met del mio impeto: correre incontro a Rosalba e dirle: "Che cosa vuoi tu ancra da me? Che vieni a fare? Non senti ancra e ancra non sai che nulla  pi possibile fra noi, che siamo un libro chiuso per sempre al quale non c' pi altro da aggiungere? Vattene. Tenta altrove di riannodare in qualche modo la tua vita che sent spezzata. Io non ti posso servire per questo. Lasciami alla mia pace e al mio silenzio. Addio, Rosalba; e questa volta veramente addio per l'ultima volta..." Ma rimasi l in mezzo alla stanza con le mie parole definitive che mi morivano dentro appena nate, spinte su le mie labbra dalla collera, su queste fermate dalla curiosit e da non so quale senso d'incancellabile e d'indimenticabile per cui, anche se adesso ella m'era diventata estranea, non mi sarebbe stato mai consentito di mettere alla porta Rosalba come una straniera. Si supera, nel tempo, un grande amore. Ma non potrebbe un'eternit cancellarlo.
Del mio silenzio a met della stanza Giotto approfitt, toscano cerimonioso al quale la bellezza e l'eleganza di Rosalba imponevano premura e rispetto, per correre fuori e ricondurmi dentro l'ospite anche se la sapeva a me mal gradita. Non poteva s eletta dama, che giungeva da Roma in una vettura da cinquantamila lire, e con altre cinquantamila lire alle dita e sul petto, fare lunga anticamera. Cos ancra Rosalba fu davanti a me senza una parola, sorridendo. Mi parve, ed era, bellissima. Di piena estate, e con un vestito leggero, il meraviglioso corpo da statua greca di Rosalba si disegnava sotto le stoffe lievi, in una nudit appena velata che palpitava, in una freschezza di carni sode e di pelle rosea che non avevano pi anni. Rividi davanti a me, a distanza di pi di tre lustri, la meravigliosa creatura delle Isole Borromee, l'elastica immagine della primavera in movimento che, nei giardini dell'Isola Bella, scortata dai bianchi pavoni infingardi, correva sui prati sfiorandoli appena col passo come se agilmente vi sobbalzasse. Vidi sotto la battista della camicetta i piccoli seni tondi, fermi ancra nella vigoria dei tessuti giovani che reggevano meravigliosamente la belt. Ebbi sbito l'impressione che non in quello stato si potesse giungere da Roma nascondendo la stanchezza d'una cos lunga corsa. Rosalba, sebbene fosse gi alto pomeriggio, sembrava appena uscita dal riposo del sonno, rinfrescata dal bagno, incipriata allora. L'abito elegante non aveva una piega. Non un capello serbava traccia del disordine fatto dal vento.
Da dove vieni? Non certamente da Roma...
Furono le mie prime parole alle quali Rosalba sedendosi rispose:
No. Non vengo da Roma. Nostro figlio, Sisto,  da molte settimane al mare, in Riviera. Poich ha buona assistenza di famiglie amiche ho lasciato ieri, dopo mezzogiorno, in automobile, Santa Margherita Ligure. Ho fatto una sola corsa sino a Poppi. Ci sono arrivata di sera, stanca morta. Nella pi che modesta locanda del paese sono caduta sopra un bel letto grande che odorava di bucato e di spigo. Ah che bellezza! Vi sono rimasta allungata per dodici ore, deliziosamente, dormendo come un ghiro beato. Mi son levata a mezzogiorno. In un bagno primitivo ho aspettato l'ora di far colazione e di vestirmi. Poi piano piano, in tre quarti d'ora, con la macchina quasi a passo d'uomo per queste belle strade, me ne son venuta fin qui, fantasticando... Non ero sola, questa volta. Avevo con me l'autista. Ed ho rimandato la macchina a Poppi. Non ho infatti intenzione di sloggiare da qui appena arrivata. Ci passer la notte se tu, orso difficile, vorrai essere tanto amabile da darmi nella bicocca ospitalit.
Guardai Rosalba. Sorrideva con semplicit, come un'amica che fa sosta durante un viaggio, senza occulti disegni.
Vai forse a Roma? interrogai. Non era allora pi semplice e breve tirar diritto per la Maremma?
Non vado a Roma, spieg Rosalba. Il mio viaggio  solamente per te. Morivo di nostalgia, avevo un folle bisogno di rivederti. Ma tu invece m'accogli male, con un viso accigliato che ha l'aria di dire: "Non poteva costei lasciarmi in pace e starsene al sole di Santa Margherita ad abbrustolirsi ancra di pi?" Ma guarda la mia pelle.  cotta al punto giusto. Proprio come a te un tempo, d'estate, piaceva. E tu allora mi dicevi sempre: "Ora basta. All'ombra! Cos e d'oro e mi va. Se insisti coi bagni e col sole, diventa bronzo, perde valore." Ed ho voluto, caro, portarti l'oro. Guarda.
Scoperse una spalla che brill tra le stoffe come quella d'una piccola statua patinata d'oro. Poi, d'improvviso, ricoperse:
Ma io sono sconveniente nel ricordare alla tua attuale saggezza le nostre antiche follie. Perdonami. Che cosa vuoi farci? Sembra a me che il tempo non sia trascorso tra noi, dividendoci. Mi pare ancra d'essere come allora: due amanti.
Pi che mai diffidente, lasciai cader la parola senza raccoglierla, mentre Rosalba sbito aggiungeva:
Ma qui non  venuta l'amante:  ritornata qui la madre, la mamma di Sisto. Ebbi la tua lettera, mesi or sono, dopo la visita di Sisto alla Cipressaia. L'ho letta e riletta cento volte, quella tua lettera. La so a memoria. E non ho potuto, in fondo, darti torto. Comprendo benissimo che Sisto, al primo incontro, possa averti deluso. Volevo risponderti sbito. Non lo feci, per quanto tacere mi costasse. Mi dicevo che non sarebbe stato possibile cancellare le tue prime impressioni legittime, giuste, non appena tu le avevi subite. Occorreva, per questo, lasciare al tempo di fare l'opera sua. E l'ho lasciato, il tempo, lavorare tre mesi. In capo ai quali sono finalmente venuta a dirti: "Avevi ragione ed hai torto. Sisto, nostro figlio,  come tu l'hai veduto e giudicato. Questo  certo. Ma tuttavia non  cos. Nella tua lettera dicevi: Non si cambia un ragazzo di quattordici anni.  gi fatto. Potenzialmente  gi l'uomo che sar, che dovr essere. Giusto, giustissimo per molti altri, forse anche per tutti. Ma Sisto no... Ricordati Sisto di chi  figlio. Rammenta come tu chiamavi spesso la madre: Mollica... E Sisto  appunto come sua madre: facilmente impressionabile, pronto ad essere fatto e rifatto in cento diversi modi secondo la volont e l'arte di chi voglia interessarsi a rifarlo. Vorrei vederti impegnato nell'opera invogliante, meravigliosa opera, di rifarlo da cima a fondo a modo tuo. Ti giuro che in sei mesi e anche meno, tu non crederesti alla trasformazione. Ti sarebbe facilissimo, con un po' di pazienza e un po' di tolleranza, cancellare i caratteri che gli ha dati un altro uomo cos differente da te, amore mio. Vedresti uscire da quel ragazzo, a poco a poco, ma rapidamente, profondamente, un figlio che ti somiglierebbe come un ritratto fisico e morale, un secondo Isidoro.
Lascia Isidoro, gridai. Non ti consento di nominarlo.
S, s, hai ragione. Non devo nominare Isidoro.  per te troppo sacro, troppo in alto. E non potrebbe mai, il nostro Sisto, per quanto potesse un giorno valere, paragonarsi con lui. Ma voglio dire che anche il nostro Sisto, rieducato da te, da te illuminato, amerebbe come lui la musica, sentirebbe la poesia che pur gi tanto sente a modo suo credimi, e forse, anzi certamente, rinunzierebbe alla sua smania di girare il mondo e rimarrebbe con noi, ad unirci, a farci felici, a Laurana od altrove, dovunque a te piacesse mettere la nostra nuova vita, raccogliere la nostra famiglia...
Alzai le spalle a queste parole:
Famiglia? Io non ho famiglia, Rosalba. Noi tre non siamo una famiglia. Io e te siamo un passato sepolto e che non pu rivivere. Non ci sono risurrezioni se ci fu vera morte. E noi morimmo, Rosalba. N Sisto pu trovare un padre in un estraneo, in un vecchio amico di sua madre dal quale tutto lo ha allontanato e nulla, da quando nacque, l'ha a lui avvicinato.
Come se volesse tra le mie parole e le sue mettere una pausa, o come se cercasse ragionamenti da opporre ai miei, Rosalba guard dalla finestra del giardino. Andavano e venivano, attraverso questo, dal cancello all'aia stesa di l dai cipressi in pieno sole, ragazze e giovani, tutti contadini, chi portando tavole e sedie, chi festoni di verdura, chi tralci di vite e lanterne, chi vasi di fiori o strumenti per musica. Rosalba si volse a me interrogando:
Che c'? Che cosa fanno? Pare che preparino una festa.
E, difatti, risposi, una festa preparano. Una festa campestre che  tradizionale da queste parti prima che la vendemmia incominci. La chiamano la "settembrina" ed ha luogo la notte che va dall'ultimo d'agosto al primo settembre.
Ma allora proprio questa notte... grid Rosalba battendo le mani. E io ci sono. Che bellezza! Andremo anche noi. Anche noi ci divertiremo.
Certamente io non posso mancare. Ma tu non potrai divertirti tra questa povera gente che fa festa con nulla. Due canzoni, un organetto, quattro salti, un bicchiere dei loro vini; e non chiedono altro. Troppo poco per te, bella signora avvezza alle grandi parate mondane, ai balli dei casinos, alle fantasmagorie luminose del Lido.
Rosalba alz le spalle come scuotendo, di quelle solite feste, la noia.
Non mi conosci, rimprover poi. Tu credi che io ancra goda di quelle frivolezze, di quelle mondanit che possono avere un po' attirato, col loro apparente brillio, la giovane donna che ero e non sono pi. Io sono un'altra donna adesso, Sisto. Ancra non me lo leggi negli occhi? Non ci trovi dentro tutta la mia malinconia? Il mio sogno  adesso uno solo: una casa, una bella casa sul mare, con pochi libri e molte musiche, le sole cose vere del mondo, e te, e nostro figlio, e un'immensa serena tenerezza fra noi...
Si stacc decisa dalla finestra e mi venne davanti.
Mi gir intorno statuariamente atteggiandosi, facendo valere in belle pose e nei pi varii movimenti la sua resistente e vittoriosa bellezza:
Credi che piacer stasera ai tuoi contadini? Credi che queste belle ragazze saranno tutte gelose di me? Gli ardevano gli occhi. Poi rise. Abbandon le braccia sollevate in alto sopra la sua testa come se reggessero un'anfora. E, con le braccia, abbandon anche in un'ombra che le pass sul bellissimo volto, l'ultimo orgoglio di s:
Scherzo. Sono pazza. Chi vuoi che sia pi geloso di me? Sono vecchia oramai. Sono la tua vecchissima amica...
Sentii un fremito passarmi nel sangue. Spontaneo e incontenibile il grido dell'ammirazione sal alle mie labbra:
Tu sei meravigliosamente giovane, Rosalba. Tu sei sempre la pi bella di tutte.
Per te, Sisto. Forse per te. Ma non per gli altri. L'osservavo giorni sono a Santa Margherita. Non cammino pi, come prima, in un solco di teste che si volgono e d'occhi che mi guardano.  finita, dopo la cantante, anche la donna. Sopravvivo a me stessa. Solo i tuoi occhi mi vestono ancra d'illusione, mi desiderano...
Mi si accost per accendermi. Ed io non seppi, pur da lei ritraendosi l'anima, rifiutarle le braccia. Sentii la sua carne accostarsi alla mia, dovunque aderire e avvilupparmi. Era tutta su me, volto contro volto, respiro nel respiro, la bocca offerta, umida, rossa, in un sorriso:
Ma non  vero, Sisto, quello che or ora t'ho detto. Sento ancra su me, dovunque vada, il desiderio degli uomini, una cupidigia muta che prende senza possedere. Ma tutti mi fanno orrore. Ho un uomo solo nel mio sangue, nei miei nervi, in tutta la mia fisica sensibilit.
La guadai sul viso respingendola da me con violenza:
Alessandro...
Mi fu sopra d'impeto. Mi avvolse nelle sue braccia nude Cerc ansiosamente la mia bocca mormorando prima di raggiungerla:
Te, te solo...
E la sua bocca fu sopra la mia, per la prima volta dopo tanti anni, nel medesimo tempo in un mio ribrezzo e in un mio fremito. Il suo corpo agile, che sentivo corso da brividi sotto le mie mani, si avvinghi con violenza al mio, cerc la risposta del desiderio al desiderio. Ed io, nel dargliela, ebbi orrore di lei e di me. Violentemente la respinsi ancra:
Smettila! Basta!
Nella spinta, and a cadere, stordita, senz'equilibrio, in una poltrona, avvampando in viso sotto l'offesa del maschio insieme desideroso e restio. Aspettai un suo nuovo assalto di femmina. Ma non venne. S'acquet invece nella poltrona, sicura di s per il momento, come rimandando ad altra opportunit la guerra dei sensi, l'auspicata vittoria del sesso. Intesi in un senso di vergogna e d'ira il valore dell'episodio: una ricognizione su me. Separati da tanti anni, ella non sapeva pi che cosa io fossi. Nella mia solitudine senza donne, presupponendo la mia castit, non sapeva ancra come spiegarla. In caso di rinunzia, era questa voluta dal rinunciatario od imposta a lui da una precoce vecchiaia? Le occorreva insomma sapere anzitutto se io avrei saputo ancra rispondere a una provocazione.
E, compiuto l'esperimento, vista nei miei occhi e sentita nel mio sangue la facolt di rispondere, adesso rimandava il discorso, prendeva tempo, dilazionava il secondo attacco che doveva essere per lei battaglia e vittoria. Lucidamente avendo letto i suoi segreti pensieri, io non le dissi tuttavia l'orrore che in me suscitava quell'agguato. Ci son cose che non si dicono per pudore di noi stessi. Ma vidi dentro di me Rosalba svestita, dall'ultimo calcolo, d'ogni sua ultima poesia: adescatrice pronta a tentare nella carne l'ultima potenza, cortigiana che ancra una volta faceva del suo corpo un mercato. E, quasi avesse avvertita la mia muta condanna, Rosalba ricerc altrove un prestigio e, nudo il corpo, volle con la musica rivestirsi di poesia:
Sisto mi ha detto che tu gli suonasti i miei vecchi dischi. Vuoi anche a me farne risentire uno o due? Ho bisogno di ritrovarmi quale fui quando c'incontrammo. Ho bisogno di riudire la mia voce del tempo in cui io ero per te il mondo intero.
Un disco cominci a girare. E ancra una volta il canto d'Isotta si lev alto nella stanza come venendo da lontananze d'incantesimo, dal luminoso fondo della notte dei semidei, dall'immensit spaziale dell'amore.
Furono dapprima, nell'orchestra, i grandi accordi solenne della scena notturna al secondo atto del poema dell'amore e della morte. Immobili e pietrificati nell'estasi, i due amanti leggendarii, bevuta la coppa che deve ucciderli, aspettano la morte l'uno nelle braccia dell'altra. Ma l'amore  pi forte anche della morte che pende sopra il loro amplesso sovrumano. Il vagello, il mare, il cielo, il passato, l'avvenire, nulla pi esiste nell'istante sublime. Avvolti nella formidabile incandescenza dei sensi e degli spiriti fatti nel delirio una cosa sola, consumano la vita nell'attimo, fermano l'eternit nell'istante, chiudono l'infinito nel bacio. E la divina voce d'Isotta, invasa dal prodigioso filtro d'amore credendolo quello della morte, sale alle stelle nel canto nuziale che porta dal mare al cielo l'invito delle sirene, che fa della coppia isolata nella volutt il centro magico del mondo, la trasfigurazione degli esseri umani in un delirio di divinit. Prodigiosa musica dell'amore in cui il genio ha fatto dell'amplesso la suprema armonia, il divino momento in cui gli amanti, alla soglia della morte, sono, delirio della vita, i padroni totali dell'infinito. Come cantava, Rosalba, questa musica della carne illuminata e redenta, come spargeva dalle note questa infuocata pioggia del seme della vita attraverso la frenesia dei sensi padroni dell'universo creato! Attorno agli amanti rapiti nell'estasi, la notte angusta e sublime accende per loro, nella sua profondit, nella sua smisurata solitudine, migliaia e migliaia di soli. Nulla  pi per loro limite e misura. Dall'amore che  origine e fine d'ogni umana cosa essi son posti di l dallo spazio e dal tempo. Nel ritorno all'unit primitiva dell'essere, che  l'amplesso felice,  la rinascita immortale nella meravigliosa fusione. L'arpa canta in magici e maestosi suoni. La sinfonia d'ogni voce dell'orchestra imposta nell'inno le vibrazioni sovrumane d'ogni diversa fibra dell'essere. E nell'incantesimo della felicit trasumanata, Isotta invoca la morte per fare, abolendo il mondo, ascendendo nell'etere, l'eternit dell'amore.
Le cant nelle mie braccia, Rosalba, le ultime parole d'Isotta prima che con l'alba livida risuonino nel giardino i passi di Re Marco e dei suoi contro i quali si levano, credendoli ombre, la voce e la spada di Tristano: "Fantasmi del giorno, via di qui... Scomparite..." Esaltato dalla musica m'ero lentamente avvicinato a Rosalba che, silenziosa, ad occhi chiusi, allacciate le mani sott'il suo mento, ascoltava rivivere la sua meravigliosa voce defunta. E m'ero seduto l, sul bracciuolo della poltrona di Rosalba. A poco a poco, come quello di Tristano attorno al corpo di Isotta, il mio braccio era andato attorno al corpo di Rosalba e, quando nel canto comune le voci dei due amanti si raggiungono e si fondono come due lingue di fuoco nel medesimo incendio, irresistibilmente cercai su le labbra di Rosalba la voce spenta ma viva ancra nel disco. E fu di nuovo il bacio che rinnovava dai lontani anni il primo ardore e la prima meraviglia; fu ancra, di l dagli esseri e dalle cose che ci avevano divisi, il ritrovamento della nostra prima solitudine e della nostra innamorata libert.
Poi, come la voce di Re Marco scioglie l'amplesso degli amanti restituiti dal sogno alla vita e dalla notte al giorno, la voce di Giotto venne a disunire al nostro braccio, a rimettere l'una contro l'altra le nostre smagate realt, mentre il giardiniere entrava a portare la lampada interrogando: 
O che si deve o no visto che  tardi, preparare per il pranzo? O resta o se ne va la signora?
Non se ne and, Rosalba. Volli ancra, mentre di l preparavano, che altri canti quelli di Brunhilde e di Norma, quelli di Manon e di Taide, quelli di Carmen e di Margherita, seguissero al divino canto d'Isotta. E l rimanemmo ad ascoltarli, seduti nella medesima poltrona, sommersi nel crepuscolo che annebbiava la stanza, gli occhi fissi sopra il piccolo rettangolo acceso dall'apparecchio che per noi splendeva come un sole superstite su le buie rovine dei nostri due destini, dei nostri due silenzii imposti alle nostre anime piene di musica, nella musica nate, nella musica, e solo nella musica, meravigliosamente trasfigurate ancra, di l dalla vita e dagli uomini, di l dalle nostre egoistiche e realistiche competizioni. Fu come un sonno nel sogno. Fu come ripossederci nell'estasi notturna del giardino incantato. Fu come rifarci un essere solo essendo due esseri. Fu come se, pari a Isotta e a Tristano, dimenticando gli eventi, cancellando gli anni, abolendo il mondo, ascendendo nell'etere, noi raggiungessimo ancra, invocata nella morte, l'eternit dell'amore. E quando, sopra l'ultimo canto di Brunhilde, i passi vennero dalle altre stanze a chiamare per il pranzo, anche noi avremmo voluto gridare come Tristano a Re Marco ed ai suoi: "Fantasmi del giorno, via di qui... Scomparite..."
Ritornati alla realt ci fu ancra tra Rosalba e me, eroi svestiti dei paludamenti del sogno, un colloquio a tavola, senza parole. Tra anime di lunga conoscenza, e specialmente nella coppia che  nel medesimo tempo legata e avversaria, sieno coniugi, sieno amanti, non sempre  necessario scambiar con la voce domande e risposte. Anche a lunghi colloquii bastano gli occhi in cui, come in una serie di immagini sopra uno schermo, passa con un cognito alfabeto tutt'il muto linguaggio di gi noti e leggibili pensieri. Cos gli occhi di Rosalba, nell'andare e venire delle persone addette al servizio, guardandomi mi dissero:
"Seduti uno di fronte all'altro in questa tua casa solitaria e per questo pranzo casalingo fatto di buone e semplici cose, io ho l'impressione, Sisto, che il mio disegno sia gi compiuto e che io gi sia accanto a te, con te, per la vita. C' solamente, tra noi due, un posto vuoto. Ma verr Sisto, non appena tu vorrai, ad occuparlo: Sisto che pu esserti spiaciuto in un primo incontro, ma che tuttavia  tuo figlio e che tu non potrai, correggendolo, trasformandolo, non amare. Sisto non ti conosce. Sisto non sa e non deve sapere, che sei tu suo padre. Ma presto, vivendo tra noi, Sisto sapr che io ti amo. E poich adora sua madre amer ci che io amo, riconoscer in te la mia nuova vita e di conseguenza la sua. Tutto ci che oggi ti appare difficilissimo sar poi lo vedrai, facilissimo. Guarda questa mollica che io, mentre ti parlo, modello in tanti diversi modi. Cos far ogni tua parola, quando saremo riuniti, con l'anima di Sisto. Se socialmente non si pu, tu rifarai Sisto figlio tuo spiritualmente. E vuoi, per finir la tua vita, ricchezza pi grande? Un figlio da riconquistare e una donna che a te ritorna adorandoti. Che io follemente, Sisto, t'ho adorato e ti adoro. Son ricca. Son bella. Potrei ancra, a quarant'anni, ricominciare con altri la vita. Non credere che io non abbia attorno a me devozioni, offerte, candidature. Ma io non d a queste un solo sguardo. Ho solamente te davanti agli occhi. Errai un giorno, separandomi da te, dominata dagli altri, consigliata dalla paura, schiava di pregiudizii sociali che mi fecero volere per mio figlio senza nome la legittimit d'un padre e d'un cognome, troppo giovane per intendere che a mio figlio sarebbe bastato, per avere onore nel mondo, essere da tutti conosciuto come figlio, sia pure illegittimo, di Sisto Bibbiena. Per questo errore ti mancai nell'ora in cui tu pi avevi bisogno di me e della tua paternit nascosta. Mi accorsi dell'errore non appena l'ebbi commesso. Ma era errore irreparabile. Credetti la vita chiusa davanti a noi: tu accanto a ci che nella catastrofe ti rimaneva di tua moglie; io dalla mia maternit condannata a rispettare sino alla fine l'uomo che di Sisto s'era assunta per sempre la responsabilit sociale. Il tempo pass in quelle due situazioni che apparvero dover essere immutabili. E d'improvviso il destino, come avesse voluto riparare gli errori, da due parti ci scioglie, ci libera e, ancra a tempo, rimette Sisto, nostro figlio, nella tenerezza delle tue mani. Lascia cadere dunque rancore; non  degno di un'anima come la tua. Abbandona l'orgoglio che ancra ti divide da me; l'umilt della mia preghiera deve disarmarlo. Non avere ostilit per Sisto; non sa chi tu sei e se da te par differente non  colpa sua:  stato fatto da un altro. Questo solo conta fra noi: la volont di riunirci, la necessit di dare a nostro figlio ancra giovinetto un'assistenza e una guida. Questo solo conta: che tu possa, nel mio amore che un d t'illumin, rimetterti al lavoro, conquistare la gloria. Dio ci ha puniti ed ora, liberandoci e riaccostandoci, ci perdona. Ricorda i giorni in cui tu scrivevi per me le melodie d'Antigone, la mia voce che trovava ancra le sue ultime forze per cantarle... Io le vedr rinascere come allora, le tue melodie, sotto i miei occhi. Dammi in una muta stretta la tua mano attraverso questa tavola, su questa tovaglia. Vorr dire che tu comprendi quello che io ti dico: Guardami, Sisto. Mio solo amore, riamami. Io ho ancra un nome che ha il suono di tutte le speranze. Io mi chiamo avvenire".
E, mordendo ad una ad una le grosse ciliegie che son l'orgoglio di Giotto, sorseggiando il caff che  il quotidiano capolavoro della vecchia Assunta e il liquore granducale che ho fatto salir dalla cantina anche per Rosalba come per suo figlio, io risposi dagli occhi alla donna che m'era davanti:
"Troppo tardi, Rosalba. Non voglio rimproverarti il tuo errore. Non ti chiamo responsabile del male che m'hai fatto. Dimentico la solitudine in cui mi lasciasti quando pi tutto avendo perduto, m'era terribile essere solo. Non so se veramente tu mi ami o se ti sembra d'amarmi ancra come qualcuno che tenti risuscitare il passato nella paura di non avere altro che questo. Mi di l'impressione di chi, riaprendo un armadio d'abiti smessi, non avendo pi come vestirsi, si riadatti su le spalle uno dei vecchi abiti rinnegati, il meno logoro, quello che parve il pi bello e, davanti allo specchio, accontentandosi nella povert, si compiaccia d'averlo ancra e quasi sorrida con malinconia all'illusione d'essere ancra elegante. N so, per Sisto, se la sua anima sia o non sia suscettibile d'essere rifatta. Tu hai detto: Dio che prima ci ha puniti per i nostri peccati ora ci perdona, ora ci libera per ricompensarci. Non so se il dividerci fu castigo di Dio. Non so se liberarci fu assoluzione. Potrebbe anche essere, nel senso dell'irreparabile errore d'esserci noi tre divisi, pi aspro castigo. Io so solamente che, nella migliore ipotesi, il tuo amore ritorna a me troppo tardi. Io so che Sisto per essermi gioia di paternit non ha due cose: quel diritto d'esser palese che  la ricchezza della paternit e quegli anni della puerizia e della prima adolescenza in cui la paternit compie il suo meraviglioso travaglio. Durano nove mesi, nel grembo, le opere della madre che crea la vita. Ma durano per anni ed anni, nei primi passi del fanciullo, nel suo aprire gli occhi meravigliati su le cose del mondo, nella prima formazione dell'uomo futuro, le auguste opere del padre che, dato il seme, sagoma e colora il fiore. E questi anni alla mia paternit sono stati rapiti: bene o male, il fiore  fatto. Quello che io ancra potrei, non pi naturale giardiniere, sarebbe opera d'artificio, sforzatura di serra, sovrapposizione, contraffazione, caricatura della paternit istintiva, nativa, primitiva. Non mi piace. Io son semplice. Non intendo l'esercizio spontaneo della paternit come manovra di forzatura in terre calde per far dare ai fiori, con trapianti e siringhe, quello che dare non dovrebbero. Alchimia dell'anima umana che non d uomini ma fenomeni e distrugge quello che c'era senza crear nulla di realmente vivo al suo posto. Cos  anche della mia arte, Rosalba. Troppo tardi. Non si risveglia al comando dell'arbitrio il canto che per quindici anni ha dormito in fondo allo spirito. Vi sono sonni che sembrano morte tanto son lunghi. Non c' pi per loro cantar di galli o squillare di diane. Ai tuoi chicchiricch o alle tue fanfare, bella risvegliatrice che credi di poter portare l'amore anche nelle sepolture dei vivi, risponderebbe il silenzio. L'arte che non adoperiamo ha una condanna: l'atrofia. E v'ha un'atrofia anche dell'anima che sta lungo tempo senza luce e senza parola. Io sono sordo, Rosalba, al tuo ultimo canto lusinghiero. La musica mia che non nacque morr dentro di me dove visse in un crepuscolo che non fu mai giorno. Nulla puoi pi per me, o tu che tutto avresti potuto. Guardami. Intendi le parole della mia suprema rinunzia: Io non sono pi vita, ma polvere. Io sopravvivo, ombra d'uomo, a me stesso. Io non posso amarti ancra. Io ho un nome che ha l'oscurit di tutte le rinunzie. Io mi chiamo passato."
Cantarono improvvisamente dall'aia, sotto la prima luna di settembre, le fisarmoniche della "settembrina", Rosalba balz sbito in piedi e corse alla porta volando da sola, attraverso le schiere dei cipressi, sino all'aia stesa come un immenso lenzuolo fasciato di verde sotto la notte in cui il plenilunio d'argento annebbiava il tremolio degli astri. Orlavano l'aia lanterne d'ogni colore appese a grossi festoni che torno torno s'appoggiavano agli alberi smilzi. Sedute a gruppi dietro le tavole rischiarate da lumi incappucciati da foglie di vigna, le donne dal contado, coi pi begli abiti e gli ori al collo e alle orecchie, aspettavano i dami per incominciare le danze. Il mio arrivo su l'aia raggiungendo Rosalba fu il segnale che lanci allegramente le prime coppie nel ballo saltato. Nel medesimo tempo s'accesero, da ogni lato dell'aia, i fuochi del saltarello; balocchi puerili di polveri messe dentro una carta, ben avvolta e fortemente legata, che scoppiando salterellava tra le coppie e minacciava d'infiammare le sottane delle donne costrette a rialzarle il pi alto possibile sopra le gambe, in grandi scoppii di risa e in gridi di lieta paura. Andavan qua e l tra gli scoppii, i salterelli, come inseguendo le coppie ad una ad una e mettendole in fuga. Ma, da ogni parte assediandole sempre pi le lucertole luminose e incendiarie, le coppie non avevano pi scampo e riparavan di salto sopra le tavole dove ancra il ritmo del passo contadinesco, segnato vivacemente dalle fisarmoniche, faceva scontrar nell'urto violento fianchi e sederi, gara di bravura essendo nelle donne il picchiare forte con questi sul fianco del maschio cos che il damo, perduto il piede su l'orlo della tavola, precipitasse da questo e ruzzolasse per terra, su l'erba. Ed erano allora, ad ogni damo caduto che sbito si rialzava risaltando sopra la tavola a righermir nelle braccia la sua donna, i gridi di quelli, vecchi o ragazzi, che non ballavano ma riempivano di clamori la festa. Sempre pi alto e pi veloce era il soffio delle fisarmoniche mentre le ragazze di primo fiore, non ancra ammesse nel ballo, versavano dalle damigiane il vino nei bicchieri offerti alle coppie che li coglievano nel salto ed incrociavano le braccia in modo che damo e dama bevessero d'un fiato, occhi levati a guardare la luna, l'uno nel bicchiere dell'altra. Poi gettavano i bicchieri vuoti alle fanciulle che, rapide correndo, li ripigliavano a volo per ritornar di colpo a riempirli e a rioffrirli, collana di rubini accesi nel plenilunio, alle coppie volanti che ora passavano inseguendosi di tavola in tavola e disegnavano sul pallido cielo un fregio di saltanti figure a controluce, come in un cupo altorilievo di bronzo sopra un fondo d'argento. E finalmente, compiuto il giro, tutte le coppie balzarono dalle tavole a terra, distendendosi dami e dame sopra l'aia, fianco a fianco, volto contro volto, quasi bocca su bocca, come se la danza si compisse nell'amplesso mentre il respiro delle fisarmoniche lentamente moriva su loro, e la luna, dall'alto, guardava.
Riattaccarono, sul silenzio delle fisarmoniche, i violini e le chitarre. E fu un valzer: un valzer di Vienna, in una notte di luna, sopra un'aia toscana. Di colpo le coppie furono di nuovo in piedi nella stretta e nel giro, larghe volando le ampie sottane sopra i passi veloci. E fu a questo momento che Rosalba, non contenendo pi l'ardore, venne a me nell'invito: "Ballare... Fammi ballare!..." Chiamai per raccogliere il suo impeto il pi garbato dei contadini che mi stavano attorno: il nipote del giardiniere Giotto, bel ragazzo ritornato alle campagne da una lunga tentazione della citt e, sotto le vesti campagnuole, addestrato alle eleganze delle sale da ballo dei cittadini. Non sdegn, Rosalba, il bel cavaliere da contado, ma anzi gli si assest nelle braccia con simpatia come avrebbe fatto in quelle d'un arciduca al tempo in cui Strauss componeva, per le danze dei principi, quelle sue vorticose cadenze. Tuttavia il bel ragazzo contadino sebbene tutta mollemente gli si abbandonasse la bella signora, non rapin, come i ballerini urbani, la sua dama cercando nella danza il simulacro della cpula. Tenendola a distanza da s, cingendole appena la vita, reggendole la mano come se la sfiorasse senza osar di toccarla, restitu al ballo la sua primitiva innocenza, lasci che fosse solamente gioia agile dei muscoli e non eccitazione voluttuosa dei nervi. Non so perch ebbi di questa innocenza piacere. Ridestata in me da lontani ricordi, una singolare gelosia di maschio ancra vivo si acquetava in quella serenit d'un ballo restituito alla sua elastica probit, senza contaminazioni carnali. Ma vidi presto che se il contadino evitava i contatti, Rosalba, sempre pi accostandosi e stringendosi a lui, ad arte li provocava. La sua procacit di femmina sempre pi serratamente aggrediva, sotto i miei occhi, la renitenza casta del cavaliere. Ed io intesi il senso di quell'aggressione che non mirava al nipote di Giotto ma voleva invece colpire me, risuscitando nella gelosia il desiderio e nella sfida il bisogno dell'antico possesso. Senonch, smascherato nelle segrete tentazioni, il giuoco non aveva pi su me alcuna presa. Lasciai quindi di guardare Rosalba e il suo cavaliere. Volsi al valzer le spalle. Trovai tra le pipe e i bicchieri dei vecchi fittavoli del contado Sebastiano Cremisi che sedeva al solito a conferenza rievocando i tempi granducali di Firenze, le sue prime opere giovanili e un memorabile trionfo ad Arezzo, una sera, della sua Fanciulla di Perth.
Voltate io le spalle ai ballerini, manc per Rosalba la ragione di ballare ancra. Ritornata a me ed a Sebastiano Cremisi, risepolto nella folla il bel contadino per pochi minuti innalzato a strumento del suo giuoco sopra i miei sensi, sbadigli per qualche tempo, fra noi, sotto gli sguardi timidamente ammirativi dei pi bei ragazzi di Poppi e di Bibbiena, aspettando con manifesta impazienza che la "settembrina", ora tutta sonora di canzoni, finalmente finisse. E non appena un ultimo ballo, una furlana che non lasci su le sedie n un vecchio n una ragazza, ebbe riempita l'aia di una matta furia di gambe in aria e di braccia agitate in alto, non aspett neppure che l'aia si vuotasse e che si spegnessero lanterne e lampade. Salut in fretta Sebastiano Cremisi. Si disse morta dalla stanchezza e chiese a me d'accompagnarla alla camera a lei destinata: non si reggeva proprio pi in piedi, cascava dal sonno, perdonassimo tutti se non poteva pi a lungo restare... Intesi la sua impazienza e il desiderio d'isolarmi con lei. E, invocando un pretesto, dicendomi nell'impossibilit d'accompagnarla, chiamai Giotto e Biancamaria, ordinai d'indicarle il suo appartamento, di prepararle quanto potesse occorrerle per il suo riposo. A denti stretti, dissimulando il dispetto nel suo bel sorriso da commediante, Rosalba misur la parata ed ebbe l'aria d'accettar la sconfitta. Salut Cremisi. Sorrise luminosamente ai contadini. Prepar con arte una bella uscita. A me offerse la mano per il bacio: "Buona notte, maestro. A domattina". E, con un sorriso tranquillo, accolse la mia risposta: "A domattina, Rosalba..."
La festa spense i lumi e allontan i rumori nelle ultime canzoni che se ne andavano, sotto le stelle, per le vie di campagna. Io risalii nelle mie stanze, senza sonno, un po' soffocando nell'afa della prima notte di settembre, cercando refrigerio alla finestra davanti alle schiere dei miei cipressi controluna, bui di notte sino a met, avvolti d'argento pi in alto. Non so quanto rimasi a respirar su la notte, senza pensieri, in quello stato d'indeterminato psicologico in cui suoni e non parole, armonie e non pensieri, passano nell'anima e che io chiamo stato non meditativo ma musicale, nebbia armonica dello spirito senza melodia, senza canto. Stato vago ed inafferrabile che  di pensare a tutto ed a nulla, di fondere e confondere senza nulla condensare, di fermare per un attimo spunti, ritorni, accenni, ombre, paesaggi, intenzioni, intuizioni; ma nulla si sagoma e sta; tutto passa, fluisce, si perde; com'era delle orchestre quando, gi io sul podio, gli strumenti, ognuno per suo conto, intonandosi, sfioravano la partitura ancra senza toccarla, in attesa del mio gesto, del mio comando, per diventare da nebbia musicale realt di musica, vita concreta dei suoni.
Viene anche al disordine dei miei pensieri inconsistenti l'ordine improvviso di consistere e d'ordinarsi: ordine alle mie spalle che di colpo mi fa staccare dalla finestra e guardar dietro di me alla porta che s'apre su la mia stanza. In una vestaglia bianca, sorridendo, senza parole, Rosalba  in pieno nella luce della lampada, davanti a me.
Che vuoi? Che cosa c'?
Non ho sonno, mi risponde, e la notte calda. Ho provato ad allungarmi nel letto. Impossibile... Anche con le finestre spalancate le lenzuola bruciano. Non si trova pace per il riposo.
Poi, vedendomi vestito, aggiunge:
Vedo che tu soffri la stessa insonnia. Sono venuta a stare con te.
Fa per sedersi in una poltrona accanto alla porta. Gliene indico un'altra vicina a me:
Starai meglio su questa.  pi vicina alla finestra e si respira un po'.  caduto il vento che prima refrigerava. Ora l'aria  ferma, di fuoco.
Di fuoco, consente Rosalba. Ed io ardo. Viene verso la poltrona. Ma, d'improvviso, devia e si getta impetuosamente su me, avvolgendomi nelle sue braccia, mettendo nel mio respiro tutta la sua carne che odora.
Voglio essere tua, Sisto... Prendimi.
La sua bocca cerca la mia che le sfugge. Il suo corpo cerca ancra, come nel primo tentativo, tutt'i contatti e pi si stringe a me fin quando non senta rispondere all'offerta, fisiologicamente, il desiderio. Solamente allora si scosta da me ed apre ampia la vestaglia sul corpo ignudo e bellissimo: ancra quello della prima notte, ancra quello delle Iles Borromes. La conoscevo ritrosa e cauta. Sempre le avevo parlato, al tempo nostro, dei suoi casti ardori. Adesso, scoperta, aggressiva, impudica, sentendo l'anima impotente a vincere, giuoca sul sesso l'ultima partita, arrischia ignuda tutto per tutto. N si crede destinata a perdere. Avendo nella stretta sentita in me la sua potenza di femmina, vuole il maschio superstite se non pu pi riavere l'uomo perduto. Riaccendere e ritravolgere quello nelle sue braccia, sar il mezzo per ricuperare e dominare anche l'uomo pi tardi, a lacci rilegati, soggiogato lo schiavo nel suo potere di maga. Circe che trasforma l'uomo in bestia e lo tiene.
Cos, ignuda, lasciando cadere la vestaglia come un fiore che getti la sua corolla, improvvisamente strappandomi e traendomi a s per le due braccia, m'attrae verso il giaciglio e fa per rovesciarmi sopra questo con s. Ma se io cado, ella vince. Su la sponda io punto le ginocchia, io irrigidisco la mia forza, io resisto alla violenza. Affannosamente ella cerca la mia bocca. Grottescamente io le sottraggo la mia.  un breve duello supremo in cui io giuoco ci che di me rimane ancra alla mia stima. Ma sono il pi forte. Respingo Rosalba in un ultimo scatto d'energia. Violentemente la butto su le lenzuola. Il suo stupendo corpo ignudo si stende. Getto una coperta di seta su la sua nudit palpitante e sconfitta.
No. Non ti voglio. Lasciami.
Poich ha perduto con gli atti tenta l'ultima possibilit di vittoria con le parole:
Perch mi respingi? Ho sentito che ancra mi ami, che ancra mi desideri... Che cosa aspetti dunque per prendermi?... Sono tua, sono tua...
 pi che un'offerta, pi che una preghiera:  un invito disperato, quasi un lamento dei sensi che soffrono e che aspettano:
Sono tua, Sisto... Tutta tua... Tua per sempre... Solamente tua...
Le due ultime parole suscitano il mio scatto geloso:
No. Non mia solamente. Non sei mai stata solamente mia. Io ti ho sempre divisa con altri, io ho sempre trovato in te, in fondo alla gioia, quello che tu eri stata con altri maschi, prima di me...
Prima di te... Ma tu hai potuto dimenticare, tu hai potuto amarmi lo stesso follemente e sentirti follemente amato...
Ora non  pi possibile...
Perch? Perch non dev'essere ancra possibile quello che gi fu? Cancellasti tutto il passato. Mi rifeci nuova per te, con te. E ora? Non sono pi quella di prima?
Non intende. Non vuole intendere. E son su lei che mi stende le braccia, che ancra m'offre la bocca. L'afferro alle spalle, la scuoto, le getto su le labbra aperte che aspettano il bacio il grido dell'impossibilit, il senso della ripugnanza: 
Ho potuto dimenticare quelli che ti avevano avuta prima di me. Ma non potr mai cancellare dal tuo corpo quello che mi respinge, che mi allontana, quello che t'ha posseduta e goduta dopo di me, non potr mai ritoccarti senz'orrore e senza schifo, vedova d'Alessandro Confalonieri!
 la sua prima paura, il suo primo grido, staccandosi da me, ripiegando la testa, mettendo avanti le sue braccia come se dovesse difendersi, come se io potessi colpirla:
Sisto!
E io son su lei, folle d'un rancore ammassato in me nella mortificazione durante quindici anni, sono su lei a gridarle sul volto, nelle orecchie:
Mi fai ribrezzo anche se tanto ti ho amata, vedova d'Alessandro Confalonieri! Ti rivedo nelle sue braccia, nel letto legittimo, a dare il tuo tributo di moglie, di donna legale, dopo di me, me nonostante... E che cosa vieni adesso a riportarmi? Il corpo goduto e posseduto per quindici anni da un altro, dal padrone, e che solo la morte ha liberato... Tientelo. Io non lo voglio. Io non so che cosa farmene. Nel letto dove Alessandro Confalonieri, senza la morte, sarebbe ancra, non c' pi posto per me...
Ora le lacrime le escono dagli occhi e le scivolano lungo le guance, solcando la maschera di unti e di ciprie con la quale ella ha voluto far giovane ancra la declinante bellezza...
...
E che vorresti tu questa notte da me, col tuo corpo, solamente col tuo corpo che fu di altri prima e dopo di me? Riagganciare miserabilmente la vita, con un rampino sconcio, all'ultima velleit sensuale d'un vecchio richiamato dalla sua castit di solitario alla brutalit degli istinti. Riprendere cos, perduto il manto, un compagno di comodo per la tua solitudine. Ridare al figlio che m'hai tolto e che crede un altro suo padre, una specie di paternit mascherata, di seconda mano, buona a proteggerlo nei rischi che peserebbe sopra di lui, indocile, figlio spirituale d'un altro, come la prepotenza d'un estraneo, d'un accaparratore arbitrario, senza diritto. E t' scusa ideale a tutti questi calcoli a tuo vantaggio dirmi con occhi estatici, come oggi hai fatto: "Voglio riportarti ad essere un artista, voglio io rimetterti al lavoro..." No. No. Troppo tardi. Non bisognava dal lavoro farmi staccare. Dovevi volere a tempo e non oggi, che il mio dolore diventasse, com' sempre quando  sacro e confortato, lievito di nuovo lavoro, seme di divina fecondit nel pianto, martirio che si trasfigura in poesia. Invece, salvando te nel tuo egoismo, tu hai lasciato che il dolore, senza luce, senza conforto, senza speranza di l dalla catastrofe, diventasse pietra sepolcrale sopra il destino d'un uomo. E ora  solamente questo il mio dolore, una tomba. E tu vieni, ballerina ignuda, a danzare sopra le sepolture? Non hai dunque paura dei morti. E non vedi? Ne hai due attorno a questo letto della tua miserabile tentazione: uno a destra e uno a sinistra, uno spettro e un cadavere vivente, Alessandro da una parte e me dall'altra, due morti che ugualmente ti guardano con desolata piet...
Come se veramente avesse veduti attorno a s lo spettro e il cadavere, Rosalba balz dal letto in un impeto di paura e, raccogliendo a terra la veste e infilandola, fugg dalla mia stanza e dalla mia vita, senza una parola, senza voltarsi a guardare tra i morti.
Sopra i neri cipressi stava la luna, come falce d'argento che ne dovesse spuntare le vette. E io, distendendomi sul letto lasciato vuoto da Rosalba, ritrovai nei cuscini il suo profumo, mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime, aspettando il sonno.
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LIBRO TERZO.
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1. IL PADRE DAVANTI AI CENTO FIGLIUOLI.
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Non voleva saperne di distendersi sopra il suo letto. Per quanto io e Giotto insistessimo ogni sera con lui, non ci riusciva di deciderlo a staccarsi dalla sua poltrona accanto alla finestra. Risento ancra la sua cara voce affievolita che, parlando basso, schivava l'affanno e reggeva per miracolo un ritmo quasi regolare nel suo vecchio cuore in disordine:
Lasciatemi qui, ve ne scongiuro. Dovr stare allungato questione di mesi, o di giorni, per l'eternit. E voglio aspettare in piedi. Steso, mi fa paura. Ritto almeno in questa poltrona se non su le mie gambe, mi pare che aspettarla sia meno terribile, che ci sia tempo ancra.
Parlava cos il mio maestro, Sebastiano Cremisi, di cui avevano festeggiato l'anno prima il centesimo anno, meravigliati di vederlo apparire ancra, a cent'anni, nulla pi d'un settuagenario ben portante che si prepara serenamente, testa lucida, gambe di ferro, schiena diritta, a diventar centenario. Ma aveva avuto, sopra la festa, una cattiva invernata. Medici illustri, chiamati da me, eran venuti da Firenze e da Pisa a salvarlo. Con me si scusava fra tosse e affanno, congestionati i bronchi, estenuato il cuore: "Povero Sisto, che allegria! Sono venuto, vecchio ingombro, a morirti in casa. Ma non ho avuto il coraggio di morir solo, lass, davanti a Roma..." Quattro mesi di letto avevano fatto il miracolo di ridarlo alla vita. E agli amici venuti dai Camaldoli a confortarlo ogni giorno l'abate principe di Waldemunken, il padre organista, frate Umile, frate Tranquillo, il maestro della banda di Poppi, prometteva: "Verr a trovarvi. A piedi fin lass ai Camaldoli. A piedi, magari, sino a Poppi. Chiedete a Sisto Bibbiena chi sono io. Bersagliere di Lamarmora. Sissignori: non mi ci vollero, che, giovane, tiravo il fiato. Ma a furia di tirarlo ne misi tanto da parte che ancra mi dura e bersagliere sono, di mia nomina: bersagliere onorario..."
Rideva felice e sicuro, parlando ancra di lavorare: Non so che faccia quel mio inconcludente librettista, Andrea Fiore. Da quando ha moglie non lo riconosco: trascura la poesia, scrive prose nei giornali per pagar vestiti a Musetto. Come che ci fosse al mondo una donna che possa valere, quando poeti o musicisti si pu cantare, il sacrificio d'un canto. Tutto sommato, costui non mi manda il libretto nuovo: Maria Antonietta, la Rivoluzione, il Terrore. Ma ho suggerito io il titolo bello, fresco, luminoso, senza paura di sanculotti e di patiboli: Giglio di Francia. Un terzo atto, cari amici, da far saltare in aria tutte le platee del mondo. La prigione del Tempio... Maria Antonietta che prega tra le guardie. Davanti all'inferriata la plebaglia, che passa cantando offese alla Regina. E lei in ginocchio, sempre in ginocchio: Regina della terra a colloquio con la Regina del Cielo. E vengono, sporchi di sangue, i sanculotti. Recano sopra una picca una testa mozza:  quella dell'amica prediletta della Regina, la principessa di Lamballe. E, dall'inferriata, mostrando la testa su la picca, i sanculotti gridano alla Regina: "Domani a te, domani a te, giglio di Francia!..." E Maria Antonietta non volge il capo a guardare il popolo ubbriaco. Guarda solamente lass la Vergine serena e continua le litanie alle quali i carcerieri sissignori, i carcerieri rivoluzionarii che la piet riaccosta a Dio dopo che l'hanno beffato, rispondono; "Janua Coeli... Ora pro nobis..." Una scena meravigliosa. E ho tutta la musica qui, nel cuore, bell'e pronta..." Un po' d'affanno. Un colpo di tosse e continua a dire:
Ma non deve, Andrea, farmi perdere tempo. Non  che io debba morire domani o dopodomani, tuttavia a cent'anni, un po' di fretta si pu anche avere. Scrivigli tu, Sisto, te ne prego. E digli questo, al poeta: che se non mi manda il libretto, me lo faccio io, da me. Wagner l'ha fatto. Posso farlo anch'io. E voi vedrete sbucar fuori all'improvviso, da un centenario, un poetino di vent'anni...
Il quale, tuttavia, non ha avuto occasione di misurarsi nell'arte sua nuova. Invitato da me a questa sublime carit di un'illusione suprema per il cantore di cento opere, Andrea Fiore in capo a pochi giorni ha mandato il terzo atto di Giglio di Francia, improvvisato alla meglio, avendo appena pensati e non scritti i primi due.
L'ha chiesto Cremisi: "Se non pu mandarmi tutta l'opera, metta gi intanto il terzo atto: la scena della testa su la picca, il coro delle litanie, l'uscita di Maria Antonietta che va al patibolo. Non resisto pi a tenermi dentro la musica. Mi scappa..."
E vive l, su la poltrona, agonizzando, lavorando ancra, da mesi e mesi. Ha capito da se, facendo due passi nella sua stanza, che il cuore non  pi a posto. Sta buono se lui sta buono; se lui si muove, si muove anche quell'altro: "Incomodo compagno, brontola Sebastiano Cremisi, che non sta bene se non sto seduto e che m'impedisce di restituir le care visite ai Camaldoli, a Poppi..." Seduto, scrive biglietti per scusarsi con tutti. E li chiama a raduno per far ammirare sbito da loro, privilegiati, la nuova musica che gli sgorga impetuosamente dall'anima, di cui riempie giorno per giorno, durante ore ed ore, i fogli pentagrammati. La sua stanza d sul mio studio. La sua grande poltrona vecchia comodit di stile granducale, ha quattro rotelle su le quali Sebastiano Cremisi pu essere spinto da Giotto accanto al mio pianoforte allorch il vecchio compositore, appena ha finito di scrivere, vuole che io immediatamente gli suoni le nuove pagine geniali. Io eseguisco col cuore stretto quel balbettio musicale che non riesce pi a comporre una parola musicale, una melodia concreta: vecchie scale cromatiche, infanzia dei suoni, incomplete reminiscenze, limbo infantile della musica morta appena nata. Ma Sebastiano Cremisi se ne bea. Chiede a me: "Ci sono. Senti che musica? Nuova, impreveduta, originale. Mi rinnovo ancra una volta, estro dalle cento pelli. E d dei punti ai ragazzi. Fresco nel comporre che mi par d'essere ancra al Conservatorio di Napoli, nella mia stanzetta al terzo piano, che era stata, prima che mia, la stanzetta di Bellini..." E al principe di Waldemunken, all'organista dei Camaldoli, al maestro di banda di Poppi, ai fratini, anche a Giotto, "voce schietta, voce di popolo, vox Dei", chiede le sincere impressioni: "Di Sisto non posso fidarmi. Sono il suo maestro, il padre spirituale. Mi ama troppo. La tenerezza pu velargli il giudizio..." E poich gli altri, pur avvertendo come me l'esaurimento e il vuoto, ostentano generosi entusiasmi, Sebastiano Cremisi manda via tutti: "Lasciatemi allora lavorare in piena ispirazione. Non mi togliete tempo, visto che non ne ho da buttar via. Questo  il mio testamento musicale per il secolo nuovo, l'eredit che offro alla giovane musica... Andate... Scusatemi... Ritornerete la settimana ventura. Avrete altre pagine, belle come queste... Finir presto il terzo atto. Bisogna scrivere ad Andrea Fiore che si affretti a mandare gli altri due. Ma s!... Con quasi mezzo secolo di meno su le spalle, non riesce a stare al passo con me. Bersagliere, bersagliere di Lamarmora, come v'ho detto, anche nel comporre l'ultima mia opera..." L'ultima sua opera... E ci ripensa: "L'ultima perch? Perch mettere limiti alla Provvidenza divina? Seduto sto bene e si pu, stando seduti, mettersi d'accordo col mio cuore e tirare avanti altri dieci anni..."
Ora no. Non tira avanti. Il nuovo inverno l'ha retto con forze miracolose. Ma il caldo lo strema. Dice a Giotto: "Dovrei andare, per stare bene, a scrivere musica sopra le Alpi. Lass respirerei. Qua manca l'aria... E il cuore la chiede, la vuole... Ora anche se io sto fermo il cuore non s'acqueta. Quando mi chino a scrivere sul foglio, fa il pazzo... E devo star qui, fermo, la testa diritta, la bocca aperta, a strappare il fiato come posso, con la musica che dentro preme e vuole uscire, e mi gonfia il petto, e m'ingombra i polmoni, e m'impedisce anche lei, come il cuore, di respirare..." Viene, due volte al giorno, il medico di Poppi, sanitario giovane e valoroso al quale i grandi clinici hanno dato precise istruzioni e fiale su fiale per fronteggiare volta a volta gli eventi.  venuto, il dottor Scivi, anche stasera: tristi occhiate a me, mentre l'ausculta, anche se col vegliardo sorride: "Si va benone, maestro... Tuttavia un'iniezione, non necessaria,  prudenza. Come dice Ovidio? Principiis obsta, provvedi a tempo. E aggiunge: Sero medicina paratur quam mala per longas convaluere moras..." Cremisi vuol capire: "Traduca, traduca, dottore..." E il dottor Scivi: "Troppo tardi si arreca la medicina quando i troppi indugi hanno dato vigore al male..." Rassicurato, Cremisi sorride: "Noi non abbiamo indugiato. Noi siamo ancra in tempo..." E chiede a me: "La carta... La matita... Ho uno spunto meraviglioso, da oggi, che mi ronza nella fantasia per la marcia dei sanculotti..." Esito a dare il foglio: "Maestro, le far male. Riposi..." Ma l'altro infuria: "Sto bene. Crepo di salute, di forze..." E il dottor Scivi consente: "Lo lasci fare..." Con gli occhi mi dice: "Tanto, siamo agli estremi..." E, fuori, augurata la buona notte al vegliardo promettendogli di venirlo a riveder domattina, dice a me nel giardino: "Credo d'averlo salutato vivo per l'ultima volta... Superer forse la notte. Ma l'alba, per questi malati, fa paura..."
Ho cos il senso che Sebastiano Cremisi viva l'ultima sua notte, che non potr rivedere, tra i miei cipressi, il sole di domani. Ed ho l'idea d'illuminargli di festa le ultime ore, di fargli splendere divinamente questa sua ultima ombra. Poich l'insonnia cardiaca gl'impedisce ogni riposo, sono andato a prendere, nella mia biblioteca, i suoi cento spartiti. Glieli metto davanti: Maestro, guardi. Tutta la sua immensa fatica..." Sebastiano Cremisi, con la mano che gli trema, prende ad uno ad uno gli spartiti, legge con occhi che dolcemente gli si velano di pianto i titoli cari e famosi: Deianira, Il doppio matrimonio. Mirra, Carmosina, Pietro Micca, Cimbelino, I Gemelli veneziani, I Foscari, Ninon de Lenclos, Il Carroccio, Berenice, La Furlana, Le nozze di Colombina, La Giovane Italia, La Fanciulla di Perth, Annabella... E rivede, opera per opera, i grandi sogni estrosi, le palpitanti orchestre, le stipate sale, gli acclamanti teatri, i sublimi esecutori, gl'indimenticabili trionfi, le corone d'alloro, il lungo cammino della supposta e inesistente gloria. E, guardando il centenario che tent l'immortalit in cento opere senza raggiungerla, io penso meno grave il mio sacrificio, meno tragico il mio silenzio. Vedo in Sebastiano Cremisi, uomo d'ingegno e gigante del lavoro, la vanit finale, l'ultima inutilit dello sforzo di tanti artisti impegnati durante tutta una vita di faticoso martirio nella creazione di un'opera, nell'effusione d'un canto. Vivono i canti un'ora sola, uno per uno, e si ammassano, sepolti vivi, acclamati e dimenticati. Meravigliosa paternit nel sogno, grottesche e tragiche paternit nel reale, paternit che generano per seppellire, che arricchiscono il mondo per ingombrarlo. Tutto nel mondo  cancellazione, rinnovamento, ricambio. Tornano ogni anno le primavere e muoiono l'una su l'altra come fanciullezze che appena sorridono e spariscono. Seguono opere alle opere e l'una con l'altra si coprono e si cancellano: sogni dei poeti, belle fatiche eriche e vane, illuminazioni che brillano e che si spengono nell'universale buio del tempo. Quasi ogni opera di Sebastiano Cremisi fu un entusiasmo e una data. Ma che rimane oggi di questo calendario di gloria sognata, promessa, concessa, strappata, sepolta? Queste cento partiture polverose davanti agli occhi del tenace vegliardo, questo cimitero di tombe illustri. Chi riaprir pi, domani, scomparso colui che le mise al mondo, queste cento opere che nacquero, vissero e poi morirono come ogni cosa degli uomini sotto la legge inesorabile dell'universale condanna? Per qualche opera che sopravvive qualche secolo nel mondo all'uomo che l'ha creata, Sebastiano Cremisi, prossimo a morte, crede di poter sfuggire nell'immortalit. Pur sa che non tutte potranno durare nel tempo e che, nel pi felice destino, due o tre sole, tra cento, godranno di questo privilegio della sopravvivenza per cui un albero ci sembra immortale solo perch non muore con noi. Gli occhi tremanti di tenerezza paterna, il padre fecondissimo guarda ad uno ad uno i cento figliuoli che io gli ho posti davanti. Di questo ricorda la fortuna, di quello la popolarit. Per quest'altro ritrova la sua preferenza, per un quarto, dopo incerti giudizii e mutevole favore, non sa... Per molti, forse, ha dimenticato. Son titoli, nomi ai quali non risponde pi un volto. E io l'aiuto a ritrovare i volti, a riconoscere i figli pi lontani, a scegliere nell'immensa sua paternit i figli della supposta gloria, coloro ai quali spetter di tramandare, di l dalla prossima ombra, il suo nome. Su le rotelle della sua ampia poltrona spingo il mio vecchio maestro nel mio studio. Lo metto accanto al mio pianoforte al quale siedo. Prendo a caso nella catasta degli spartiti. Pesco cos come le pagine da s si aprono, in quell'oceano di musica, le perle della possibile eredit che un musicista morente pu sperare di trasmettere ai posteri. Dove sento che il tempo  passato a seppellire la musica, passo oltre, volto pagina. E, dove ricordo, non lascio al caso l'opera della risurrezione, ma da me scelgo i passi memorabili, i frammenti illustri, ci che apparve pi bello e bello pu essere ancra. Ma, in questo supremo inventario, l'amore di Sebastiano Cremisi per l'opera sua, che tutta dall'amore gli nacque, non scarta una pagina sola. Tutte mettono, buone o cattive, vive ancra o sepolte, il medesimo sorriso sopra il suo volto che, gi pieno di morte, tutta risale e rivive la vita. La sua grossa testa zazzeruta, dagli occhi romantici che bruciano ancra nell'ultimo fuoco prima di spegnersi, segue dondolando i ritmi dei vecchi canti, batte il passo degli inni marziali di cui son piene le vecchie opere scritte mentre un popolo faceva da solo, contro tutti, la sua libert. Ma se tutte le voci della sua musica raggiungono, quasi che adesso nascessero, le fibre della sua paternit d'artista, solo le pagine pi belle, quelle in cui pi alta cant nell'uomo la divina ispirazione, agitano il vecchio compositore su la sua poltrona, sollevano in aria le mani decrepite che, come quelle d'un bambino appena nato, sembrano voler acchiappare la sfuggente vita. E solo allora, in quei palpiti, in quelle estasi, sento la voce di Sebastiano Cremisi alle mie spalle vaticinare con sicuro entusiasmo: "Io non morr, Sisto... Questa pagina non pu morire... Finch sul mondo ci saranno uomini, finch il bisogno del canto sar posto in loro da Dio..."
Si ferma. Piange. Questa gloria che crede sicura gli riempie l'anima di felicit e di sgomento; sgomento d'andarsene nel silenzio dopo tanta musica, felicit di poter tra gli uomini, dal silenzio, continuare a cantare. Gode, caro vecchio di tutte le illusioni, l'illusione suprema. Non sa o dimentica, che il mondo  pieno di grandi musiche dimenticate, che per nove sinfonie superstiti nel prestigio del genio, milioni di musiche della genialit se non del genio non sono pi che vani righi di segni su vecchi scaffali dove nessun Lazare, veni foras rid luce e aria alle tombe.
 notte alta e non guardo l'ora. Ho sempre nello spirito le parole del medico: "Superer forse la notte. Ma l'alba, per questi malati, fa paura..." Di tanto in tanto, continuando a suonare, mi volgo alla finestra di cui non sono state chiuse le persiane. La luna  scomparsa. I cipressi, spettri di buio, si intagliano sopra una pallida nebulosit di cielo traforato da pallidissime stelle, nell'immenso silenzio notturno tutte le cose dormono. Poich dura la notte, Sebastiano Cremisi pu vivere ancra, pu ancra ascoltare. E io suono ancra. Solo quando sento il suo respiro farsi pi grave e rapido alle mie spalle, interrompo la musica, corro alle bmbole dell'ossigeno da cui il vecchio maestro strappa ancra la vita e gli d, mentre nella morte affonda sempre di pi, aria ultima aria, da respirare. E l'ossigeno compie rapidamente il miracolo. Le prime parole che escono dal ricuperato respiro chiedono ancra canti, i suoi canti, fanno ancra il supremo appello dei figli:
La romanza della Fanciulla di Perth al secondo atto, Sisto... Il terzetto di Carmosina... Il Preludio d'Annabella, al terzo atto...
Sento tutt'il valore, nella mia solitudine in mezzo al mondo, di queste mie ultime ore di compagnia. Son certo che domattina, col sole che, monarca d'oro, verr avanti, come volesse entrarmi di prepotenza nelle finestre attraverso la doppia schiera dei cipressi di guardia, son certo che domani, caduto l'ultimo compagno, su la terra, io sar solo. Questo vegliardo alle mie spalle  l'unico filo che lega ancra al passato il mio mondo di ombre perdute. Il medesimo sgomento che provai, una mattina, trovando morta nel suo letto mia madre, mi prender domani davanti a Sebastiano Cremisi spento. Risento dal lago mia madre che suona Chopin e mi rivela la musica. Rivedo Sebastiano Cremisi che a distanza quasi d'un mezzo secolo, entra per la prima volta al Mandorleto, addestra le mie mani sopra i tasti, m'insegna il canto dell'anima e degli strumenti, con queste musiche, con le sue musiche, gi allora vittoriose e dimenticate, oggi ancra pi avvolte d'oblio. E mi domando: -"La mia musica dov'? Dove ho io, anche se destinato ad essere dal tempo cancellato, dove ho io saputo imprimere il mio sogno? E che cosa ho io realmente perduto nel mio destino mancato? Era in me il divino soffio delle nove sinfonie o l'estro secondario di queste amabili musiche per cui Sebastiano Cremisi, anche all'ora del trapasso, s'illude d'avere davanti a s il valico dell'immortalit? Ignoro chi sono. Non potei misurarmi. Il mio tempo  dietro di me pieno di vuoto mistero. Nel problema della sopravvivenza dell'opera all'artista Sebastiano Cremisi interroga almeno questi suoi cento vecchi quaderni. Io non ho che cosa interrogare. Io non so".
Non sente venire la morte, Sebastiano Cremisi. A due passi da lei non la vede ancra. Vita e immortalit, negli echi risuscitati della sua musica, fanno per lui miracolosamente tutt'uno, senza passaggio di morte: da una luce all'altra, senz'ombra. Ma la sento io, invisibile, farsi vicina. Mi avverte della sua imminenza, mentre continuo a suonare, il primo squillo del chicchiricch dal pollaio. Canta il gallo. Vicino  il giorno. E volgo, dalle pagine di musica, gli occhi alla finestra. In un colorito lattiginoso il cielo antelucano gi schiarisce, presentendo l'alba in un brivido freddo, prima d'averla. E il medesimo brivido  in me; presento la morte prima ch'ella sia entrata. Inutilmente tento d'acquetarmi dicendomi che un'opinione del medico non  una sentenza e che il mio vecchio maestro, pure sorgendo il sole, potr vivere ancra. Nulla pu la ragione contro l'ansia indefinita che  in me. Sento il respiro del maestro farsi pi veloce e pi stretto. Corro all'ossigeno. D aria ancra. Gli occhi sbigottiti del vegliardo nella strettura del torace senza pi fiato riprendono serenit guardando fuori, nel cielo che s'illumina, nell'alba che spunta. Non ho ripreso a suonare. Tendo come Sebastiano Cremisi l'orecchio a una voce che viene dalla notte in fuga e dagli alberi che si destano.  il mago del giardino, il cantore mattutino, l'usignolo sul ramo. Nel silenzio la sua delicata musica d'argento si leva in una scala di suoni che innamora il nostro orecchio di musicisti. Canta la vita la sua ultima melodia. Questo nascosto flauto del cielo prima sospira per note staccate e indipendenti, come se dovesse orientarsi nel suono. Poi deliziosamente gorgheggia in un improvviso di trilli. E, finalmente, trovato il tema vi ricama sopra variazioni d'incomparabile maestria, ora toccando le vette dell'armonia, sbito ridiscendendo ai toni minori, alternando squilli e lamenti come se fosse incerto nel cantare la felicit o la malinconia. Le mie mani sono ritornate alla tastiera. Per analogia ritrovano il canto dell'usignolo fermato dal genio nella Pastorale. Ma Sebastiano Cremisi mi fa cenno di fermarmi. L'altro che canta, l'improvvisatore spontaneo dell'alba, gli sembra pi grande di Beethoven, pi direttamente ispirato da Dio. E vuole di quel canto, l'estroso autore di cento spartiti, fare la sua ultima melodia trascrivendola dalla gola dell'uccello nei tasti. Fa cenno a me, indicando il pianoforte. Con un filo di voce mi dice: "Accostami..." Intendo il suo desiderio. Spingo la poltrona su le sue piccole ruote. Vedo le mani sollevarsi sopra gli avorii, pi pallide di questi, senza pi sangue: mani tremanti, nuove, puerili nel centenario, mani che si rifanno dalla scienza esperta al limbo dei primi suoni, al vagito nativo della musica eterna, mentre il vecchio compositore armonizza il canto dell'usignolo e compone con esso, elementare e sublime, l'ultima sua melodia.
Sono andato alla finestra. Vedo spuntare dietro i cipressi le avanguardie scarlatte della rosea aurora che viene. Odo l'usignolo davanti a me e il musico centenario alle mie spalle. Dimentico la morte. Col sole che ritorna bevo furiosamente la vita. E, di colpo, corolla d'oro nei rosai dell'oriente, il sole appare. L'usignolo ammutolisce. La mano sul pianoforte si ferma. Dal mondo delle divine trasfigurazioni ritorno alla realt. Sebastiano Cremisi ha abbandonato la testa dai cento sogni su la tastiera. L'usignolo, dopo la pausa, riprende i suoi trilli che festosamente aggiungono luce alla luce. Ma non riprendono, le mani ferme per sempre di Sebastiano Cremisi, l'ultima trascrizione della voce di Dio nell'arte degli uomini.
L'autore di cento opere  trapassato cos, in un'aurora...
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2. LA POESIA SEPOLTA IN FONDO AL LAGO.
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Sono solo. Quanto posto aveva, in questo silenzio, la voce di Sebastiano Cremisi che con la sua centenaria presenza allacciava ancra il Mandorleto dei giovani sogni a questa Cipressaia del mio intimo deserto umano! Ora son solo. Trascorre lunga e vuota un'estate. Solo i fratini dei Camaldoli schiariscono con le bianche tonache e i candidi stupori le mie mattinate o i miei crepuscoli. E le altre mie lunghe ore, al pianoforte, son date alla consolazione sublime, all'irreale e immensa compagnia: le voci dei maestri, la parola di Dio trasmessa agli uomini: Bach, Beethoven, Monteverdi, Gluck, Chopin, Mozart, e i grandi napoletani del Settecento Scarlatti e Porpora, di cui padre Alessandro gelosamente mi porta, dall'archivio segreto del monastero, pagine inedite, meravigliosi e incompiuti frammenti. Dalle vecchie carte impolverate assiduamente riprendo le gialle pagine di mio figlio e quelle, pi che mai sepolte dopo il breve ultimo rumore della sua morte, che il mio maestro ha gettate nel vento quasi durante un secolo. Mai riprendo le mie, incompiute, neglette, rinnegate. A nulla giova che, nella rinunzia, il mio vano sogno ritorni. Tornano invece, coi suoni, le grandi ombre carissime; sento, se risuono la serenata di Razetta, mio figlio Isidoro entrare piano nella stanza, venirmi alle spalle, sedersi accanto a me sopra il lungo sedile, posare un braccio su la mia spalla e una mano  la sua bella e quadrata mano fatta a prendere in pieno agio l'ottava, sopra i miei capelli. Con l'altra sua mano volge le pagine interrotte, le prime e le sole del suo genio. Mi par che nell'orecchio mi parli: "Pap, quanto avrei potuto cantare! Dio non volle..." E io l'interrogo: "Soffri? No, perch non ho peccato. E allora, Isidoro, perch ritorni? Per confortare la tua attesa ancra lunga prima di ritrovarmi. Il tuo volontario silenzio ha ancra bisogno di conversazioni. Nella malinconia del crepuscolo io vengo, ombra leggera e invisibile, a metterti a fianco un conversatore. Non credere che io t'abbia abbandonato mai. Queste meravigliose compagnie tra ombre ed umani, tra cielo e terra, sono le pi sfolgoranti illuminazioni dell'anima. Voi viventi ancra non avete vera luce nel cuore che allorquando noi, trapassati, ritorniamo... E adesso, padre, va avanti: il Carnevale..." Sbito dopo, scomparso Isidoro con un fluido bacio su la mia fronte che del bacio sente il soffio e non la materia, l'altra ombra sopravviene: "Sono io, il tuo maestro. Ora che tutto del mio viver terreno  sepolto dal trapasso in ch esistenza, nulla pi m'importa dell'opera mia. Dimentichino pure gli uomini caduchi le mie cento opere sepolte vive. Basta a me che tu solo le ridesti, una al giorno, una pagina ogni sera a quest'ora, dai loro sepolcri.  un modo di chiamarmi a te, di rimettermi a te vicino su questo sedile, a guidar la tua mano tremante d'affettuosa memoria... Bada, Sisto. Ti sbagli. Non  fa diesis.  fa naturale. E guarda meglio sul foglio: c' la corona...". 
Care compagnie supreme, tenero discorso col mistero, senza domande alle quali, io essendo uomo, non potrebbero le ombre dare risposta. E quando, chiuso il pianoforte, nella sera che scende sui miei alti cipressi, io mi faccio alla finestra per veder le stelle accendersi nel cielo, non pi alle ombre io mi rivolgo, ma a creature reali e lontane. Dov' Rosalba a quest'ora? Dov' mio figlio, l'altro mio figlio?  piena estate, met d'agosto. Vedo Venezia di l dalla poesia delle sue calli e dei suoi canali. Vedo Venezia di l dalla laguna sopra la striscia mondana del Lido. Su la terrazza d'un grande albergo dove, come nella torre di Babele, per non dir nulla suonano tutte le lingue, vedo due uomini e due donne; vestiti gli uomini, nude le donne sotto i trasparenti pigiama da spiaggia, verde l'uno, l'altro scarlatto. Sento le parole del rito quotidiano: "Tiro picche. Passo. Quattro picche. Contre! Surcontre! Va bene..." Benissimo. Riconosco una voce: e quella un po' afona di Rosalba Confalonieri, quella in pigiama scarlatto..."  lei che passa. Toglie dalla borsa la scatola di tartaruga e d'oro. S'incipria rapida e meccanica il volto gi impiastricciato di creme e colori che difendono disperatamente la bellezza al tramonto. Come le vele dei bragozzi metton su l'Adriatico una tavolozza, cos sul volto di Rosalba quarantenne Elisabetta Harden, maestra d'artificii e di restauri, laboriosamente dipinge. E vedo altrove, in un suono diverso di musiche. Non pi le onomatopee singhiozzanti del jazz americano del Lido, ma le marziali cadenze d'una marcia su la quale, nella corte d'un istituto militare, le giovani squadre s'esercitano. Ora c' da arrampicarsi, scoiattoli agilissimi, sopra le pertiche. Odo un ufficiale fare l'appello: "Sisto Confalonieri..." E vedo un ragazzo biondo quello  mio figlio? farsi avanti con passo ginnastico, accostarsi con gli altri alle pertiche, e, ad un secco comando, volar lass a forza di ginocchio e di polsi per guardare dall'alto quelli rimasti a terra e atleticamente, dall'alto d'un palo,  forza anche questa, sfidare il mondo.
Ma se in due sospiri io li chiamo: "Rosalba... Mio figlio...", costoro non interrompono per me lontanissimo bridge o ginnastica. E una voce mormora alle mie spalle in quel buio che, schiarito dagli ultimi bagliori del giorno dietro i cipressi, non vuole ancra le lampade; "Perch ti ostini a chiamare costoro? Non ti ascoltano... Non sono con te... Tu hai potuto credere che essi fossero la tua vita. E la tua vita non erano. Io solo avrei potuto essere, poeta, la vita tua: io Elsa, in fondo al lago..."
Un brivido in tutt'il mio essere risponde al misterioso richiamo. E, come per un incantesimo, scompare davanti a me la verde guardia dei miei vecchi cipressi. Questo verde si fa azzurro. Questa chiusa d'alberi s'apre in un lago. E va su questo, a voler di remi, una barca. Due ragazzi, una fanciulla. Un paesaggio di sogno nel chiarore di un'alba che indora il cielo. Riconosco indimenticabili, i mandorli di Bel Sorriso. Due ragazzi io e Alessandro Confalonieri; amando entrambi una fanciulla bionda, la piccola Elsa, hanno lottato invano per sopraffarsi. E una sera, non riuscendo n l'uno n l'altro a rinunziare, non potendo Elsa n decidere n spartirsi, la folle idea romantica  apparsa a tutt'e tre: aspettare l'alba, andare in barca sul lago al primo sorgere del giorno e, a met lago, rovesciando la barca da un lato, abbracciarsi in tre, legarsi nella morte tutt'e tre, sparire... E il momento  venuto. Elsa  in piedi, fra noi. Le sue braccia si legano al collo mio e a quello d'Alessandro. Dal centro della barca, avanziamo sopra un lato di essa. Il peso ci sbilancia. La barca piega. Un ultimo grido e cadiamo. Ma, vedendo la morte in fondo all'acqua, due di noi, Alessandro ed io, istintivamente lottiamo per salvarci. Disperatamente raggiungiamo, esanimi, la riva. Ma Elsa non ha saputo o voluto, lottare. Ed  rimasta laggi, in fondo al lago, piccola morta di quattordici anni, sotto i mandorli di Bel Sorriso, solo olocausto al sogno troppo grande dell'amore che chiama la morte ed in lei in eterno s'acqueta.
E la voce, dopo tant'anni, soavemente rimprovera alle mie spalle: "Perch, Sisto, non mi salvasti? Tu dovevi salvarmi. Ed io, indecisa fra voi, sarei stata la felicit di quello che non m'avrebbe fatta morire..." Vedo davanti a me il lago del Mandorleto. Vedo pi azzurra del lago azzurra come il cielo, Elsa ancra distesa laggi, le braccia conserte sul seno immaturo, sciolti i capelli a farle un guanciale dorato, Elsa stesa laggi quasi da mezzo secolo come se serenamente dormisse. Non ha, in tanta luce, volto di severit o di rimprovero. Ha perdonato ai folli ragazzi che le tolsero la vita senza volerlo. Ha perdonato a me. E quasi mi sembra che quel suo volto che da quarant'anni  sotto le acque, nel bianco riflesso dei mandorli in fiore, oggi sorrida. Par quasi ch'ella ami, dei suoi due fanciulli assassini, il superstite che io sono. Certo mi amano le sue parole, le sue parole alle mie spalle: "Perch sbagliasti, Sisto, il tuo cammino? Perch non mi prendesti, quel giorno, nelle tue braccia e non mi riconducesti a riva con te? Morti certo ambedue, su la riva, nello sforzo d'aver prima voluto morire e poi tentare di vivere. Ma come tu ricuperasti la vita, cos io l'avrei con te ricuperata. E tua sarebbe stata, deciso il cuore, la mia umana giornata. Ero fatta per amare, ero fatta per comprendere, ero fatta per dare. Tutte le anime sono fatte per chiedere e per ottenere. Poche son quelle che sanno offrire e sacrificare. Io ero di queste. Avrei illuminato della mia fede la vita tua. Avrei portato alla tua vita la pace della perpetua speranza. Io mi chiamavo amore. Io mi chiamavo giovinezza. Io mi chiamavo poesia. E tu che questo sotto i mandorli in fiore del Mandorleto chiedevi esclusivamente alla vita la poesia, hai lasciato me in fondo al lago, una mattina, salvando te solo, perdendo il tuo tesoro, sopravvivendo al tuo sogno, inutilmente..."
Inutilmente.  la parola che riassume e condanna.  il bilancio dell'umano fallimento.  la mia solitudine che non ha pace senza pi bene. Il mio bene rimase l, in fondo alle acque, nell'egoistico sacrificio, nell'istinto brutale e cieco che mi fece scampar da solo alla morte. Che cosa portai a riva inutilmente, nelle disperate bracciate in cui impegnavo ogni mio sforzo, che portai a riva se lasciavo la vita dell'anima l in fondo al lago, in quel cuore di fanciulla che aveva accolto e ispirato il mio primo canto? Non era Elsa, mio primo fiore, tutt'il mio umano giardino? Ora comprendo. Ora vedo. Sepolti i miei fiori l sotto, inutilmente cercai che altri giardini s'infiorassero per me. Inutilmente. Il nostro giardino  uno solo. Fuori di quello, la vita  morte e inutilit.
Inutilmente... Inutilmente... Cos ho vissuto senza vivere. Cos ho sognato senza sognare. Cos ho cercato nella vita la favola dopo averla ciecamente sepolta. Perdonami, Elsa. Ho duramente pagato l'errore. Ma, dal mio paradiso d'innocenza, manda in questi miei ultimi giorni la tua tenera ombra accanto a me. Sii tu, mia prima Compagna, anche l'ultima Compagna. Popola dei tuoi giovani ricordi queste mie vecchie stanze. Mettimi al mio strumento l'ultima volta. Fammi l'ultima volta, come per te cantai la prima, cantare per te.
Ed Elsa  venuta: ogni mattina, ogni sera.  con me, ridendo il sole, sotto gli alberi del mio deserto giardino. La sento volante e leggera attorno ai miei passi. La vedo nei fiori e nelle acque, nei fili d'erba e nei riflessi dorati del cielo, nelle cose pi umili e nelle pi alte.  la piena freschezza dell'anima mia di fanciullo.  la mia sognante ingenuit. E pi ancra Elsa m' accanto alla sera quando mi siedo al piano e le faccio posto. Perdonami, Isidoro, se non sono sempre con te. Perdonami, maestro, se tu trovi il posto occupato. Elsa viene. Elsa  con me. Risorge dal suo sonno, ritrova la sua adolescenza, tutto riaccosta a me, dalle lontananze del tempo, il Mandorleto.  lei a prendermi le mani, lei a posarle sui tasti, lei a dirmi: "Avanti... Canta ancra per me..." Ed io canto. Per ore ed ore improvviso inediti frammenti, pagine prodigiose, melodie sublimi che chiamano alle mie stanze quanti con me invecchiano nella bicocca, che rapiscono d'estasi al cancello frate Umile e frate Tranquillo quando sul tardi vengono a trovarmi e, piano piano, in punta di piedi, senza rompere l'incantesimo di quella musica celeste nell'infinito silenzio del mondo, si fanno alle mie spalle e sentono l'amore cantare: umilmente e gloriosamente, come le creature e le cose cantavano per Santo Francesco, come canta l'organo in chiesa dal mistero sonoro della sua selva di carme.
Canta dentro di me, in una soprannaturale illuminazione dell'essere tutto purificato e redento, la fanciulla sepolta in fondo al lago di Bel Sorriso che io identifico col mio primo candore, con la mia adolescenza meravigliata ed immensa. Rivedo Elsa come mi apparve la prima volta, una mattina, aprendo il cancello del Mandorleto: levata una mano al cordone del campanello, ferma l'altra a regger sul fianco un vaso etrusco pieno di gigli rosa, bionda e sottile nella sua candida tunica. Ritrovo il mio impaccio davanti a lei venuta a offrire a mia madre quei fiori e lo sgomento di lei nel sapere che mia madre s'era recata ai Tre Mandorli dove mio zio Ippolito, ex-ufficiale a riposo che non stava mai fermo, aveva sfidato a gara di corsa la "compagnia dei Mandorlieri". E, poco dopo, ci avviammo insieme ai Tre Mandorli. Aveva l'aria, camminando, la piccola Elsa, di toccare appena la terra ove doveva rimanere s poco. Esile ed alta nella breve tunica che le scopriva il ginocchio, sul fianco sinistro il vaso etrusco pieno di fiori che, portato cos, sembrava dipinto tanto non aveva n consistenza n peso, pendente l'altra mano che, nel ritmo dondolante, le assecondava la marcia, piena di sole nei capelli d'oro che legati a treccia le scendevan gi per il dorso, sagomato il sottil profilo sul cielo che io vedevo, guardandola, dall'altra parte.  l'amore improvviso, la rivelazione estatica dei quindici anni, il travaglio delle anime che, gi accoppiate, si schiudono l'una nell'altra, corolla unica sopra due steli. E sono allora le mie ardite bravure per innamorarla. Ma sbito s'oppone al mio valore la virt guerriera del pi forte, Alessandro. Canta in me subitamente, per darmi sopra l'altro il primato nel cuore incerto di Elsa, la prima musica: l'ingenua melodia per la "canzone a ballo" di Lorenzo de' Medici:
Quant' bella giovinezza
che si fugge tuttavia...
Ritrovo sul pianoforte quel mio primo canto puerile e risento, a musica finita, il bacio di Elsa su la mia piccola mano abbandonata su la tastiera. Ma su questa colomba s'avventa, rapido come sparviero, Alessandro. La sconvolge, la travolge, la devia. Vietato il pazzo matrimonio tra due ragazzi, al termine d'una notte di fuga sono lass, in un'alba di rose, alla Pineta delle Croci, davanti al lago che li aspetta. Hanno scritto sopra un foglio: "Non ci avete voluti unire in vita..." Ed io, follemente, incapace di strappare Elsa ad Alessandro, incapace d'aver vita tuttavia senza di lei, chiedo che la barca ci porti in tre alla sepoltura delle nostre adolescenze in mezzo al lago. E mentre io, non sapendo giunto il momento, remo ancra, Alessandro con Elsa tra le braccia, fa in un lampo capovolgere la barca. Vedo il sole d'oro che spunta sopra i mandorli di Bel Sorriso. Odo appena un grido di Elsa: "Mamma!... Mamma!... No!..." E mi risveglio in un letto sotto l'ansia di mia madre: "Figliuolo mio... Mio solo bene... Sei salvo!" Ma Elsa, che non ha come noi saputo difendersi dalla morte, dorme, dorme per sempre laggi, da quindici giorni, in fondo al lago. E il mio maestro, Sebastiano Cremisi, mi conduce a girare il mondo per dimenticar nella musica. M'ha detto: "La cercheremo, la musica, nelle pi belle canzoni, a Napoli, in Ispagna... La troveremo, in lente e malinconiche malagunas nelle notti d'Andalusia. La sentirai nei valzer di Vienna e nelle ciarde ungheresi. E saliremo un giorno a Bayreuth per ascoltare i divini canti di Sigfrido e di Parsifal..." Nelle notti di Napoli o di Siviglia, infatti, nei tramonti su la Laguna o sul Danubio, di nuovo la mia mano cerca la tastiera e il mio estro la melodia. E ritorno con Sebastiano Cremisi al Mandorleto solo quando il mio amore per Elsa non  pi nella mia anima che una sorda pena e quando la mia musica mi  di nuovo nel cuore, di l dalla morte, un'immensa speranza.
Venne Barberina seconda immagine del sogno, a dividerla. Ma non eri tu. Elsa sommersa, mio perduto bene; ch non ha duplice volto la felicit. Prima Barberina nelle mie giovani e serene nozze, poi Rosalba nella rapinosa tempesta, hanno tentato, io volli che tentassero, di risuscitare dal lago, in immagini nuove, ci che in fondo al lago lasciai precipitare. Se io guardo alle mie spalle la trascorsa vita, se mi ritrovo qual fui a vent'anni e a quaranta sempre mi vedo perduto ad inseguire un miraggio in fuga davanti ai miei passi. Cercavo ancra sopra la terra, nei vani sogni, quello che su la terra non era pi. Come il re di Tule aveva gettato in fondo al mare la coppa del suo amore vissuto prima che la vecchiaia venisse, io, prima che la giovinezza fosse in fiore, prima che la vera vita aprisse le ali sul mondo, avevo gettato in fondo al lago il miracoloso anello della sola felicit possibile, dell'immenso amore perduto prima d'averlo potuto vivere compiutamente, un giorno solo.
E tu sei alle mie spalle. Elsa del lago, in queste tetre stanze della bicocca tra i cipressi spandendo in quest'oscurit un'ultima luce accecante che par di prodigio. Ma prodigio non .  il sogno che splende alle mie spalle.  l'adolescenza lontana che ricupera il suo primo splendore.  la bellezza del mondo che s'accende, supremo bene per chi sappia conquistarlo e tenerlo, in un cuore puro di donna. Tu sei. Elsa alle mie spalle, il mio probabile genio perduto. Tu sei, Elsa alle mie spalle, la mia gloria sepolta prima di nascere. Tu sei, Elsa alle mie spalle, in me mortale il senso angusto della mia immortalit. Tu sei. Elsa alle mie spalle, la vita che avrebbe potuto essere e non fu. Tu sei, Elsa, il mondo di Dio che illumina queste mie povere rovine del vano mondo degli uomini.
Non staccare. Elsa, divina immagine che sorgi dal lago dei mandorli in fiore, non staccare dalle mie spalle reali d'uomo, di vecchio uomo, le tue fluide mani d'incantesimo. Lega ancra, in questo buio d'una vita in cui i grandi sogni si spensero, il possibile all'impossibile, il caduco all'eterno, l'umano al divino. Ascolta, da questi tasti sui quali un genio non rivelato agli uomini muove le mie povere dita, la ricchezza di questo canto sublime che fa d'un vecchio pianoforte un paradisiaco concerto che, rapiti d'estasi, gli angeli ascoltano. Questa musica  tua:  il canto della tua giovinezza sommersa dentro le acque,  la conversazione suprema fra te che in fondo al lago serenamente dormisti il tempo quasi intero della mia vita e me che dalla riva, per una vita intera, forse senza dirmelo mai, inconsolabilmente piansi su la tua sepoltura in mezzo ai fiori.
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3. CONCERTO IN MEZZO ALLE OMBRE.
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Con la solita aria di piantar radici l dove si fermano anche per pochi minuti tanto sono squadrati ed a piombo, o mio lontano secondo Sisto che non mi hai riconosciuto! con quell'aria che  propria di questi nuovi giovani tutti elasticit, ginnastica e volont, da mezz'ora, in piedi in mezzo al mio studio e con una voce cittadina fatta a superare il fragore delle metropoli mentre in questo grande silenzio di solitudine basterebbe, per essere uditi, parlare a sospiri. Patrizio mi racconta le meraviglie. Io l'ascolto con simpatia. Questo ragazzo, qua alla bicocca, l'ho visto venire su a poco a poco e farsi uomo. L'ho visto, la prima volta, che aveva poco pi di quattordici anni. Poi e partito, a vent'anni, soldato in Sicilia. E ora ritorna da Roma dove gi fu or sono dieci anni in un autunno dorato come questo che sta sui campi con le uve bionde sotto un cielo corso da nuvole apocalittiche che, a sentir le parole di Patrizio, non mi sembrano cariche di aria e di pioggia ma gonfie di grossa storia in cammino, di miracolosi eventi.
Per la seconda volta Roma ha acceso un incendio nell'anima di Patrizio, nipote del vecchio Giotto, figlio d'una sua sorella, ragazzo che ha studiato da agronomo e non  pi contadino come suo padre. Parla bene. Lo ascolto volentieri. Tra quanto nello spirito gli  spontaneo e quanto gli rimane d'ardenti letture in libri e giornali mette assieme qualche cosa che vibra, che brucia, che splende. A volte, da mezz'ora, mi sento infuocato anch'io nel mio gelo, vedo anch'io sole, all'orizzonte, tra le mie nebbie.
Doveva vedere quel giorno, maestro, quando ci ha passati in rivista... Quanti eravamo? Centomila, duecentomila, non lo so, un popolo intero, la giovent... E siamo passati, a testa alta, guardandolo lass, fermo sul cavallo baio, per quelle grandi strade di Roma imperiale ch'egli ha dissepolte delle macerie di vecchie case, sotto gli archi degli Imperatori. Non dimenticher mai quella mattina era due giorni fa, il ventotto, neppure se campassi, come Matusalemme, secoli e secoli. Quass, in questo silenzio dove con l'autunno non sono neppure pi le cicale, lei non pu farsene un'idea. Pi bella ancra dell'altra sfilata dieci anni fa, quando entrammo a Roma e passammo sotto le loggie del Quirinale, levando il braccio e gli occhi verso lass... Allora si cantava, come anche l'altro ieri cantavamo. Ma avevo sedici anni, si cantava nella speranza. Ci dicevano tutti: bisogna far grandi cose. E ora le grandi cose son gi fatte. Ci sono le strade, gli stadii, i ponti, i monumenti, intere citt. In dieci anni... E cose pi grandi ancra si debbono fare. Intanto, commemorando la prima marcia, cio non commemorando, ch  cosa da morti, ma celebrando, ch  cosa da vivi, si fa festa. E che festa, maestro! Doveva vedere, una sera, le illuminazioni... Sembrava che Roma bruciasse, come se daccapo Nerone l'avesse incendiata per darsi spettacolo. Sembrava che tutta Roma bruciasse dalle finestre, dai balconi, dai tetti. E, in quel fuoco, che allegria, che vita! Da esserne storditi, intontiti... Camminavo per le vie di fuoco come se fossi ubbriaco di musica e di splendore. Sissignore, maestro. Lei lo sa meglio di me. Ci si ubbriaca anche dagli orecchi. E pi ancra dagli occhi. Quando tutto attorno s'incendia, viene dentro all'anima una luce che fa come fa il vino: d alla testa e alle gambe, manda avanti nella folla a sghimbescio, come se uno perdesse l'equilibrio e non sapesse pi dove va. Io non sapevo. Guardavo. Vedevo tutti ringiovaniti. Ci creder? Non c'erano pi vecchi. Anche se avevano l'aria d'essere stati avanti di noi negli anni, a guardarli bene si vedeva ch'erano tutti adesso tornati indietro, come i gamberi... Sissignore, tutti la mia et, al massimo: venticinque anni. Il mondo adesso  ragazzo, maestro mio. Lei quass non lo sa, non lo vede. Ma glielo posso garentire io che vengo, di l, da quel forno di tutti gli entusiasmi... Perch non  venuto anche lei? Perch non esce un giorno dalla cerchia di questi vecchi alberi e non va un po' a vedere? Ritornerebbe quass trasfigurato, ringiovanito, rimesso a nuovo, e con una voglia matta come l'ho io, non vede che non so pi stare fermo? di lavorare, di lottare, di menar le mani, di fare qualche cosa di utile, di servire a cose belle, a cose grandi, a far l'Italia, o a rifarla...
Lasciare la cerchia di questi vecchi alberi, andare anch'io a vedere... Sorrido senza rispondere. E mentre Patrizio continua, nella sua parlantina incandescente, a raccontare, a spiegare, io rivedo una sera d'ottobre lontana di dieci anni, in questa medesima stanza. Dovevo andare allora a vedere; e non oggi. Risupero il tempo e ritrovo; una sera come questa, una lenta sera d'ottobre che improvvisamente, dal sereno, riempie il cielo di nuvole cacciate avanti dal vento che i miei cipressi, solidi e fermi, sentono solo in cima alle punte oscillanti nell'aria come aghi magnetici dentro la bussola che sta per segnare tempesta. Io sono solo, qua dentro, coi miei vecchi libri e i vecchissimi pensieri. Pure, chiusi gli occhi, con lo spirito vedo le giovani legioni avviarsi cantando per tutte le strade, nella sera d'ottobre, sotto la minaccia di un temporale atmosferico che dalle grandi nuvole del cielo bene si accorda, come un accompagnamento, al temporale umano delle coscienze.
E d'improvviso un canto mi giunge da lontano. La via maestra per Roma passa davanti al cancello della Cipressaia. E venti ombre nere attraverso questo, come se lo assalissero, si cacciano nel mio giardino ingombro di crepuscolo. E me le vedo, le venti ombre, entrare tutte in questa sala, buia prima come la casa, sbito illuminata a controluce dal lume a petrolio che Assunta, di corsa anche lei, porta dentro per rischiarare tutti e cercare suo figlio. Poi, dalle finestre, un lampo ci brucia tutti come se dovesse incenerirci. Gigantesco, un tuono spacca con la sua sonorit il mondo intero. Ed io ho, in quel fragore e in quello splendore d'apocalissi, un impeto subitaneo, un lampo anch'io come il cielo, un lampo eroico: balzare in piedi, smanicarmi come quei venti, buttarmi fuori nella tempesta assieme a loro, riacchiappare a volo la vita che passa in quell'avventura, marciare coi ragazzi nell'epica notte, contrapporre al vuoto sogno la concreta azione, rivedere il giorno dopo Roma, il sole, la nuova aurora... Ma l'anima, per un istante, ha volato pi in alto del corpo. Numero i miei anni. Sto fermo. Vecchio, li lascio partire, nella mia notte, verso le future aurore che sono ancra speranze. Invano una voce dall'invisibile m'incita. "Marcia, pap... ordina Isidoro. Va con loro..." Vecchio, non vado. Disarmato dalle delusioni, non riarmo nell'illusione. Rimango, vivo e pur non vivo, ancra sopra la terra e gi sotterra. Ma quando i ragazzi escono ed io, in anticamera, levo sopra i loro volti la lampada per illuminarli nell'addio, tra capi biondi e bruni m' davanti una testa grigia come la mia; "Brdiga, maestro elementare. Giovane anche lei Giovane no. Ringiovanito..." E se ne va, ridendo, sperando. Io sono ancra fermo l, su la porta, alta nella mano la lampada che chiama al suo fuoco il volo delle farfalle notturne. La bella canzone di sfida e d'assalto mi viene dalla strada di Roma. Tutta la nazione a quell'ora canta cos. La notte  piena di musiche. Il cielo  zeppo di stelle.
Avrei dovuto partire con voi quella notte, mio ardente Patrizio che m'insegni la via troppo tardi. Ma ancra credevo alle possibilit e al diritto umano d'un destino individuale non inserito utilmente nelle necessit di tutti. Ancra Dio non aveva, come in questi ultimi dieci anni, piegato il mio volto ambizioso di solitario a contemplare il meraviglioso esempio umile e sublime nel contempo, del formicaio ordinato, disciplinato, gerarchico. Ancra cercavo in me, in me solo, il senso della vita. E non intendevo che il senso della vita  nella vita stessa e non in noi che vogliamo interpretarla secondo i nostri stretti o larghi egoismi, che la vita non  nella formula dell'eroe senza legge, tutti per uno, ma in quella del milite umano nella milizia: uno per tutti, ciascuno al suo posto.
Se vedesse, in dieci anni, maestro, che cosa abbiamo fatto!... Lei non riconoscerebbe pi nulla di quanto vide. Abbiamo creato un mondo nuovo. Abbiamo fatto in dieci anni quello che non si sarebbe fatto in un secolo...
Patrizio  fiero. Patrizio si vanta. "Abbiamo fatto": plurale augusto e immenso in cui c' posto anche per lui, per lui che in questi dieci anni, meno i mesi del servizio militare, non s' mosso mai da Poppi, solo occupandosi d'agronomia, tra concimazioni ed innesti. Pure sente d'aver fatto con gli altri ed ha fatto. Ha posto il suo spirito, nel suo personale lavoro, in contatto col lavoro degli altri, ha sentito il suo destino di molecola nel corpo collettivo, ha dato, nel cerchio del suo limite, ma da quel cerchio riverberando su gli altri, il suo piccolo splendore d'uomo al suo posto d'utilit, lo sforzo piccolo ed immenso della sua volont individuale nel mondo dell'universale, coerente e disciplinata energia. Piccolo agronomo di Poppi che hai compiuto intero il tuo umile dovere, tu vali milioni di volte pi di me che ho mancato, immobile ed assurdo, il mio grande sogno personale che nulla agli altri dava e solo voleva per s!
E ancra Patrizio esalta la marcia, la legione, la volont, la potenza:
S, maestro. A Roma, essendo tutti l per celebrare i dieci anni, eravamo tutti pazzi d'orgoglio soddisfatto, ubbriachi come sono ubbriachi marinai od aeronauti quando, dopo formidabili tempeste, possono toccar la terra delle mte raggiunte. Ci pensa lei? Lo vedesse a Poppi... Mio padre che adesso va attorno con le stampelle di guerra riverito come se fosse personaggio pi importante anche del signor podest... E me lo ricordo invece quando, su la piazza, mentre le donne chiudevano le porte e i bambini gridavano di paura, quattro energumeni beffavano mio padre e gli piombavano addosso vociando da ogni lato, e gli sputavano in viso perch aveva su la giacca quel nastrino azzurro che gli era costato due gambe al Podgra! rivedo ancra, mio padre, in quelle giornate, bianco in viso non di paura ma di furore, a schivar col braccio quegli scaracchi, e, reggendosi su una stampella sola, a rotear l'altra nell'aria per impedire a quei vili e glielo gridava con quanto fiato aveva in gola: "Vigliacchi!" di strappargli la sua medaglia. Avevo quattordici anni, quindici anni, non so pi. E quando d'ottobre gli altri sono partiti,  stata la stampella di mio padre a mettermi in riga e a mandarmi avanti: "Va tu, Patrizio. Io non ho pi gambe. Ma deve averne quattro mio figlio invece di due: due anche per me..."
C' tanto splendore negli occhi di quel ragazzo che io sento il bisogno di dire la mia umilt:
E io, mentre voialtri, con tanta fede, con tanta speranza...
Ma Patrizio m'interroga:
Che c'entra, maestro. Lei  un'altra cosa. Lei combatte l sopra, con l'arte...
Indica il mio pianoforte, nell'angolo della sala, coi vecchi tasti, le antiche musiche... E io scuoto le spalle, abbassando il capo. Io ho combattuto l sopra con l'arte... Io ero dunque esentato, per volont di Dio distributore di beni soprannaturali, dal servizio civile. Io avevo in me il mio destino, la mia legge, la mia disciplina. Io avevo in me la mia vittoria. Cos afferma, con semplici parole, Patrizio, ragazzo guerriero. Ma dov' la mia vittoria? Dove sono le mie musiche? Qual  stata la mia disciplina? Quale legge m'ha governato? Rivedo i grandi nella maest del loro servizio. Davanti agli organi delle sue chiese il mio divino Bach, in servizio di Dio. Rivedo Beethoven infermo e sordo nel fragore dei suoi oceani di musica, in servizio del Genio. Rivedo Wagner, tra vicissitudini avverse da piegar l'animo e le forze d'un gigante, dare al suo ideale una vita, in servizio della Germania. Rivedo Mozart scrivere musica anche sul suo letto di morte a trentasette anni, in servizio della Giovinezza che inesorabilmente gli sfugge... Rivedo il mio scomparso maestro, Sebastiano Cremisi, con le sue cento illusioni, coi suoi cento spartiti, in servizio di un'augusta necessit fino al termine del suo secolo di vita: il lavoro. Tutti, nel dolore, hanno cantato. Tutti hanno, nella sofferenza, moltiplicata eroicamente l'energia. Dieci tombe di figli, o mio Isidoro perduto! non inaridiscono il canto di Sebastiano. Il silenzio del mondo non fa il silenzio di Ludovico. La fame non piega Wagner. La morte non fa cedere Mozart. L'oscurit, l'iniquit, l'oblio degli uomini non hanno tolto dal cuore di Sebastiano Cremisi, fino alla soglia suprema, la volont di creare. Ma il dolore ha ucciso me isterilendomi. Le avversit toccate all'uomo hanno in me piegato l'artista. Piccolo artista se pot soggiacere all'inclemenza degli eventi? No. Forse non piccolo artista. Ma artista che non seppe accettare la legge della solitudine umana attorno al travaglio augusto dell'arte, artista che non seppe intendere la necessit d'un martirio che Dio questa sublime luce trovata in me troppo tardi, non illuminava ancra in una pacata luce d'accettazione. Non ci si sottrae senza errore irreparabile n al sacrificio che Dio ci propone n al consorzio che gli uomini impongono. Solo da due parti nel cielo, su la terra, io mi sono perduto nel nulla, inutilmente contemplando me stesso, spettacolo vano, storia vuota di un'inazione. E voi, mie donne, Elsa lasciata in fondo al lago, Barberina perduta per me nella morte del figlio, Rosalba incapace d'intendere la sua missione d'amore nel prodigio di far risorgere un artista e un uomo dopo averla inutilmente sognata, voi, mie tre donne, non avete potuto salvarmi. E il mio rancore di maschio, il mio cieco egoismo contrapposto al tuo senza generosit di perdono, non mi hanno concesso, Rosalba respinta, di prendere la tua mano l'ultima mano offerta dagli uomini, quando forse tu ancra potevi reggermi, superando il passato, prima del supremo naufragio.
Ora  fatto. Il naufragio  avvenuto. Sono anch'io, come Elsa sommersa, in fondo alle acque dove la mia vita  sepolta. E questo ragazzo che non sa guarda ancra con rispetto il mio pianoforte come se fosse un altare.
Non  un altare. Patrizio, come tu credi, spiego al giovane nipote di Giotto. Cos come lo vedi, alto e largo, a misura di corpi umani che dentro possono starvi distesi,  un sarcofago pieno di piccoli cadaveri gi vecchi d'anni ed anni e che si sono dissolti in vana polvere in mezzo ai suoi tasti. Ci son dentro sepolti i capolavori forse possibili, i canti che Dio mi concesse e che io non seppi raccogliere.
Patrizio, realt soda, coscienza di cose concrete, mi guarda senza comprendere, con un po' di paura per i macabri misteri che gli rivelo dentro quella tetra cassa di suoni morti e con un po' di ammirato rispetto per ci ch'egli dentro di s deve scambiare per le stravaganze dei pi geniali artisti i quali lo sa anche un agronomo della piccola Poppi, son gente lunatica e varian l'umore incostante cos come in cielo, dietro quella finestra, suol variare la luna beffarda e indifferente.
Temendo di peggio. Patrizio, compiuta la visita di dovere al bizzarro padrone di zio Giotto, coglie il momento del mio silenzio per andarsene in fretta. Rimango solo. Rimando via Assunta che mi porta le lampade. Non c' bisogno di loro. Basta, dalle finestre, la luna piena che fa di pallido argento la stanza. E rivedo, l nell'angolo, coi suoi tasti neri e bianchi, il catafalco della musica morta. Ma se anche  pieno di cadaveri dissolti, c' ancra modo di strappare dalle sue corde, Dio guidando le mie mani su la tastiera, un po' di canto. Mi siedo ancra su lo sgabello per le ultime volte. Aspetto le ombre nella stanza piena d'una luce irreale da tregenda o da incantesimo. E vengono tutte, ad una ad una, le ombre: mio figlio, Elsa, Barberina, mia madre, il mio maestro eterno, Sebastiano Bach, il mio maestro caduco, Sebastiano Cremisi; e ci sono anche due ombre di viventi lontani: Rosalba e l'altro mio figlio... Sedetevi, care ombre. C' posto per tutti attorno al mio pianoforte. Ho voluto chiamarvi:  il mio ultimo concerto in una notte di plenilunio. Ascoltatemi con letizia, senza piangere per me. Tutto quello che non fu tento ancra che adesso sia. E, difatti, durante due ore, in mezzo alle Ombre, io ricevo da Dio che m'ispira un capolavoro immortale che gi muore invece mentre nasce nell'improvvisazione, destinato forse a dare al mondo il suo canto mentre invece raggiunge appena, fuori della finestra, le schiere incappottate di verde e incappucciate di stelle dei miei cipressi di guardia: guardia d'onore a una tomba.
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4. "UOMO, ACCOSTATI: IO TI ASPETTO..."
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Ho chiesto di confessarmi: all'Abate in persona, al principe di Waldemunken; pi che da penitente a sacerdote contrapponendo al peccato la penitenza, da uomo ad uomo, pena contro pena, cuore contro cuore, da due ombre, verso due luci. E il principe di Waldemunken, che ha inteso questa parit di peccato e di redenzione, non ha voluto che la confessione avesse luogo nel recinto sacro, al confessionale, il giudice nascosto dietro una grata, invisibile e presente come Dio ch'egli rappresenta, il peccatore ginocchioni nella sua umilt palesata a coloro che passano. Mi ha condotto, invece, nella piccola cappella privata del suo appartamento. Davanti a un Cristo d'avorio che apre le braccia su la Croce sopra un inginocchiatoio, s' seduto in una poltrona e m'ha fatto sedere in un'altra. Poi mi ha detto, ponendomi per incoraggiarmi una mano sopra una spalla: "Parlez, mon frre..." Evita l'italiano nei lunghi discorsi: lo sforzo di vocabolario disperde la sua attenzione. Sa che io molto imperfettamente intendo la sua lingua tedesca. Preferisce cos conversare nella lingua affabile e amabile, buona a dir tutto, che  la pi cordiale che esista al mondo, per parlare agli altri uomini, per intendersi con loro. "Parlez, mon frre..." E affettuosamente traduce, per essermi ancra pi vicino: "Fratello mio, parlate...".
Ho parlato, liberamente, senza veli, come in un monologo dentro una solitudine. E, per lasciarmi maggior libert a dire tutto, il principe, pure standomi di fronte, non ha levato mai lo sguardo dall'immagine di Cristo che  alla sua sinistra, non ha mai vlto i suoi occhi sopra di me, per quanto io tra racconto e racconto sostassi nelle pause alla ricerca sintetica dei collegamenti. Ho detto tutto, di me, degli altri: dal Mandorleto alla Cipressaia, dall'aurora al tramonto, da tutte le fedi a tutte le disperazioni, dal meraviglioso giardino dell'adolescenza in fiore a questa mia brughiera sterpigna dei sessant'anni che i cipressi circondano, guardia alla morte. Ho detto la mia solitudine che non ha mai trovato fratelli. Ho detto il mio sogno d'artista interrotto prima dalla difficile vita, poi dalla vista minacciata, finalmente da un perduto senso di totale inutilit. Ho detto il duplice dramma della mia paternit due volte troncata e delusa: il figlio sepolto e il figlio lontano, il simile e il dissimile ugualmente contesi e strappati alla mia sete d'amore, al mio bisogno di sentirmi durare di l da me, nell'esempio, nell'eredit, nella discendenza. Ho narrato il triplice dramma delle mie tre donne: Elsa sommersa in fondo al lago dall'egoistica follia di due ragazzi assassini senza volerlo o saperlo; Barberina non accostata a me che dalla maternit felice, da me allontanata quando la maternit fu prima oscurata dalla paura, poi ottenebrata dalla morte; e Rosalba, folle bisogno di rinascita, estremo tentativo non andare a fondo nel naufragio d'una vita e d'un tempo alla sosta sul ponte dei miei quarant'anni e nel disperdersi della mia generazione romantica, condannata a morte se non si redime in una rinnovata e diversa giovinezza che sposta il bene da uno a tutti, che trasferisce la volont dall'individuo al consorzio, che allarga l'orizzonte dell'energia dal caso personale alla storia d'un popolo. E soprattutto ho detto, a colui che Dio ha saputo trovare in s, la mia ansiosa ricerca di Dio nella divinit, della certezza nell'aspirazione, della grazia illuminata nel bisogno ansioso della luce. E anche ho detto l'ultimo invito della vita alla soglia della suprema solitudine: Rosalba ritornata a me per fare quello che possono due naufraghi che da due diverse sponde approdino, con le ultime bracciate nell'onda nemica, alle sponde della medesima isola: di due disperazioni un'ultima illusoria speranza e di due solitudini una suprema e mediocre compagnia. Ma il mio senso d'assoluto ha rifiutato questa miserabile relativit. L'antico orgoglio non ha avuto il perdono necessario verso la donna e il figlio dietro i quali vedevo perpetuarsi l'immagine, da Elsa a Rosalba, dell'assiduo e implacabile rivale. Piangendo nelle mie mani che coprivano davanti ai miei occhi il ricordo della mostruosa giornata, ho confessato anche la miseria dell'ultima prova: il disperato tentativo di ricuperare dal sangue, solo dal sangue, un figlio mio nel figlio dell'altro, la continuazione di Isidoro sepolto nel ragazzo dall'educazione e dall'impronta destinato a continuare, figlio dello spirito cio della sola paternit, Alessandro Confalonieri. E ricordo all'Abate la mia prima visita al monastero, il mio primo colloquio con lui, la lettura delle pagine che dovevano incamminarmi verso la via della luce. Senonch nulla avevano potuto astratte e lontane, le pagine d'una biblioteca d'apostoli e di profeti. Pi avevan potuto, con umili esempii, con meravigliosi stupori, da un cane che morde, da un fiore strappato dal ramo, da una foglia o da una stella, da un insetto o da una goccia di rugiada, l'ingenuit luminosa di due fratini cari al mio cuore, vecchi ormai alla mia quasi quotidiana consuetudine, i pi umili del convento, forse i pi puri: frate Umile, frate Tranquillo, due piccoli santi senza storia, due anime senza palese splendore e che miracolosamente illuminano. Non sono le pagine di Bossuet o di Sant'Agostino ad avermi portato quass a piegare il ginocchio davanti ad un altro uomo. Senza invito, senza promessa, m'hanno accostato agli altari, m'hanno fatto invocare umilmente l'augusto riposo dell'Ostia quei due fratini che San Francesco avrebbe certamente amati come semplicissime anime, nude e benedette, elementari e sublimi. Tutto ho detto di me, tutto ho narrato al confessore e forse pi ancra a me stesso. E solo quando pi a lungo che nelle altre pause ho taciuto, lo sguardo dell'Abate s' rivolto dal Cristo a me e le sue due mani si sono, incrociandosi, appoggiate sul mio capo reclino. Solo allora la voce del principe di Waldemunken, senza commenti alla confessione raccolta, nella divina e umana indulgenza che comprende, perdona ed assolve, ha detto le pi umili, le pi semplici e le pi auguste parole del mondo:
Dite con me, fratello mio: Pater noster qui es in coelis...
Incerto della preghiera ho seguito con le labbra le parole dell'Abate, precedendolo con lo spirito ardentemente assetato di Dio. Sono le grandi parole dei figli al Padre celeste di tutti. Le dicono titubanti le mie labbra. Le grida, esultante, il mio cuore:
Adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua... Dimitte nobis debita nostra... Et ne nos inducas in tentationem... Sed libera nos a malo... Amen...
Nella preghiera che dal vecchio uomo ritrova l'ingenuit del lettino rincalzato sul segno della Croce dalla tenera vigilanza materna, il mio ginocchio s' piegato a terra davanti a Dio e al suo ministro, confusi in una sola spirituale realt.
Mon frre, rialzatevi, comanda il principe di Waldemunken. Dio  gi in voi se con tanto fervore voi siete venuto a cercarlo. Solamente occorre che voi siate meglio preparato a riceverlo. Ed io so quello che a Dio potr prepararvi meglio d'ogni mia povera, umana parola.
Esita un momento e poi mi chiede:
Avete voi necessit di ridiscendere questa sera stessa alla vostra villa? Posso io offrirvi, per una notte, la nostra semplice e rude ospitalit? Pranzerete con me. Trascorreremo insieme le ultime ore di questa giornata, su le terrazze della Badia, sotto le stelle. L vi far raggiungere dal canto dell'harmonium suonato da padre Alessandro. Sono certo che a voi musicista Dio parler attraverso la musica. E, domattina, se Dio vi avr cos anche pi profondamente parlato, voi vi accosterete all'altare della prima messa che io celebro all'alba e, avendo ricevuta l'Ostia dalle mie mani, dalle mie mani che ressero la spada contro il petto dei nemici, ridiscenderete alla vostra casa, purificato, benedetto, illuminato per sempre, col primo sole...
Cos s' fatto.  bastato avvertire Giotto affinch non si preoccupasse di me che avrebbe potuto pensare sperduto nelle montagne. E, dopo un pranzo sommario che frate Umile ha servito guardando l'Abate con rispetto e me con infinito amore, il principe di Waldemunken mi ha invitato, a chiarore di stelle, su le supreme terrazze del monastero davanti alla terra che cos umanamente respira, nella notte, guardando il cielo. E io guardo lui, il principe, accanto a me, diritto nella bianca sua veste, col Crocefisso che ora splende sul petto che un giorno era tutto gala di decorazioni militari e civili, con quel suo meraviglioso volto di principe santo ch'era dalla potenza dei suoi tratti fatto al pi imperioso comando e che ora ha negli occhi mansueti, dai quali ogni arrogante orgoglio ha emigrato, la pi serena obbedienza.
Per quale misteriosa strada la Divina Provvidenza dice seduto accanto a me il principe di Waldemunken, ha accostato quass le nostre due redenzioni che si rassomigliano! Cos per l'uno come per l'altro il pi feroce dolore umano, la morte dei figli, la mutilazione della parte pi vitale di noi stessi, ci ha avviati per la via dell'ascesa, alla ricerca d'una luce che illuminasse il buio senza pi speranze. Ch pu ancra sperare l'uomo che non fu mai padre; ma non v'ha speranza terrena che sia possibile, all'uomo che padre  stato e che non potr esserlo pi. La mia salita  stata pi breve. Pi lunga  stata la vostra. Ma ora ci siamo raggiunti. Ora siamo tutt'e due quass, vicini a Lui. E non siamo soli, maestro...
Maestro... La parola mi allontana. Gli chiedo di riavvicinarmi.
Vi chiamer fratello, come voi volete, riprende il principe di Waldemunken. Non siamo soli quass. Voi non siete ancra fatto a sentir l'invisibile, ad avvertire accanto ad ogni passo la compagnia delle ombre. Io ho riacquistato solo quass la mia paternit. Dal giorno che entrai in questa casa, Dio rimise accanto a me, muti ma misteriosamente pronti a rispondere a ogni mia parola, irrealizzabili come corpi ma come spiriti meravigliosamente presenti in ogni istante della mia vita, i miei tre figliuoli. Essi ci ascoltano in questo stesso momento. Essi ci fiancheggiano senza che a noi sia concesso vederli. E io sento che questa sera il loro gruppo si allarga: fanno posto ad un quarto compagno invisibile: Isidoro, vostro figlio, e coi miei tre figliuoli. Voi, padre che piangevate il supremo bene perduto, non siete pi solo.
Ho sentito un brivido passarmi su tutto l'essere, fisico e spirituale. M' parso veramente d'avvertire una nuova presenza. Nessuna voce umana ha parlato in questo notturno e stellato silenzio. Ma una voce di l dai confini del sensibile ha detto all'anima mia, improvvisamente pacificandola, le parole che diceva Isidoro quando la mia ansia lo cercava nella casa o nella strada: "Pap, sono qui..."
Ho conosciuto a Corte, a Potsdam, riprende a dire l'Abate, quando v'ero aiutante di campo del mio Imperatore, un vecchio maggiordomo, Franz Barthmann, che una terribile catastrofe, lo scoppio d'uno spolettificio, aveva nel medesimo istante mutilato dei suoi cinque figliuoli, tutt'e cinque operai impegnati a fabbricare shrapnels. Nonostante lo strazio, costui non aveva voluto allontanarsi dal servizio dell'Imperatore. Senonch ogni sera, appena libero dai suoi impegni, correva in una sordida birreria piena di ubbriachi e di donne perdute. L'ho visto una sera, l'ho seguito da lontano, d'ordine dell'Imperatore desideroso di sapere chi lo rimandasse ogni sera al Castello ebbro a tal segno che ingiuriava le sentinelle accusandole di non voler fare entrare, con lui, anche i suoi cinque figliuoli. E, nella taverna piena d'orgia e di fumo, lo vidi tracannar birra senza prendere fiato, rincantucciato in un angolo, solo ad una tavola, vuotando i bicchieri d'un fiato, furiosamente, facendosene portare cinque alla volta e tutti ingoiandoli l'uno su l'altro, rabbiosamente, a dispetto, come se glieli portassero via. E quand'era in piena ebbrezza divideva in sei le sottocoppe di feltro, facendone sei torrette davanti a sei sedie che aveva prima disposte attorno alla tavola. Allora conversava, come se la tavola fosse piena. Rideva, cantava, nominava ad uno ad uno i suoi cinque figli, parlava con loro dell'Imperatore, del Kronprinz, della guerra, della pace, dello spolettificio, degli shrapnels. Poi, quando chiudevano e il cameriere veniva a farsi pagare, intendeva solo pagare gli chopes suoi, gridando a quelli della birreria: "I miei figli, grandi e grossi, pagano da per loro. Non hanno bisogno certamente che paghi pap..." E, lui vedendo i figli come se ancra vivessero e fossero con lui, gli altri avendo piet di quella follia, nella birreria accettavano ch'egli pagasse solo un sesto delle consumazioni, rassegnati a ricorrere a Corte il giorno dopo affinch fosse pagato il resto dovuto dal maggiordomo ubbriaco. E visse e mor, Franz Barthmann, piangendo ogni mattina i suoi cinque figliuoli morti, ma credendoli tutti vivi ogni notte nelle sue sbornie di birra.
Il principe di Waldemunken  in piedi. Nel ricordo che lo riporta indietro ha ritrovato il suo passo militare. Quasi sembra che, di sotto il saio, gli battano sul pavimento, egli camminando accanto a me, gli speroni.
Intendete bene, fratello, quello che io voglio dire. Sarebbe stolto pensare che io voglia paragonare l'ebbrezza d'un ubbriaco di birra all'ebbrezza d'un credente illuminato dalla grazia divina. Dico solamente che, come Franz Barthmann otteneva una provvisoria risurrezione nell'ubbriachezza, l'anima cristiana ebbra d'infinito e d'eterno, trasfigurata nell'illuminazione spirituale, pu raggiungere per ben diversa via questo soprannaturale potere di ricreare, attorno a noi, le vite distrutte, il mondo abolito, le case sepolte. La dinastia dei Waldemunken non s' spenta coi miei tre figli e non si spegner con me. La nostra dinastia esiste ancra.  qui. Solo ha mutato servizio. Non serviamo pi, con contemporanea disciplina, il nostro Imperatore deposto. Noi serviamo, padre e figli, per nostro eterno bene, Dio, gi invisibili ad occhi umani i miei figli, io ancra, per breve tempo, visibile. Ma questo non ha importanza. Questa  misera caducit dei corpi. L'anima  altra cosa, senza limiti di spazio e di tempo. E solo l'anima conta, solo l'anima veramente . Dio non  nella miseria dei nostri muscoli. Dio  nell'infinita ricchezza di ci che pensiamo e sentiamo.
Si ferma d'improvviso, guardando in alto, come se l'avessero chiamato dal Cielo. E ripete alle stelle, come gi al Cristo della sua cappella privata:
Pater noster qui es in coelis...
Ma non continua. Una meravigliosa musica giunge a noi dalla chiesa che vediamo aperta, l in fondo alla terrazza, illuminata come se un prodigio avesse radunate sotto quelle volte le stelle che prima brillavano in cielo e che ora sono scomparse sotto le nuvole, stanche di dare luce sul capo degli uomini increduli, riaccese in chiesa, in gloria di Dio, su la preghiera dei credenti inginocchiati. Riconosco, come se fosse in uno stupendo organo, la divina melodia di Sebastiano Bach che, dalle chiese di Lipsia,  a notturno colloquio con Dio. L'irresistibile voce mi chiama verso la chiesa. Ci che il principe aveva previsto avviene. Pare che dalla musica del Cantor, Dio mi dica, come prima mio figlio: "Io sono qui..." Ancra, nel supremo volo della melodia che dalla terra sale al cielo in un inno, la divina voce m'avverte: "Uomo, accstati... Io ti aspetto..." E i miei passi vanno, come se una misteriosa forza li traesse alla chiesa. Volgo gli occhi a guardare l'Abate che mi segue a breve distanza. E, nella notte di musica, io vado verso l'Ostia, fiancheggiato da mio figlio, cos...
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5. GRANDI MUSICHE DA UN PICCOLO "HARMONIUM".
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Ho deciso. Volger le spalle al passato, senza rammarico, senza rancore, serenamente. Salir un giorno alla Badia per rimanervi. Trover tra quei monaci bianchi l'ultima compagnia. Avr nel principe di Waldemunken l'amico supremo, quello col quale si conversa tacendo, ch tutto  detto, nulla  da ridire, in un mondo spirituale interamente rivelato dove non sono pi nulla le contingenze, tutto essendo nell'anima trasfigurazione e elevazione in un orizzonte nuovo dove non  pi necessaria nessuna guida umana. Il cammino  finalmente senza possibilit d'incertezze o di deviazioni: in un infinito solco di luce, tra le tenebre del mondo, va verso Dio che ci aspetta.
E sono andato a dirlo, questo, decisamente, all'abate dei Camaldoli, in una giornata di mezzo novembre carica di cielo nevoso sui coczzoli delle montagne, pesante di grosse nuvole su le pianure del Casentino nascoste al mio sguardo da fitte cortine di nebbie di l dalle colline che dividono, digradando a sbalzi di piano rupestre, a strappi di terreno erboso, la Cipressaia di mezza costa da Poppi e dal suo turrito castello. Met novembre e quass gi soffia l'inverno chiudendo le capanne, diradando i traffici, isolando i montanari dal mondo. Sono salito ai Camaldoli con la vecchia macchina acquistata a Bibbiena per rendere pi agevoli che coi cavalli riottosi su per le aspre salite il mio andirivieni, che nell'inquietudine si fa ogni giorno pi stretto, tra la bicocca della mia solitudine e il monastero dell'ultima compagnia. E ho detto a frate Umile e a frate Tranquillo raggiungendoli lass la prima volta: "Ho comperato questa macchina, arrugginita come colui che la guida, solamente per voi. Sento che l'inverno imminente vi chiuder quass, come ogni anno, dietro dense ed alte trincee di neve. Con l'invernata rude finisce il tempo in cui i due fratini conversi, adibiti ai rifornimenti, possono col pretesto d'approvvigionare i monaci per i giorni difficili spaziar liberamente per le montagne indugiando spesso, tra due corse a vigne o poderi, alla Cipressaia della disinteressata amicizia. Ma non posso quest'anno, semplici amici, fare a meno di voi. Con questa vecchia macchina salir a cercarvi anche sotto le bufere, superer io a furia di motore queste scogliere di roccia, tra gli abeti, nell'oceano bianco..." Salgo infatti con la macchina, con qualunque tempo, solcando io solo con le mie ruote questa candida distesa di neve, al convento dove i fratini m'accolgono coi sorrisi della pi affettuosa consuetudine, invitandomi a riscaldarmi accanto alla legna accesa nei grossi camini, col bicchiere dove mi versano quali aggettivi per vantarmene sapore ed aroma! il liquore che hanno battezzato "Lacrime di san Romualdo". Ma, non credendosi degni d'esser da soli l'oggetto umano della mia escursione, corrono, dopo brevi discorsi, ad avvertire della mia venuta l'Abate il quale sbito mi muove incontro col suo sonoro passo pi da caserma che da convento e mi trae, lieto d'aver messo mano su un interlocutore che gli abbrevier il pomeriggio, sul fantastico ruminatore di contraddittorii pensieri nei quali la sua coerenza logica si diverte a tentar di mettere un po' d'ordine filosofico e, talvolta, quando le dico pi grosse, anche un po' di senso comune, di sennato equilibrio. Le stanze del quartiere d'inverno dell'Abate sono calde e vive di luce. Libri e ritratti ne fanno animate di vita le nude pareti a calce. Si sta bene, qua dentro; e io v'indugio fin quando, vedendo la notte salire su per le montagne, l'Abate non stima opportuno riaffidarmi ai fratini affinch mi riconducano alla mia macchina male in arnese prima che ridiscendere le strade tra nuvole e neve non sia per me un labirinto nell'oscurit da cui non saprei come uscire.  l'ora mondana del t. Vedo a quest'ora Rosalba perch solamente Rosalba? nei salotti smaltati e lucidi dei bar mentre accosta alle sue labbra ripassate di rosso la bevanda tutta fumo ed aroma nelle snervanti insistenze melodiche d'un sassfono. Il principe di Waldemunken mi fa invece servire da un converso una tazza di tiglio bollente che deve ricordargli, con l'aspro profumo dolciastro, i tigli dell'Unter den Linden fioriti a primavera attorno al trotto delle sue cavalcate di bell'ufficiale pieno d'amore e di donne. E mi vanta la bevanda salubre: "Scalda lo stomaco meglio del t e lascia i nervi tranquilli..." Poi gli piace, acceso un sigaro, ricordare. Lascia che i ricordi s affollino nel suo cuore e su le sue labbra. Poi, se questi lo trattengono di l dai limiti della sua nuova dignit, d'improvviso getta il sigaro, chiude le porte ai vecchi fantasmi festosi o frivoli, allontana da s il mondo del trascorso errore e, vlti gli occhi al Crocefisso, si segna.
Non dovrei mi spiega allora, essere qui.
I miei padri pi gagliardi di me sono su, all'Eremitaggio, Qui sto, in fuga dalle celle eremitiche, nella pi fredda stagione. Il medico, che sale da Poppi a controllarmi lo stato delle arterie ogni due mesi, mi vieta i grandi freddi delle notti di neve. Mi rifugio allora qui, nella casa protetta degli invalidi e dei vecchi. Qui  il monastero degli infermi. Sono anch'io di questi, con una pressione a duecentodieci che minaccia, ai grandi squilibrii di temperatura, la mia vita di mezzo vegliardo.
Inaspettato ospite nel pomeriggio d'un autunno che  gi inverno, entra il sole dalle finestre: un sole pallido che sembra un desiderio nostalgico di splendore. E l'Abate si leva. Infila sopra la tunica candida l'ampia cocolla e, fatto indossare anche a me un caldo soprabito, m'invita a seguirlo:
Vado a vedere i miei santi. Venga a visitarli con me.
Rifiuta la mia macchina troppo veloce. Preferisce il suo calesse di cui, con antica maestria, prende le redini. E siamo su per l'aspra montagna, sotto la foresta d'abeti che, disegnata in singolari sagome dalla neve,  tutta una furia di disordine e di lotta, gli alberi lanciandosi gli uni su gli altri, in una specie di gigantesca battaglia verde e bianca in cui il sole tardivamente apparso, lampeggiando qua e l, d fuoco a queste artiglierie di fusti puntati contro il cielo, ora azzurro, quasi che il sole fosse il nemico delle loro ombre cupissime e convenisse sloggiarlo da lass. Saliamo lentamente, in un brivido di freddo e di paura, in mezzo al furore di questo combattimento senza gridi in cui da ogni lato i giganti bui tendono i rami pesanti di neve per sopraffarsi e strapparsi l'esiguo spazio.  una selva iraconda in una tempesta d'alberi e in un inferno di foglie, una rissa furiosa da ramo a ramo, un incrociarsi guerriero d'innumerevoli tronchi che si scavalcano, s'inseguono, si raggiungono, s'impegnano nell'a corpo a corpo d'arma corta, combattono a schiere, s'oppongono a masse, si scaraventano a migliaia da ogni parte, scontro d'eserciti che hanno perduto i comandi, mescolando nella furia le opposte legioni, inscenando prodigiosamente, in un soprannaturale furore tragico da bolgia dantesca, l'immagine pi brutale della guerra, della guerra degli alberi e degli uomini, troppi e nemici, che si contendono il terrestre spazio, il breve territorio della vita.
Meraviglioso quadro di tempesta vegetale, commenta il principe tedesco che sembra vedere questa foresta italiana in una cupa ballata romantica dei suoi poeti, di tempesta vegetale corsa dai venti rapinosi delle rivalit e dell'odio, rappresentazione simbolica delle umane e cieche passioni che sommuovono il mondo.
Sento l'affanno di questa guerra. Soffoco in questo cataclisma di alberi bellicosi. Mi tarda d'uscire da questa tregenda e non respiro che quando ci raggiunge il richiamo di qualche cosa di bianco, l in fondo, dove dal verde delle foreste finalmente si ricupera, in un sollievo di tutto l'essere, l'azzurro del cielo. Ricevo nell'anima sconvolta un improvviso senso di pace, come da una bandiera bianca che inaspettatamente si levasse sopra il terrore d'una mischia. Sono i piccoli frati vestiti di candidi sai alla soglia del supremo eremitaggio. Fermato il cavallo, il principe abate li aspetta per discendere dal calesse ed affidare a loro la bestia.
Guardate questi saggi mi dice, in questa divina pace conquistata dai miei camaldolesi superando, come noi or ora la foresta, il diabolico tumulto che divide questa serenit luminosa dal tormento del mondo: mondo delle nostre passioni, delle nostre ambizioni, delle nostre concupiscenze e delle nostre rivalit. Guardate il pi giovane: non ha ancra trent'anni e tuttavia, solo quass con la sua fede, sorride.
L'Abate e il monaco mi conducono, su per l'erta nevosa, a visitare le ventisette celle degli eremiti: piccole case fatte d'un muro di cinta per essere soli, d'un breve giardino per avere compagnia dai fiori, d'una dura stuoia per dormirvi sopra vestiti, d'una stretta tavola per consumarvi in solitudine i frugali pasti di penitenza e d'un piccolo altare per pregarvi Iddio anche lontani dalla piccola chiesa dell'Eremo. Saliamo su per l'erta. Sostiamo alla cella di san Romualdo. Entriamo in quella dove san Francesco fece sosta, avviato a piedi alla Verna e stremato di forze.
Dovrebbe essere la mia casa, questa, avverte il principe di Waldemunken, anche d'inverno. Ma non posso resistervi che nella mite stagione. Questo rigore  sopra le mie forze. Sono un vecchio soldato logoro che non sta pi in piedi.
Lo guardo, meraviglioso di potenza, in mezzo all'erta, mentre china il capo in segno di saluto agli eremiti che, usciti dalle celle incappucciate di neve, per un passaggio in cui la neve  scavata si avviano alla chiesa per i Vespri. E poich mi vede sorridere di simpatia verso i monaci l'Abate vuole che io sappia intero il sacrificio dei martiri volontarii:
Novembre. Prime nevi. Queste sono bazzcole. Risalite qui fra due mesi. Troverete le case, le capanne di questi uomini sepolte nella neve fino ai tetti. Solo davanti alle porticine e alle minuscole finestre sono aperti nella neve stretti corridoi in cui gli eremiti, pi candidi anche di quel candore, vanno all'una di notte, sotto la neve che fiocca, a rischiaro di lanterne, a cercare dal buio l'unica luce, l'altare, a trovare nel gelo l'unica fiamma: Dio.
Sostiamo, su la via del ritorno, alla chiesa modesta dove, dietro una grata misteriosa, il monaco musico, padre Alessandro, trae dal piccolo harmonium la sola musica che conviene a questi grandi silenzii d'eternit, la musica che dai salmi e dagl'inni chiede a Dio il rinnovarsi della celeste promessa sopra questo sorridente martirio e su questa sublime rinunzia. Cantano in alto, nei due campanili, su l'esile voce di questo harmonium, le campane. Empiono il cielo del loro immenso grido di bronzo che chiama l'Invisibile in mezzo alle cose visibili. E pare a me che in quel grido l'anima salga oltre il mondo dei nostri miseri sensi. Possibile che in questa medesima ora, mentre gli eremiti pregano sotto questo suono dell'infinito, in una stanza illuminata a festa un jazz contorca gli spasimi della musica e procaci coppie grottescamente ballino. Ho afferrato un braccio dell'Abate e gli dico nell'orecchio: "Qui! Qui! Voglio, padre, salire qui, restare qui, con voi, con loro..."
Mi fa cenno, col dito su le labbra, di tacere. Ha lievemente sorriso. Ora, inginocchiato, piega il suo capo altero nell'umile preghiera, principe di grande casato, padrone di cospicua fortuna, eroe d'una splendida Corte, personaggio di cento romanzi, ora fatto oscuro in mezzo ai pi oscuri, ultimo in mezzo agli ultimi. E non riaprir il suo silenzio che quando, veduti gli eremiti rientrare, sotto il primo splendore delle costellazioni, nelle umili celle dove una minestra li aspetta, ridiscenderemo la foresta al trotto cauto del cavallo che mal trova la via tra gigantesche ombre d'abeti guerrieri e neve pesta che i due fanali fiocamente rischiarano. Solo allora il principe di Waldemunken mi parler dall'ombra, in quel silenzio di mondo notturno dove solo suonano i passi del cavallo e lo schiocco lento della frusta:
In trent'anni di servizio per il mio Imperatore non vi fu duro incarico che m'abbia mai trovato insufficiente. Qui invece io non ho potuto adeguarmi al mio dovere. Segno quindi che quanto gli uomini possono chiedere di pi aspro ad altri uomini non raggiunge l'asprezza di quanto questi monaci dell'Eremitaggio offrono ogni giorno a Dio. Voi non potete, come me, in et non pi giovane, sobbarcarvi a questa milizia. Se veramente il vostro cuore cristiano vi consiglia una vita di solitudine occorre che questa solitudine sia proporzionata alle vostre forze fisiche, alla capacit della vostra resistenza. Il giorno che voi vorrete, se il vostro cuore sar deciso, non batterete alla porta dei camaldolesi. Verrete con me dall'altra parte. Vi condurr io alla pi mite Verna. Chiederete l, in pi possibile sacrificio, l'ospitalit della casa di Dio.
Ho posto la mia mano sul braccio del principe di Waldemunken:
Io non voglio, padre, staccarmi da voi. Io non potr, nella solitudine, essere solo.
In un riflesso delle lanterne sopra il candore della neve, vedo il suo sorriso indulgente ai miei compromessi:
Dove un uomo di Dio trova i suoi umani fratelli, anche nel pi estremo eremitaggio non v'ha mai solitudine. Del resto, qui, voi non sarete con me. Io parto tra due mesi, appena superato il Natale.
E, mentre all'uscire dalla foresta ritroviamo i fari della mia macchina che frugano su la strada in discesa cercandoci nella notte, odo l'Abate spiegare:
Ho chiesto d'essere rimandato in un monastero tedesco. Un principe di Waldemunken, che in guerra non ha mai disertato il suo posto, non pu disertarlo davanti a Dio. Come un generale sta primo al fuoco tra i suoi soldati, io dovrei stare sotto la neve coi miei monaci. Se le forze mi mancano, andr dove si richiede prova meno dura, dove non dovr, solo nel fuggire davanti a troppo grave cimento, chinare ogni giorno il capo davanti ai pi forti. Il principe di Waldemunken pu offrire a Dio tutto s stesso, ma non pu, tra gli uomini, anche i monaci sono uomini, essere a nessuno secondo nel suo dovere.
E, raggiungendo la Badia, fa schioccare alta la frusta, su la groppa del cavallo, come gi il frustino in piazza d'armi, sotto la quiete lontana delle stelle.
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6. LA SECONDA CANZONE PER ELSA.
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Fuori delle finestre il vento impetuosamente passa sopra gli alti cipressi e li fa cantare, nell'urto dei rami, in un coro pari a quello delle onde contro gli scogli. E non sono scogli verdi del cielo questi giganti della mia cara guardia che sto per abbandonare? Poich la giornata di dicembre  tutta nuvole e vento, lasciando cadere, quando il vento rista, improvvisi acquazzoni che scrosciano come un diluvio, indugiamo attorno alla tavola della colazione. Gi due o tre volte le mie donne hanno servito il caff. Musetto sorseggia liquori e fuma sigarette su sigarette. Io interrogo Andrea Fiore che veste delle sue pi attente eleganze, oramai, la sessantina e tuttavia, mio coetaneo, par pi giovane di me di vent'anni. Ho chiesto al poeta le ragioni del suo silenzio poetico. Sono anni ed anni che un suo nuovo volume di versi non  venuto a raggiungermi alla bicocca.
Non voglio, invecchiando, mi risponde, sciuparmi la mia piccola, onesta, urbana riputazione.
Urbana?
Urbana, s. Ed  forse dir troppo. Dovrei dire riputazione di quartiere. Fedele alla mia "casa delle nuvole" al ponte di Ripetta, ho al centro di Roma, fattami dal lungo tempo, una certa piacevole notoriet. I fornitori mi conoscono. Per il mio tabaccaio sono una faccia amica. I "giovani" del mio barbiere sono invecchiati con me. C'e all'angolo di casa mia un fioraio che mi rifornisce per Musetto e sa a memoria due o tre delle mie poesie. Aveva anche lui, da giovane, un po' d'estro poetico sepolto in fasce sotto il commercio dei fiori. Costoro, a furia di vedermi, hanno chiesto chi io mi sia. Non so chi li abbia informati; un poeta. Non sanno molto esattamente un poeta chi sia; ma mi rispettano. Oserei quasi dire che mi onorano. Deve avere avuto qualche cosa di simile nella sua vecchiaia Victor Hugo quando andava attorno per Parigi su le imperiali degli omnibus e i conduttori lo ossequiavano, "Bonjour, Maitre!" senza averne mai letto un solo verso. Al centro di Roma vecchie case, antiche abitudini, gente da me conosciuta, vado attorno pavoneggiandomi, dandomi bonariamente un po' di arie, facendo senza troppa presunzione la celebrit locale, illudendomi che, se dipendesse solo da questi miei buoni amici d'antica data, alla mia morte mi farebbero anche il monumento; o, se monumento  troppo, un busto al Pincio, l dove sta la mezza gloria senza che nessuno la guardi. Ma ho provato, con Musetto, a girare fuori di Roma, viaggi o villeggiature. Dei miei versi sette volumi, non sa nulla nessuno. E se qualcuno, udendo il mio nome in una presentazione, ripete; "Andrea Fiore..." con l'aria che il nome non gli riesca del tutto nuovo, non c' da illudersi, caro.  gente che ha letto qua e l, senza ricordarne uno solo, qualche mio lbile articolo nei giornali.
Ride. Riaccende la sigaretta. Prende nella sua mano, su la tavola, l'esile polso di Musetto che ascolta con tenera simpatia il suo caro poeta "urbano".
Non chiedo di pi e tutto va benissimo. Le duecento persone che sanno la mia esistenza poetica bastano largamente alla mia vanit; ed anche Musetto, donna senza ambizioni, se ne contenta. Cos i miei ultimi versi senili io li scrivo solamente per lei e non serve a nulla scomodare una volta di pi un editore per pubblicarli. Ogni anno ricopio, con la mia pi bella calligrafia e su carta di lusso, le poesie dell'annata. Faccio rilegare riccamente quei fogli e offro il volume unico a Musetto, per la sua festa: non per il compleanno, ch Musetto gli anni non li vuole contare, ma per il suo onomastico.
San Musetto? Non c'.
Per un giorno all'anno Musetto consente a chiamarsi pi prosaicamente. E questo, il nome prosaico, nel calendario c': il 30 agosto, santa Rosa da Lima. Ed io ricevo, quel giorno, la pi bella critica del mondo e i pi cospicui diritti d'autore che pu augurarsi un poeta. Il magnifico articolo che mi fa grande  un sorriso di Musetto tutto benignit. E, quanto ai diritti d'autore, me li pagano con larghezza, Sisto, volta la faccia, a baci.
Giro la testa dall'altra parte per lasciarli liberi di pagare e di riscuotere. Sento suonare in un riso un pagamento supplementare. E mi volto, invidiando:
Tu sei felice.
Non sono felice, risponde Andrea Fiore. La parola  troppo grossa e, se sta nel vocabolario, non riesce mai a trovare posto, cos voluminosa, nella stretta vitarella degli uomini. Senza raggiungere per questo le sue alte meditazioni metafisiche, ho dato retta a Pascal: misurata la mia vita e trovandola piccina, l'ho chiusa in una stanza. C' gente che di s vuole, per i pochi anni che ci spettano quaggi, riempire il mondo.
Io ho riempito di me e di lei, una piccola casa: ecco tutto.
Si muore ugualmente, oppongo io dalla mia scontentezza a quella serenit.
S. Ma di morire risponde Andrea, si soffre molto meno. Morire  un viaggio come un altro. Quando la vita  grossa, prepararsi a morire significa riordinare tutto in un'infinit di bauli; lavoro che non finisce mai per una partenza alla quale bisogna pensare gran tempo prima. Quando invece la vita  piccina, far su una valigetta  affare dell'ultimo momento. E si vive in pace, fino all'ultimo giorno, senza pensare alla morte...
Senza pensare alla morte...
Questo, questo  il problema vitale: vivere giorno per giorno fino all'ora suprema, senza grandi affanni, senza imponenti pensieri pi alti di noi, cogliendo da ogni giornata sia giovane, sia vecchio, il suo fiore: ch non ha fiori, i fiori del Mandorleto, solo la primavera. Ha fiori anche l'inverno: i fiori umili, i semplici fiori che Giotto ha pur saputo cogliere nel giardino della Cipressaia per metterli nei vasi, in onore di Musetto ospite quass. Vedo in quest'allegoria floreale il mio lungo errore: aver voluto che la vita fosse sempre, come all'aurora, splendore fantastico di meravigliosi giardini. Andrea vive di pochi fiori da campo, a sessant'anni, sorridendo ancra alla sua vita chiusa in un cerchio breve, illuminata e scaldata questo occorre come il sole e la luce indispensabili alla vita, da una tenera compagnia.
Sono saliti quass, Andrea Fiore e Musetto, chiamati da me. Deciso a salire pi su della bicocca e ad avvicinarmi a Dio, ho visto quanti mai fili legassero ancra me, che mi credevo sciolto da tutto, alla vita degli altri, alla compagnia sociale, all'ordine della legge. E, non sapendo io dove metter le mani,  venuto Andrea con le sue forbici meticolose e precise. In tre giorni tutto  a posto. Questa casa, da me acquistata, con la poca terra e i vecchi mobili che vi son dentro,  da me lasciata, con atto notarile, ecco i fili, prima al mio fedelissimo Giotto che non si d pace di vedermi andar via e poi, pi tardi, morto lui, a suo nipote Patrizio, al bel ragazzo tutto fedi e speranze che, in questa casa morta, ha fatto ancra, in due sere d'ottobre, cantare giovanilmente la vita. Quanto ancra possiedo in placide banche  da me trasferito donazione in vita, altro filo, a Rosalba Casarsa vedova Confalonieri e a suo figlio, nostro figlio, Sisto Confalonieri, usufruttuaria la madre, erede il figlio, un giorno. Poi non c' altro. Qualche minore legato ai vecchi delle quattro panche che qualcuno essendo morto, altri essendo venuti a sostituire, son sempre l, quando c' il sole, a goderselo, a riempirsene interamente prima del grande freddo sottoterra. E poi non c' altro. S. La mia libreria lasciata alla biblioteca comunale di Poppi dove un bibliotecario paziente e innamorato raduna vecchie carte nel castello dugentesco dalle belle scale. I manoscritti musicali di mio zio Isidoro Bibbiena, del mio maestro Sebastiano Cremisi e di mio figlio Isidoro cara e immensa Notte veneziana spezzata a met dalla morte, vanno all'Accademia di Santa Cecilia dove forse un giorno un musicista, frugando tra carte ingiallite, potr sentire rizampillar fuori da una sepoltura il canto interrotto d'un genio ucciso a vent'anni.
Altro non c'. Non c' null'altro. Tutto  a posto. I fili ultimi sono recisi. Io sono libero. Io sono solo. Posso quando mi piaccia, salire ai Camaldoli e dire al principe di Waldemunken, prima della sua partenza per il nuovo monastero in Germania: "Andiamo. Accompagnatemi..." E, su questo mio pensiero, Musetto si alza gettando nella ceneriera l'ultima sigaretta:
Andrea,  purtroppo l'ora di partire. Il treno a Firenze  alle sei. E sono le quattro meno un quarto. Ci vorr almeno un'ora e mezza per essere laggi...
Giotto vi accompagner. Guida la macchina meglio di me. E fila svelto.
Andrea si batte la fronte:
Non abbiamo pensato a questo: alla macchina. A chi la darai?
 gi destinata. Col permesso dell'Abate ne far dono ai miei piccoli amici dei Camaldoli, ai due fratini, frate Umile e frate Tranquillo, ai quali, in vettura, ora che invecchiano, peser meno andare in giro per il Casentino a far provviste.
Tutto  a posto. Tutto  finito. Cogitabondo, Andrea cerca di vedere se non ci si dimentica nulla. Musetto va di l a chiudere le valigie. Giotto corre a preparare la macchina:
O in due minuti l' bell'e pronta. O la si fa, sino a Firenze, una bella volata!
Restiamo, Andrea ed io, seduti alla tavola, davanti all'ultimo caff, nei supremi venti minuti della nostra compagnia umana. Ci rivedremo poi, forse, dall'altra parte del mondo. Non tenta pi, Andrea, come ha gi fatto, di rimuovermi in extremis dal mio divisamento. Sa la decisione incrollabile. Pensa forse anche lui, senza assumersi la responsabilit di confessarlo, che , nell'orribile deserto, l'ultimo scampo, l'oasi che mi rifar possibile vivere, vivere ancra. E riepiloga, tra sorso e sorso del terzo caff, paragonandoci:
Io sono un mediocre che ha riconosciuto la sua mediocrit e tuttavia ne ha fatto, a modo suo, uno splendore chiuso in un piccolo guscio. Guai a portare cos povera fiammella allo scoperto, in mezzo al mondo... Il primo vento la spegnerebbe e sarebbe il buio senza riparo. Io sono stato, Sisto, com'ero al Mandorleto, vivendo sempre un poco in disparte e spettatore pi che protagonista, un piccolo uomo in un cantuccio. Ho vissuto d'una casa, d'un amore, d'un bel cielo, d'un bel libro, d'una bella musica, d'una stella e d'un fiore.
E io, invece, riconosco umilmente, non ho saputo viver di nulla.
No, Sisto. Tu hai vissuto, come gi al Mandorleto, di formidabili sogni. Ma bisogna quando l'anima umana sia piena di queste ambiziose e favolose ricchezze da semidei, adeguare le forze al sogno e l'eroismo alla fantasia.
E io non ho saputo essere eroe...
No, risponde Andrea. Tu hai sopraffatto di troppo grandi sogni, eroe, ma pigro eroe, la tua limitata realt. Eroe in potenza e non in fatto, e quindi eroe senza eroismo, tu hai lasciato sopraffare le tue realt, abolendole, dall'impossibile trasfigurazione. Pi su degli uomini, non hai tuttavia saputo dominare gli uomini ai quali, col tuo mondo ideale pieno di splendide luci, non rassomigliavi. E, rimanendo in mezzo agli uomini, con le ali del tuo spirito ma senza arrischiarti nel volo, tu, dagli uomini dissimile, non ti sei saputo adattare, per vivere mediocremente come me, alla loro mediocre statura. A mezza strada tra l'uomo e l'eroe, tu sei rimasto sospeso, nel vuoto...
Non ho tempo di dire ad Andrea il tragico affanno di quella mia sospensione nel vuoto ben detto, esattissimo, di cui finalmente Dio ha avuto piet ridando una solidit di terra, di terra benedetta da lui, ai miei ultimi passi. Musetto rientra affaccendata, smaniosa di partire, con una folle paura di perdere, a Firenze, il treno per Roma:
Per carit... Ho domattina la mia sarta, alle dieci. E sono i suoi tre ultimi giorni utili per lavorare. Prima di Natale le si sposa una figliuola, va a Milano.
Poi Musetto pensa a me:
Natale... E voi, maestro, dove e come passerete il Natale? Fra dieci giorni ci siamo...
Il cuore buono le suggerisce l'ultima carit:
Volete che io ed Andrea si ritorni quass? Noi siamo soli. Voi siete solo...
Inutile, Musetto. Qui forse non mi ritrovereste gi pi.
Lacrime negli occhi di tutti. Tuttavia nessuno piange. Ci prendiamo le mani in silenzio. Mettiamo in quella stretta migliaia e migliaia di taciute parole. Da fuori Giotto strepita:
O si fa tardi, signora Musetto... O io non rispondo pi del treno. O quest'automobile non c' da fidarsi, non  un fulmine.  una lumaca.
Addio, Andrea.
 il congedo per sempre. Ma il poeta vuole, nell'ultima stretta, mettere ancra una speranza:
Non addio, Sisto. Arrivederci.
Salgono su la macchina. In uno stridore di vecchi ferracci, "O si va via s o no?" Giotto ingrana la marcia. Volti amici ancra agli sportelli rigati di pioggia. Un sorriso di Musetto tutto luce. Un fazzoletto di Andrea nella malinconia. E la lumaca  fuori, nella discesa. La via l'inghiotte alla svoltata. Su la separazione, come a mettere fra noi l'inseparabilit d'una cataratta, lo scroscio della pioggia dirotta sommerge il mondo, soffoca nel rombo dell'acqua anche l'affanno asmatico del vecchio motore. Rientro di corsa nella mia casa. Il mondo  abolito. Sono solo. Ma poich le nuvole nere fanno buia la stanza, vien dentro con una lampada una delle due donne. Ha in mano una lettera, per me:
Che sbadata che sono! Questa lettera era qui da questa mattina. E ho dimenticato preoccupata del desinare per quei signori che sono or ora partiti, di consegnargliela. Mi scusi.
Di che. Assunta? Non aspetto nulla d'interessante...
Gli occhi hanno riconosciuto il carattere. Nessuno in due giorni, con Andrea e con Musetto ha parlato di lei, ombra di vita alle spalle, figura di necessario oblio. Ed ora Rosalba si riaffaccia nella vita deserta, con questa lettera. L'apro senza curiosit: so quello che potr dire. La leggo al lume della lampada, vuoto il cuore di lei, tuttavia il cuore battendomi. Dopo i primi righi in cui si dice informata del viaggio di Andrea e di Musetto e del mio desiderio, dice di non comprendere questa mia tardiva vocazione, questo mio mistico epilogo. Comprendo che non comprenda. Parole e cose troppo grandi per lei che, con gli occhi e la fantasia volentieri a passeggio per il cielo, sta bene a terra sopra le sue alte gambe, commisurando i passi alla strada abituale degli uomini. Parlare di Dio  per lei un caro invito a salire in alto, che l'azzurro l'incuriosisce e le piace. Ma parlarle di sacrificio  ben altro discorso. L'anima sbigottita ritorna sbito a terra e si rifugia, in cerca di tranquillit, dentro il corpo. Trascendere  per Rosalba l'abitudine d'una passeggiatina quotidiana tra le cose di lusso dello spirito: una specie di trottatina a piedi, di vetrina in vetrina, in una Rue de la Paix della vita interiore. Ma sempre si ritorna a casa a vivere di cose reali: Dio sta in cielo, invisibile; il marito  in terra, compagno sociale tangibile. E, nella sua lettera, nella sua ultima lettera, ancra d'un marito Rosalba mi parla...
Leggo sorridendo, senza collera. Convengo che Rosalba, apparsa nelle prove difficili impari a respirare nella stratosfera inesplorata dell'amore leggenda o poema, sarebbe stata, incontrata a tempo, collocata in una vita normale senza ostacoli, un'ottima moglie, la moglie-tipo, borghesemente intesa. Volevo altro. Ed ella offre ancra questo di s: "Ho incontrato durante l'ultima estate, a Cortina d'Ampezzo, all'albergo Cristallo (precisa anche l'albergo per farmi sapere quale lusso di stanze e di tariffe ha inquadrato l'incontro), il barone Alciati, Carlo Alciati, che fu prefetto, che ora  consigliere di Stato e sicuro senatore del Regno in quella ch'egli chiama la "prossima infornata". E ci scherza su, cara donna: "Pare che i senatori sieno considerati come pani di qualit da cuocere al fuoco..." E continua: " una persona assai colta, sommamente distinta, d'et inoltrata: dice d'aver cinquantasette anni. Io gliene d almeno sessanta. Uomo molto elegante, un vecchio che dev'esser stato, da giovane, assai bello. Non ho mai veduto un ritratto di Massimo d'Azeglio. Ma tutti a Cortina dicevano com' popolare, senza che io lo sapessi, il d'Azeglio! che all'autore dei Miei ricordi l'Alciati somiglia in modo da confonderli. Le Dolomiti hanno una riputazione mondana assai esagerata. Chi non pattina, chi non scia, chi non fa escursioni, chi non balla, con quel ragazzone di Sisto sempre accanto io non oso pi di ballare, non sa come trascorrere le interminabili giornate. Peggio quando, come nell'ultimo agosto, il cielo si mette di malumore e manda gi acqua per intere settimane. S'infilano le pellicce. Si sta chiusi in albergo. Ci si mette unica risorsa contro la noia, a chiacchierare. Ho chiacchierato molto col consigliere di Stato. Gli ho detto le difficolt della mia vedovanza precoce e il gran problema d'educare, io donna e debole donna, un ragazzo ardito e moderno come Sisto. E, il giorno prima della mia partenza, ne rido ancra, il barone Alciati ha osato la grande proposta. Arrossisco a metterla su la carta in parole chiare. Tu hai gi capito. Io ho riso: te l'ho detto. Ma ho rivisto a Roma, con l'autunno, il consigliere di Stato il quale, quando ha avuto un'idea, non dev'essere uomo da rinunziarci alle prime difficolt. Aggiungi che Sisto, molto intelligente, ha capito benissimo. Tra Alciati e lui s  stabilita una vivace simpatia. Per far piacere alla madre il consigliere di Stato s' molto interessato alle cose, ai progetti, alle iniziative varie del figliuolo; e non  stato a Sisto necessario altro per adorare  la parola, il futuro padre coscritto. Anzi Sisto ha avuto il coraggio di parlarmi apertamente di lui dicendomi che gli anni passano, che il tempo dell'Universit s'avvicina, ch'egli andr a studiare prima nel Belgio e poi in America, che io rimarr dolorosamente sola, che il barone Alciati potrebbe essere, per finire la vita, un'opportuna compagnia, niente altro che compagnia, s'intende. E siamo a questo: devo decidermi. La nomina a senatore  imminente. E pare che non al Senato si limiter la fortuna politica dell'Alciati che dispone d'alte protezioni. Sembra addirittura che sia assicurata, a laticlavio concesso, una sua nomina a ministro plenipotenziario alias ambasciatore o suppergi, in non so quale repubblica dell'Europa orientale. Su questo m' giunta, da Andrea Fiore, la strabiliante notizia del tuo ritiro. Ed io, prima di decidermi e prima della tua irrevocabile decisione, trovo necessario rivolgere a te un ultimo appello. Rifletti ancra, mio Sisto. Deponi dal tuo animo generoso gli antichi rancori. Per una volta almeno non guardare il mondo degli impossibili sogni. Considera e misura l'esatta realt. La solitudine  male intollerabile cos per te come per me. Uniamo noi le nostre due vite anche senza matrimonio, se tu lo credi opportuno (ma io per Sisto lo credo necessario, e anche per gli occhi del mondo), e io mando a farsi benedire il barone Alciati e le sue ridicole proposte. Non t'adombrare se in una giornata non felice, Sisto t' apparso differente da te:  pur sempre tuo figlio e il vegliare su lui riempir di una luminosa missione la tua vita. Quanto ai miei sentimenti per te ti sono noti. Un solo uomo ho amato al mondo ed amer fino all'ultimo mio respiro: Sisto Bibbiena. La vita difficile pu averci divisi. Io posso aver ceduto, con un'anima da donnicciuola piena di paure, a tentazioni estranee all'amore. Ma tu sei stato l'amore, tu sei ancra l'amore. Il mio pensiero  assiduamente con te. Non passa giorno, non passa notte che io, ricordando, risalendo il meraviglioso passato..."
Basta, Rosalba! A questa lettera meschina del tornaconto e degli accomodamenti non c' risposta possibile. N vale di leggerti, Rosalba, per altre due pagine dei tuoi caratteristici segni. Una delle poche cose che in te hanno carattere: la calligrafia. Addio, Rosalba, futura baronessa Alciati. La tua vana lettera si consuma nel fuoco del mio camino. Goda, Sisto, figlio di padri diversi, il suo terzo padre. E buon viaggio a te, Rosalba, ministressa d'Italia alias ambasciatrice, come tu dici, a Praga, a Budapest o a Vienna.
Il fuoco, consumata la lettera, vuole altre carte. Gli piace di consumarle, di accartocciarle annerendole, di farne mucchietti di cenere. E ci son carte ancra per il camino che cancella l'inutile. Strano oblio di Andrea Fiore aver pensato, per l'Accademia di Santa Cecilia, ai manoscritti del primo Sisto Bibbiena, a quelli d'Isidoro, a quelli di Sebastiano Cremisi e non ai miei. Ha egli creduto che i miei poveri fogli di musica non meritassero tanto onore d'archivio? O ha pensato invece che solo dei morti si raccolgono i documenti e non dei falliti ancra in piedi in un'apparenza di vita? O ingenuit indegna di lui che pur si vanta di conoscermi, ha egli pensato che io, in una cella di convento, far situare un pianoforte e porter a compimento vecchie opere interrotte da teatro per lasciare ai posteri non richiesti capolavori? Ho ripreso, da un armadio, i vecchi manoscritti. Mi sono seduto al pianoforte. Ecco il pi remoto: l'opera prima, scritta a vent'anni, quella che Sebastiano Cremisi, in un vaticinio di gloria, port dal Mandorleto amico al mondo nemico. Risuono la prima melodia che mi scatur dall'anima e dalle mani mentre Isidoro, nella stanza candida, nella pena augusta di Barberina, veniva al mondo. Ed io ero l, al mio strumento, pi commosso dal primo canto dell'arte mia che non dal primo grido di mio figlio. Doveva poi la vita togliermi il figlio, vuotandomi l'anima d'ogni speranza e riducendo l'arte al silenzio. Ingenuo e ispirato, il mio primo canto. E, quand'ho finito di suonarlo, lo getto nel fuoco a diventar cenere. Poi  la seconda opera: Messidoro. Ne ritrovo ad una ad una le pagine che, cavandole dall'anima mia tutta fuochi, mi parvero le pi belle. Al fuoco anche loro, inutili, cancellate dal mondo dove hanno occupato cos poco posto: la tavola d'uno scaffale. Ed ora l'ultima opera, l'incompiuta, che un po' dell'ardore antico avrebbe potuto portare a compimento. Risuono le grandi melodie d'Antigone. Ricantano le due piet tragiche: l'errante padre cieco, la vigile figlia che lo scorta. Sono le musiche che Isidoro ascolt rapito. Risento la sua voce: "Pap, va' avanti.  un capolavoro..." Risento i canti d'Antigone nella voce prossima a spegnersi di Rosalba Casarsa che si beava, gli occhi al cielo, di quella musica. Ed  l'ultima sera di mia madre, dopo la cena coi valzer di Strauss e i bicchieri di champagne. La mamma, col dito in aria, minaccia di picchiare, come si merita, il figlio inoperoso: "Signor maestro, lei non lavora pi. Antigone non va avanti..." Adoro mia madre e le ubbidisco. Vuole musica? Facciamo i patti: Per ogni nota un bacio. Quante note madama desidera per domani? Cinquecento. Pagamento anticipato? La met sbito, la met dopo... Vi conosco, signore. Signora madre, non sono un ladro... Peggio... signor mio figlio: siete un grande artista che non ha mai testa a lavorare..." 
Al fuoco anche Antigone! Che cosa importa se, risuonandola, ho sentito che qualche suo canto non avrebbe, nei teatri, lasciato gli uomini indifferenti? Teatri. E che sono mai i teatri, oggi, di fronte agli spazii siderei verso i quali io mi avvio? Brucia il fuoco anche il lamento d'Antigone. Il dolore umano non canta nei teatri; e questa  musica da teatro. Ma non era musica da teatro quest'ultimo foglio, il pi giallo di tutti, che m' rimasto davanti. Leggo i versi sotto le note: "Quant' bella giovinezza che si fugge tuttavia..."  la canzone di Lorenzo de' Medici, il mio primo canto di ragazzo, la musica scritta per Elsa nella volont disperata di superare agli occhi suoi Alessandro Confalonieri, d'oppormi vittoriosamente al rivale. Risuono l'ingenua e fresca melodia; ma a met della melodia lontana il volto d'Alessandro  su la pagina della mia scrittura puerile, delle mie note elementari. La vittoria fu d'Alessandro. E rabbiosamente strappo anche il foglio della prima musica, la canzone della mia prima sconfitta. Guardo contorcersi nelle fiamme anche questo foglio sacro ad Elsa sommersa. E odo alle mie spalle le sue fluide mani sono, lo giuro, su la mia testa, il rimprovero della fanciulla che  in fondo al lago: "Perch, mio Sisto? Con me nessuno ha vinto contro di te. Io sola ti ho amato, io sola ti amo..." Lei sola, sepolta, lei sola, vicina e presente ancra...
Nel camino il fuoco consuma ancra gli ultimi brandelli di musica, l'inutile lavoro, il meglio di me, che non fu nulla. Fuori delle finestre l'uragano, con lampi e tuoni,  sul mondo. Recisi i fili, bruciate le musiche, nulla pi di me rimane, nel mondo, fuori del mondo, che il mio corpo vecchio e il mio spirito nuovo. Isolo questo. Del primo mi servo solo per rimettere Elsa comanda in silenzio, le mani su la tastiera. E improvviso cos, distrutte le antiche musiche altrui tutte macchiate d'umanit, la mia seconda canzone per Elsa che ascolta alle mie spalle, l'immacolata musica non contaminata dagli uomini e che ad un'ombra che ama ancra contraccambia, da un altro sepolcro, l'amore.
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7. NOTTE DI NATALE ALLA VERNA.
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La vigilia di Natale. Il Casentino si stende verde attorno al vecchio castello di Poppi tra le alte montagne di neve. Pesa sul mondo, nell'ampia valle, un cielo senz'aria tra nuvole e nuvole che stanno immobili sopra le cose come un immenso coperchio d'ovatta sporca, affumicata di nebbia. Ho detto addio ai miei verdi cipressi. Ho voltato le spalle alla Cipressaia. Giotto che invecchia e Patrizio che giovane ancra diventa signore sono padroni della villa e dei poderi. Mi hanno baciato le mani come avrebbero fatto, inginocchiandosi, per un santo miracoloso. Dalla vettura a cavalli, avendo lasciato a questi miei imprevedibili eredi toscani, poich i fratini han rifiutato, anche la vecchia automobile arrugginita buona a portarli di tanto in tanto al paese, dalla vettura a cavalli povera di bagagli li ho salutati sul cancello per l'ultima volta, cos come vi stavano, le mani in alto, benedicendomi. Solo Andrea Fiore, avvertito che a Natale sar nell'ultimo rifugio, salir quass, trascorse le feste natalizie, a mettere in qualche cassa i vecchi libri di cui Giotto e suo nipote non sanno che cosa farsi e di cui Andrea, vecchio maniaco di carta stampata senz'aver mai tempo di leggere, potr ancra fare una supposta ricchezza in casa sua.
Ben trottando i cavalli sul terreno duro che tutto suona dei loro ferri in quel bianco silenzio che par di deserto, siamo scesi a Bibbiena e di l risaliamo, faticando il traino per la salita, verso la Verna che lass in cima, nella neve che copre i boschi, intaglia enorme nel cielo il suo duro profilo di sasso. L'abate dei Camaldoli  alla mia destra. Vuole scortarmi lass, all'altro convento. Mi presenter lui ai nuovi frati. Mi vuole personalmente affidare al Priore, dicendogli chi sono, che cosa voglio, che valgo. Per lettera gli ha gi narrato di me. Altro a voce vuol dire. Solo in questo modo domani ripartir tranquillo per la sua lontana Germania, ritrovando fra giorni, in un altro monastero, le due patrie delle sue due vite: la spirituale e l'umana, Dio ed i tedeschi.
E ancra mi spiega il principe di Waldemunken, l'opportunit della sua scelta: impossibile per me, cos tardi nella mia fisica inesperienza del rigore eremitico, assuefarmi alla durezza d'una vita che , anche materialmente, asperrima penitenza. Altra possibilit di vita fisica dar a me gi vecchio il convento della Verna, con le sue celle coperte e scaldate, col suo vasto refettorio dove i termosifoni respirando calore cancellano il lunghissimo inverno. N avrei potuto, ai Camaldoli, io musicista, vivere senza musica. Un piccolo harmonium d'una minuscola chiesa non poteva bastare alla mia sete di grandi canti, di sublimi armonie. C' invece alla Verna, ad aspettarmi, un meraviglioso organo, uno dei pi potenti e dei pi umani del mondo, con un organista sovrano, genio musicale sepolto lass, che potr darmi della musica ogni ricchezza. Ancra rammenta, il principe di Waldemunken, una Terza sinfonia di Beethoven che padre Eligio, dalle tre pareti sonore, scaten per lui su la tastiera, chiamando nella chiesa, a manovra di registri, tutt'i fragori del suono e tutte le melopee degli angeli divinamente canori, avanguardie musicali del Paradiso, fra il cielo e la terra.
Giungiamo alla vetta su per ripide strade che la neve fa sempre pi difficili al passo stanco dei nostri cavalli che fino a met zampe vi affondano. Poi camminiamo a piedi, per l'ultimo tratto, tra pareti di tronchi d'albero, alimento pronto per i camini, alte sino a raggiungere le cime degli alberi da cui sono state tagliate.  l'ora del refettorio, prima delle preghiere del vespro. Il convento  deserto. Pochi frati conversi vanno qua e l per umili faccende, silenziosi ed anonimi. Sotto la grande croce su lo spiazzo fra le due chiese sostiamo a guardar la valle che, nel crepuscolo grigio, l sotto s'accende di lucciole nei piccoli paesi lontani e su gi s'illumina di stelle nelle infinite distese del cielo. E una voce  dietro di noi:
Benvenuti...
 un vecchio padre francescano, padre Anselmo, che apre grandi le braccia, su di noi gi essendo quelle della Croce, quasi dovesse in queste ed in quelle accogliere gli ospiti sopra il suo cuore. Ma non ci d tempo di parlare. Ci vede pallidi di freddo. Sbito c'invita a riparar nella casa. Attraverso il refettorio luminoso e caldo dei frati, ci conduce in fretta a una piccola stanza dove, sotto la luce elettrica,  apparecchiato per tre. una fumante minestra, rossi vini di Toscana, un converso che serve come un cameriere provetto e, scaldato lo stomaco, rianimati nel calore gli spiriti, la conversazione in tre.
In due. Parlano di me, di me solo. E io li ascolto parlare. Tutto esattamente espone di me, al francescano che mi guarda con simpatia, il principe di Waldemunken il quale enumera le mie aspirazioni: tentare con fermo cuore la vita conventuale per un primo tempo, semplice ospite; vestir pi tardi l'abito come oblato; e, solo a prova superata, prendere gli ordini sacri, mutar nome, restare, chieder lass prima vita e poi sepoltura. Il mio nome non  giunto nuovo neppure quass, a padre Anselmo. E, mettendo rare parole di consenso e d'incoraggiamento nei lunghi racconti del principe abate, il francescano compatisce alla mia tragedia di padre, indulge ai miei trascorsi di uomo, rimprovera le mie rinunzie d'artista, conforta le mie aspirazioni di cristiano, serenamente m'apre con la parola quieta e il limpido occhio il mondo della suprema pace spirituale.
A desinare finito e mentre il priore va a raggiungere i frati in chiesa, il padre organista viene a trovare il principe di Waldemunken e a conoscer me. Bella figura di musicista, padre Eligio, con la sua alta statura, i biondi capelli ricci su cui la cinquantina nevica cos leggermente che ancra il bianco sembra oro. Il profilo del volto magro  tagliente come fosse appena sagomato sopra l'avorio. I grandi occhi azzurri risplendono. La parola  viva, accesa, impetuosa. Spente nel monaco tutte le altre passioni, una vive ancra, di tutte, per tutte: la musica.  nato a Lucca. Ha conosciuto da giovane, anche lui, Sebastiano Cremisi: ha anche, a Lucca, per due mesi studiato con lui. Violinista. Ha suonato nelle grandi orchestre: al Regio di Torino, poi alla Scala. Componeva. Meditava anche un'opera. E, d'improvviso...
A lei, collega illustre, mi racconta padre Eligio, posso dir tutto. Fu dopo la guerra. Un amore pazzo, stolto, impossibile. Avevo combattuto, ferito al monte Cengio e decorato al valore: medaglia d'argento, eccola qui. Torno a Lucca. Durante la guerra, una creatura che amavo non mi ha aspettato. A un dato punto della guerra gli ultimi diciotto mesi, non posso pi scrivere: son prigioniero, in Ungheria. E, quando il diavolo ci si mette, prigioniero fatto in una notte d'estate, in maniche di camicia, senza giubba, cos come si dormiva, assetati d'aria, sotto le stelle. Dove finisce, me prigioniero, la mia giubba? Probabilmente un soldato, che ha logora la sua, la trova, la vede pi nuova e la indossa. Di l a poco o a molto, lo uccidono. Raccolgono e seppelliscono i cadaveri. Trovano nella giubba il mio libretto militare, le pi recenti lettere di mia madre e di lei, lei Caterina. Si chiamava e si chiama, cos. Mandano a mia madre. Mi danno per morto. A Lucca, sul monumento ai caduti, c' il mio cognome, ora scalpellato, illeggibile... Mia madre veste a lutto. Caterina piange. La vita passa. La guerra finisce. Torno in Italia, corro a Lucca. Mia madre quasi muore di gioia. Gli amici esultano. Io son felice. Lavorer. Sposer. Corro da Caterina... Sposata! Sposata contro sua volont, per imposizione dei parenti, me morto. Ed ha, in grembo, un figliuolo che dovr nascere. Non so che cosa fare. Perdo la testa. Voglio portare via Caterina, Caterina sposa, Caterina madre, col figlio dell'altro, col tragico ingombro. Sono incerto, perduto. Oso e non oso. Misuro la portata del delitto. Sento la tentazione. Sono pronto. Dico a Caterina, una sera: "Il figlio no... Tu sola." E lei accetta. Lei prepara l'altro delitto, mostruoso, disumano. Una laida donna  complice. Sar domani. Torno a casa mia, gi carico d'infamia. Ma passo davanti ad una chiesa.  aperta. Migliaia di candele. Cantano. Entro. Prego. E Dio mi ordina: "No..." Facile a dirsi: no! Una notte tremenda. Poi, fulminea, una decisione: fermare Caterina prima del delitto contro il figlio. Ma guardo l'avvenire. Me la porter via lo stesso, col figlio dell'altro? O aspetter che sia libera e la porter via ugualmente, pi tardi, sola, madre che abbandona la sua creatura? E sento ancra una parola: parola di Dio nella notte, glielo giuro: C' una casa, figliuolo, dove Io ti posso difendere ancra, contro il demonio... E la mattina seguente scrivo a Caterina: "Fermati.  finita. Addio per sempre..." All'alba salto in un treno, verso Firenze. Da Firenze, come un pazzo, mi avvio a piedi per le montagne. E non so chi, dall'Alto, mette i miei passi per queste strade, mi fa rifare sasso per sasso la via di San Francesco. Ed eccomi qui, maestro, da sedici anni, organista, dolente mia madre d'avermi perduto una seconda volta: ma non nella morte, come in guerra; per la vita eterna, in questa divina pace... 
Lo guardo in volto. Lo interrogo:
Si ha qui, fratello, veramente la pace?
Io s, quando suono, mi risponde padre Eligio. Ma se la musica tace, se sono solo nella mia cella, Caterina ritorna.
Caterina ritorna... Ritorner anche nei vuoti giorni, nelle lunghe notti, Rosalba? Potr la musica difendere anche me, darmi la pace? Non  tuttavia, la pace, sul volto ansioso di padre Eligio. E il principe di Waldemunken, cui nulla sfugge, coglie al passaggio le ombre:
Che cosa c', padre Eligio? gli chiede. Non vi vedo sereno. L'occhio cerca, qua o l, non si sa cosa. E questo non deve essere. Siamo tre uomini. Tutt'e tre abbiamo amato. Ma occorre volgere a quei ricordi le spalle. Noi guardiamo adesso pi su, noi andiamo pi oltre.
Ma padre Eligio scuote il capo:
Non , signor Abate, il vecchio tormento.  un'ansia che Dio non pu rimproverarmi. Mia madre...
Trae dalla tonaca una lettera da Lucca: della mattina. Sua madre gravemente inferma.
Ho telegrafato per avere altre notizie. Ne aspetto da un momento all'altro. Ho molta paura: ha ottantadue anni.
Dio vi protegga! mormora l'Abate il quale, levandosi, vuol diradare le nebbie che, da diversi orizzonti dell'anima, sono salite al cuore di tutti. Andiamo intanto in chiesa anche noi, padre Eligio. La musica, la divina musica, far bene a tutti. Se sapeste quante nebbie mi ha sgombrato dall'animo la musica, in tante occasioni! E non era la vostra musica, ma solo la fanfaretta d'uno dei miei reggimenti...
La chiesa  vuota. Finite le preghiere, i monaci sono nelle loro celle per un breve riposo. Il rito della messa natalizia presto li ricondurr negli stalli del coro. Per ora, buia la grande navata, padre Eligio illumina per noi, dietro l'altare maggiore, la piccola abside dell'organo. Allo scatto improvviso della luce, da tre pareti metalliche le canne splendono, mute.
La Terza sinfonia? chiede il principe di Waldemunken sedendo. L'ho gi vantata, come vostra stupenda esecuzione, al maestro Bibbiena.
Ma padre Eligio ci rifiuta Beethoven:
C' a mezzanotte ci dice, la messa. La chiesa si riempir di fedeli. Nonostante la neve, salgono qui ogni anno dai villaggi vicini. Vien gente, in automobile, anche da Firenze e da Roma. Ho preparato una composizione mia, da uno spunto di Bach. Se permettono, offrirei questa al giudizio del maestro Bibbiena.
Oh, il mio giudizio...
Ritrovo, nella musica di padre Eligio, lo schema costruttivo delle grandi cantate di Bach: sinfonia d'apertura, alla maniera del concerto italiano; coro in stile contrappuntistico su la base melodica del corale; arie e recitativi in vario numero a cui si associa talvolta uno strumento obbligato; ritorno del corale, scandito dalle voci in accordi ampii e solenni. Ma su la costruzione di scuola sento l'anima personale d'un grande musicista cantare aprendo il componimento in ampie distese melodiose e in oasi di commosso lirismo. Pare adesso, alla chiusa, che nel coro si levi il canto della moltitudine orante.  un canto popolare, schietto, primitivo, nato dall'anima silenziosa d'un artista sepolto giovane in queste mistiche ombre, tutto pieno di vergine musica. E sento, ascoltando il musicista silenzioso, che forse anch'io ho in me, come lui, seppellito nella rinunzia, il meglio di me, il canto mio.
Finita la musica e celebrato secondo i suoi meriti l'oscuro compositore che si confonde in smarriti ringraziamenti con le parole rivolte a noi e l'occhio e l'anima intenti altrove, lasciamo correre padre Eligio a vedere se non giunga, portatogli da Poppi come ha pregato di fare, il telegramma urgente che aspetta da Lucca. Rimasti soli, il principe di Waldemunken mi accompagna alla mia cella e paternamente mi aiuta a creare in quel sommario arredamento un letto, un armadio, un tavolino, un inginocchiatoio, due sedie, la possibilit d'un benessere. Poi, quando tutto  in ordine e pochi fiori d'inverno portati da un converso sono dal principe collocati in un vaso sotto la lampada, l'Abate siede di fronte a me e pone le sue belle mani patrizie, paternamente, sopra le mie spalle:
Voglio ancra guardare bene in fondo all'anima vostra da queste finestre, mi dice, prima di lasciarvi. Mi duole d'andarmene. M'ero assuefatto alla vostra serena e dolce amicizia. Ma nessun bene terrestre dev'essere serbato in queste solitudini. Il colloquio supremo avviene solamente fra Dio e noi, senza intermediarii. Sono costretto a rinunziare all'ultimo amico. E mi resta un solo fedele compagno. Eccolo qui.
Trae di tasca un sigaro di qualit. L'accende sorridendo. Si gode in silenzio come nelle ore di siesta al comando dei suoi reggimenti, le prime grandi boccate di fumo.
Ho conosciuto mi dice, un cardinale tedesco meravigliosamente capace, nella volont eroica, di sottomettersi alla disciplina delle regole pi strette. Ma digiunando a pane ed acqua, cavava sempre di tasca, con la malizia d'un bambino, il dischetto rosso, verde o giallo del suo immancabile cioccolatino. E diceva, ridendo: "Dio me lo perdoner. Dio comprende che, salendo al Cielo, ci vuol tuttavia, per legarvi ancra al mondo, un rampino." Io ho questo rampino: il mio sigaro. Con questo son forte per ogni ascesa.
Guarda me sorridendo:
Voi avete un rampino assai pi nobile per vivere solo quass. Vi guardavo in chiesa mentre ascoltavate all'organo padre Eligio. Beato e luminoso come quando Sua Eminenza il cardinale Schunter scioglieva in bocca, pregando, il suo cioccolatino. Voi, innalzandovi a Dio, scioglierete nel cuore la divina musica. Voi non sarete mai solo.
E m'interroga:
Rimpiangete nulla?
No, Nulla.
Ricordate ancra quanto dovete dimenticare?
Cerco di cancellare dalla memoria anche quel poco che involontariamente ricordo. Penso tuttavia che, pur nell'ascesa, qualche ricordo del mondo possa ancra tenermi compagnia. Per esempio, mio figlio.
Quale? interroga il principe di Waldemunken puntandomi gli occhi negli occhi.
Il legittimo. Quello che Dio e gli uomini riconobbero.
Anche io penso continuamente ai miei figli, riconosce l'Abate. Questo  permesso. Ma non bisogna ricordare altro,
S. Barberina, mia moglie.
Giusto, Anche la principessa  con me.
Una pausa. Uno sguardo.  ancra chiede:
E poi?
Null'altro. O s. La mia prima musica: una canzone su versi di Lorenzo il Magnifico.
Questo anche si pu, ammette il principe. Anch'io ricordo le mie prime spalline e una gran bevuta di birra, quel giorno, al reggimento, tra gli ufficiali...
L'Abate  ansioso di me come un padre che lasci un figlio lungo la via e tema che qualche cosa possa mancargli:
Credete voi veramente di poter vivere qui?
Non credo pi possibile per me vivere altrove,
E allora Dio  con voi. Vi lascio tranquillo.
Per darmi pi forza mi racconta le sue settimane in un monastero tedesco prima di venire in Italia, gli smarrimenti, le riprese, le assorte meditazioni, le lunghe preghiere, le fantasticherie vagabonde dietro il fumo del sigaro, le conclusioni davanti alla cenere, pulvis es et in pulverem reverteris, a ceneriera piena, a sigaro spento. E per darmi fede, m'esalta, dopo lunga guerriglia nello spirito tormentato e tormentatore, la pace solenne della finale vittoria.  il momento in cui il priore, inaspettato, vien dentro la mia cella, in grande affanno.
Padre Eligio ci dice, si scusa d'essere partito per Lucca senza salutarvi. Pover'uomo, era fuori di s... Il telegramma  arrivato.
Sua madre  mortainterroga il principe.
Moribonda... Ed  andato a raccoglierne l'ultimo respiro, spiega il priore. Per correre a un treno notturno ha approfittato della vostra vettura che ridiscendeva a Bibbiena. Di l, con un'automobile, potr essere in breve alla ferrovia per Lucca.
Vedo i due monaci raccogliersi in preghiera per la morente, chiusi gli occhi, intenta l'anima, le mani congiunte. E anche a me sale dalla piet la preghiera alle labbra: "Ave Maria..."
E io resto dice il priore a preghiera finita e riaprendo gli occhi, io resto in un grossissimo impiccio. L'arcivescovo di Arezzo sta per giungere a momenti per la messa cantata. E noi non s'ha pi, per questo grave incidente, l'organista.
Vedo il principe di Waldemunken sorridere, levarsi e battere con una mano sopra una spalla del frate.
Dio vi assiste, priore. Se la morte probabile di sua madre vi porta via intempestivamente padre Eligio proprio al momento della messa, Dio vi manda tempestivamente chi pu, questa notte, presnte l'Arcivescovo, sedersi all'organo in sua vece.
E punta sorridendo il dito inanellato su me.
Io?
Sono balzato in piedi come sfuggendo il peso dell'improvvisa e inaspettata responsabilit.
Voi! Voi! insiste il principe di Waldemunken, ridendo della mia paura. Credete forse che non sia nota a tutti, per filo e per segno, la vita degli uomini celebri? Un giorno, al fronte, al forte di Vaux, proprio al momento di suonar la carica una granata mi ammazza due trombettieri. E io mi ricordo allora d'un reclamo ricevuto a Berlino contro il colonnello d'uno dei miei reggimenti, allora maggiore. Costui, in casa, ostinato suonatore di tromba sino a tarda sera, dava noia a tutt'il vicinato. Non diedi corso al reclamo e lasciai che il maggiore Temphel suonasse a piacer suo. Ma chiamai, quel giorno, il colonnello: "Lei suona la tromba. Io no. Lei s..." E, togliendo una tromba ai due morti, misi il colonnello del reggimento a fare utili anche i dilettanti di tromba, il trombettiere..."
Ridendo dell'episodio, declino l'incarico.
E anche di voi si sa, caro maestro, insiste il principe, che, come il mio maggiore Temphel era dilettante di tromba, voi siete dilettante di organo. Appassionato di Bach, voi siete andato a Lipsia, molti anni or sono, a provare religiosamente gli organi delle sue quattro chiese. E seppi anche questo, allora: che un giorno alla Thomaskirche, nella chiesa di San Tomaso, presente il Console italiano, un celebre musicista eravate voi, aveva con molta perizia suonato su l'organo un intero corale. Stasera dunque non si scappa. Voi siete nostro. Voi sostituite padre Eligio.
Io? Io sostituire un virtuoso come padre Eligio? Non  possibile, signor Abate.  assurdo,  inconcepibile...
Saremo indulgenti ai vostri errori, se ve ne saranno, dichiara il principe di Waldemunken spingendomi fuori.
E, del resto, aggiunge il priore per incoraggiarmi, l'arcivescovo d'Arezzo  assai duro d'orecchi.
Mi avviano per i corridoi. Il principe di Waldemunken si assume d'andare a prender lui la musica nella cella di padre Eligio. Attraversando lo spiazzo coperto di neve, il priore, prima accertandosi che il rito natalizio sia cominciato, mi accompagna alla chiesa. Vedo su lo spiazzo, buie nel bianco, le sagome nere di tre o quattro automobili orlate di neve sui cofani, i montatoi ed i tetti.
Gente venuta per la messa di Natale da Firenze, spiega il priore. L'ultima ad arrivare  stata poco fa una macchina che veniva da Roma.
Diecimila macchine, a Roma; e il mio pensiero, e la mia paura, sono ad una sola. Tuttavia non mi arresto. Volgo lo sguardo dalla parte opposta alle vetture. Accelero il passo seguendo il priore quando nel corridoio coperto che va alla piccola chiesa delle Stimmate incontriamo, salmodiante tra i ceri, la processione dei monaci che, prima di tornare verso la chiesa grande, vanno a baciare in ginocchio il sasso sacro. Il priore ed io attraversiamo l'ampia navata dove, nella penombra fatta pi incerta dalla illuminazione sfolgorante dell'altare, non m' possibile n vorrei se potessi, riconoscere un solo volto tra quelli dei fedeli che vi si affollano. Passo in mezzo a quella ressa come quando, a luci delle sale gi spente e a ribalta illuminata, passavo rapido davanti alle platee dei teatri per raggiungere il podio di direttore d'orchestra: sentendo gli uomini senza vederli, nell'uggia d'esser guardato da migliaia d'occhi senza riconoscere un sol volto. E ora siamo di l, dietro l'altare, in mezzo alle tre pareti vestite di canne, comandate l al centro, tra due lampadine elettriche, dalle tre sovrapposte tastiere contro la selva tubolare dei registri. E l'impressione del luogo non m' musicale. Tutt'altro: il mare dei suoni, la nave della musica, il ponte di comando, l in mezzo, che aspetta il capitano. E le braccia della mia guida mi spingono su, m'inchiodano davanti all'incognita della traversata difficile, del rischio impossibile. Invano tento ancra di persuadere il priore: "Sono assolutamente inesperto.  vero l'episodio di Lipsia che il principe di Waldemunken ha ricordato. Tuttavia non fu che un pellegrinaggio di devozione agli organi suonati dal grande Sebastiano... Ma non suonai, su quegli organi, le sue grandi musiche troppo ardue per la mia impreparazione. Solo nella chiesa vuota coi due o tre amici che mi accompagnavano, improvvisai appena un'aria di pastorale cos come mi venne, improvvisa ed elementare, al cuore e alle mani. Il Console d'Italia, esagerando il mio merito, ingross il piccolo episodio e diede a quel tentativo, nei giornali, l'importanza, assurda, inesatta, di un'esecuzione..." Non riesco, per quanto preghi, a dissuadere il priore: "Quanto lei, maestro, potr fare, andr benissimo... Basta che un po' di musica ci sia. La messa sta per cominciare. Sua Eminenza l'Arcivescovo  gi nella chiesa, al suo inginocchiatoio..."
Aspetto le musiche di padre Eligio con un'agitazione che non conobbi a teatro, neppure nelle sere delle pi difficili e impreparate esecuzioni. Ed ecco il principe di Waldemunken, buio in viso, preoccupato, a mani vuote; "Per quanto si sia cercato, non si trova la chiave dell'armadio dove padre Eligio custodisce le musiche... Nella fretta della partenza deve averla portata con s..." Ho l'impressione, sbito, d'essere libero. Faccio per levarmi dalla breve panca dell'organo e discendere. Ma il polso robusto del priore mi rimette a sedere; "Non fa nulla. Improvviser. Come a Lipsia... Una pastorale... Quello che le verr..." Ci lascia per correre in chiesa, di l dalla nostra penombra in quella luce dell'altar maggiore che noi, alle sue spalle, guardiamo. E vedo il principe di Waldemunken sedersi accanto a me, su la panca, un po' per farmi prigioniero, un po' per darmi coraggio. Sento la sua voce nel mio orecchio: "Niente paura.  la guerre comme a la guerre... Si tratta in fondo d'accompagnare con un po' d'armonia il canto di questi poveri monaci... Anch'io, in guerra, generale di cavalleria, mi son trovato a comandare il tiro delle batterie. Ho detto agli artiglieri che sparassero come Dio voleva. E, quel giorno, s' vinto..."
Ho una mano incerta su la tastiera e l'altra abbandonata sopra la panca. Sento che qualcuno la prende e la stringe. Mi volgo: Andrea Fiore. "Tu? Zitto! Che sei venuto a fare? C' anche Rosalba, in chiesa. Non ha voluto, in questa notte che rif la tua vita, esserti lontana... Vattene! Vattene! Conducila via. Non vorrebbe, Sisto. Gi sa, come tutti, che tu suonerai..." E Andrea Fiore si allontana da me, senza tuttavia scomparire. Lo vedo, nella penombra, sedersi in uno stallo del piccolo coro che ci  attorno. I suoi cari occhi mi guardano, m'incoraggiano... Non ho pi modo senza scandalo, ora che  distante, di richiamarlo, d'invitarlo a condurre via Rosalba, ad ogni costo, dovesse anche sollevarla nelle sue braccia. Rosalba  in chiesa. Rosalba ascolta. Rosalba aspetta. E, a questo pensiero, subitaneamente tutto il mio orgoglio di artista si rialza e prende animo. Ritrovo in me la gioia delle mattine in cui Rosalba, accanto al pianoforte, rapiti gli occhi nell'estasi, sapeva cos meravigliosamente ascoltare i miei canti i canti d'Antigone, composti per lei nella notte. Ho la tentazione di dare a questa donna della mia vita, prima di scomparire per sempre davanti ai suoi occhi, il senso supremo della mia potenza d'artista che non ha voluto creare. Creare... Creare!... L'atto sacro e supremo che accosta, solo tra gli uomini, l'artista a Dio... Per l'ultima volta la mia rivalit vuole oppormi, superiore, diverso, all'emulo vittorioso, ad Alessandro Confalonieri che vinse. Devo, nell'ultimo incontro, stabilire il mio formidabile primato, vincere nella competizione. Ritrovo in me, dal lontano Mandorleto dell'adolescenza, l'orgoglio che mi faceva contrapporre, per Elsa divisa ed incerta fra noi, le mie prime musiche alle vanterie di futura grandezza che gonfiavano l'orgoglio umano d'Alessandro. Devo ancra, per l'ultima volta, contrapporre a quel meschino orgoglio d'uomo il divino orgoglio dell'artista che crea. Sento la voce del principe di Waldemunken, accanto a me: "Avanti... Coraggio... Fuoco!" Fuoco, come ai suoi artiglieri... Vedo, ancra, di fianco all'altare, il gesto disperato e supplice del priore, le mani giunte: "Maestro, incominci..." E le mie mani, sollevate da Dio e non da me, si appoggiano alla fine su la tastiera, cercano e trovano, miracolosamente, sul canto dei monaci dalla chiesa, i primi suoni, il primo commento... E ancra, accanto a me, nel mio orecchio, la voce del generale di cavalleria che incuora: "Fuoco! Fuoco! Coraggio..."
Chi guida le mie mani in queste mie ultime note, in questa mia musica suprema? Dio, Dio che le condusse, su la tastiera del primo pianoforte al Mandorleto, per il mio primissimo canto. Accompagno il canto dei salmi nelle voci baritonali dei monaci e pur vado, estroso e libero, per conto mio in un'improvvisazione inaspettata alla quale non so quale celeste ispirazione d i temi che sempre pi allargo in grandi linee sinuose su gli arpeggi fluttuanti dei violini, su le argentee sonorit dei flauti. E, come se altra mano la guidasse, la mia mano va rapida ai registri, d voce alle canne di tutt'e e tre le pareti, mescola gli strumenti alle voci umane, fonde la "dulciana" con la "quintadecima", intona, fonde, colorisce, d palpito e splendore al canto, trae dall'organo tutte le sue possibilit, fa cantare, dalle tre tastiere, dai cento tubi, tutte le voci del mondo, tutte le melodie del cielo, tutte le armonie dell'universo, nuvole, onde, venti, fiori, giardini, foreste, il sole, le stelle, la neve, il fuoco, l'ombra, la luce, gli uomini e Dio. E, mentre ascolto ci che nasce da me, incredulo controllo la mia memoria, temo l'inconsapevole rapina, guardo che cosa di quelle musiche improvvise possa appartenere ai grandi, ritornarmi da Palestrina, da Haendel, da Bach, da Brahms. E nulla riconosco. Nulla ad essi appartiene. Quest'improvvisazione  mia, quest'estro  senza eredit. Spendo fastosamente, in questi minuti, il patrimonio celeste, la ricchezza musicale, ch'era dentro di me dal mio nascere, durante tutta una vita. Non ho letture. Non ho ricordi. Non ho maestri. Non ho esempii. La musica, primigenia, nasce da me e con me, investe il mondo per la prima volta, schiude meravigliosamente, come se non fosse stata aperta mai, la porta d'oro dei grandi suoni paradisiaci sopra il silenzio del mondo. Apro io per la prima volta con questi canti il dialogo fra cielo e terra, la conversazione suprema tra gli uomini e Dio. E vengono a me, nella trasfigurazione musicale, per opera divina, dell'umano tormento, vengono a me, ad uno ad uno, i miei terreni interlocutori, che ora m'ascoltano senza interrompermi, cui adesso trasmetto il mio testamento spirituale, ancra stando col corpo nel mondo, gi essendo con lo spirito pi su del mondo. Eccoli. Li riconosco: Elsa la piccola Elsa sommersa sotto i mandorli in fiore di Bel Sorriso; Barberina sposa felice al mio fianco; mio figlio Isidoro morto a vent'anni; Rosalba che ascolta di l da quell'altare luminoso, nella chiesa buia; l'altro mio figlio, diverso da me, fatto del sangue mio e dello spirito altrui; il mio caro tempo che fu e non  pi, di l dal ponte che divide due mondi spirituali; il tempo nuovo che  e che io non seppi intendere e riconoscere; tutti gl'interlocutori ritornano in questa notte di canto, in questa notte in cui mi spoglio, davanti a Dio, di tutto ci che in me fu caducamente umano per assumere tutto ci che in me sar eternamente divino.
Chiamo dal registro della "dulciana", sopra una delle tre pareti di canne sonore, la voce pura degli angeli. E, leggera, lontana e frusciante come il respiro d'una foresta che cammini, la voce sommessa degli angeli in coro, rincalzata da quella pi squillante degli arcangeli, giunge a me, riempie la chiesa, evoca la presenza di Elsa nella sua tunica azzurra e con la sua treccia bionda. Ha un sorriso di tenerezza e un gesto di perdono. "Ero la tua felicit, sembra dirmi senza parole, col suo canto dove le sillabe son note. Ero la tua felicit, la tua prima e ingenua poesia. Ero l'anima stessa dell'adolescenza, il Mandorleto della tua prima giovinezza che i due grandi sogni amore e gloria, illuminavano. Ero la divina promessa del paradiso terrestre. E fui sepolta in fondo al lago quando la realt umana tent di mettere, padrone di meraviglie non consentite agli uomini, le mani su me". Inserisco nel canto degli angeli un registro:  la voce carnale e corposa d'un oboe, una voce umana, la mia, che risponde ad Elsa sommersa: "Pure io ero, allora, degno di te. Tu avresti potuto darmi la realt dei due sogni, il bene sperato e promesso... Io ero un poeta". Tace l'oboe, riprendendo gli archi e ancra, tra gli angeli, Tangelo biondo risponde: "Tu eri un poeta, ma un uomo. E se il dono divino fa i poeti pi alti e pi puri degli uomini, tuttavia il peccato originale vieta anche alla loro umanit il paradiso in terra..." Quali gemiti, ora, dopo il silenzio, l'organo sa dare!  il pianto degli uomini.  l'affanno del mondo.  il lamento dei viandanti terreni che assiduamente sognano il cielo, vedendolo sospeso sopra le loro teste, senza poterlo raggiungere mai. Donde io cavo, se non dal mio pianto d'uomo, il gemito di tutta l'umanit? Sento una mano poggiarsi sopra il mio braccio e stringere.  il principe di Waldemunken che con gli occhi bagnati di lacrime mi dice piano: "Sento tutto il dolore di vivere, in questa musica..."
Ma ci sono anche, nel dolore di vivere, la gioia della vita, la plenitudine dell'essere umano a vent'anni, l'estasi dell'amore, il matrimonio tra i fiori, Barberina al mio fianco. Riecheggiano infatti su l'organo unico richiamo alla musica altrui, le note della Marcia Nuziale di Mendelssohn nella piccola chiesa piena di sole e di fiori. Ora l'organo danza. Vengono alle mie mani ritmi popolareschi, echi e richiami di lontani viaggi nuziali alla scoperta del mondo: un concerto natalizio di pifferati in una nebbiosa citt irlandese, un carillon fiammingo tra verdi canali e bianchi cigni, una furlana veneta ballata a Chioggia da una mascherata di pescatori. E poi il tempo felice, l'attesa della vita, mio figlio che cresce, Barberina che ride... E d'improvviso l'oboe voce umana delle mie domande, rompe quel riso ed interroga: "Dove sei tu, Barberina? Non dur l'illusione quanto la nostra vita pi lunga della spensierata giovinezza. Tu che ridevi fosti lacrime. Tu che eri amata fosti sola. Tu che eri madre vedesti un figlio morto andar via..." E, quasi la mia parola l'avesse richiamata, odo un violino, in un a solo, gemere alto, chiamare...  Isidoro che mi parla, che chiama: "Padre, padre mio... Tu non potesti trattenermi sul mondo... Tu che m'avevi dato la vita non hai potuto farla durare un solo istante di pi..." E oboe e violino s'incontrano in un'ansiosa tenerezza: "Padre mio... Mio caro figlio... Non mi sono mai, padre, pure sparendo, allontanato da te... Non ho mai potuto, figliuolo, te partito, trovare in nessun modo, pure avendo l'aria di vivere ancra, un solo istante di vita... Da un mondo all'altro, senza pi rivederci noi ci siamo ugualmente tenuta assidua compagnia. Vegliavo sopra di te, padre, ogni notte. E io ti offrivo, figlio, il pensiero d'ogni mia giornata... Aspettavo che tu venissi, padre, a ritrovarmi... Aspetto, figlio, che mi sia concesso di venire a raggiungerti... Fatti sempre pi degno, padre, di salire fin quass; io sono in alto... Voglio, figlio, purificarmi per essere sicuro, di l dalla vita, d'essere degno d'esserti accanto..."
Oboe e violino si spengono insieme in un soffio: e il bacio soprannaturale del figlio morto e del padre superstite, le lontananze tra divino ed umano a cui Dio permette d'avvicinarsi un istante... E, d'improvviso, tutte le voci dell'organo s'accavallano, si scontrano, si fondono, si confondono, s'esaltano, sospirano, urlano, gemono, ridono, si sopraffanno e s'armonizzano. Sento di costruire a sbalzi, a scatti, a periodi, in questa compatta mole di suoni, le sovrapposizioni architettoniche della vita, la progressiva marcia del tempo. In una stesa ed ampia discorsivit polifonica ordino e faccio musicalmente coerente l'incoerenza multipla delle ore, rincalzo dei giorni contraddittorii, il precipitare disordinato degli eventi e degli incontri, la confusione ciclonica d'una vita senza supremo governo.  la confessione musicale del mio disordine, del mio romanticismo senz'asse e senza direzione, che turbina nel vuoto e non raccoglie, incapace d'ordinare e di coordinare in una volont precisa, in una disciplinata energia, l'immensa possibilit della vita. "E tu sei entrata in questo disordine, disordinata tu stessa, Rosalba Casarsa, ora Rosalba Confalonieri, che dall'altra parte di questa navata mi ascolti. E che fummo noi nell'incontro, o mio sogno di bene e di coraggio, se non delitto e paura, delitto nel male che altrui facemmo, paura nel bene che non osammo per noi? Miseria, mediocrit, volo senz'ali che da terra si solleva nel salto e a terra ricade, pesante. N tu sapesti reggere la finzione romantica della coppia avvicinata dal destino contro la legge. Dov'era la tua vera libert, Rosalba, se di tutti, e di te stessa, eri schiava? Dov'era la tua favola, o poesia, se tutto in te ti legava alla realt vicina e meschina? Tu che mi avevi dato un altro figlio da amare per legarmi alla sfuggente vita, portasti ad un altro, quand'io ero dietro a una bara, il bene mio; del figlio mio nel tuo libero peccato facesti il peso legittimo del tuo canestro di nozze col rivale vittorioso e pi forte! E tu volevi, rimasta sola, ricominciare la vita, ricongiungere ci che fu da te spezzato per sempre... Quale vita, Rosalba, ricominciare? Quale figlio, non pi mio, mi riportavi? Due volte tu volevi riallacciar due cadaveri ricavandoli dalle acque torbide d'un naufragio. Lascia invece i morti alle loro acque, Rosalba naufraga, in fondo al mare..."
L'oboe tace. Cambio registro. Scateno i grandi cori delle mille canne, apro le cateratte dell'immensa musica. Mi volgo a destra dove sento un affanno. Vedo accanto a me, gli occhi lontani, teso su la corrente dei suoni come un uomo incantato negli occhi dalla violenza della fiumana, il principe di Waldemunken che non ha pi nulla di mistico nel volto: indurito nelle mascelle contratte, inasprito nelle sopracciglia avvicinate, ha le labbra chiuse come se contenessero un grido un grido di comando, e lo sguardo metallico e fermo come se aspettasse l'esito d'una carica di cavalieri, dei suoi disperati cavalieri, mandati con un gesto alla vittoria o alla morte. Non  pi l'abate dei Camaldoli:  il generale di cavalleria prussiana, l'aiutante di campo dell'Imperatore, che getta nella raffica di guerra tre figliuoli e ne ritrae tre cadaveri;  il soldato che impegna nella carneficina s, la famiglia, la patria, il mondo, il suo destino. E, da lui che in quell'ondata fragorosa dell'organo riode forse i fragori dei cannoneggiamenti, sono riportato alla guerra. Vengono alle mie mani, e cantano strepitando nell'organo, marce militari, fanfare, tamburi, pifferi, trombe.  la catastrofe del mondo,  l'eccidio di milioni e milioni di uomini,  la rossa voragine in cui un tempo fiammeggiando precipita. La messa di Natale  ora ad una pausa tra il Sanctus e l'Elevazione; e la liturgia vedo nel libro che ho davanti, vuole che in quella pausa il coro dei monaci taccia.  dunque costume degli organisti inserire in quel silenzio il canto soave d'una pastorale. Io v'immetto invece, travolto dall'estro, cavalcate d'eserciti, scontri di mondi, cozzi di civilt, terremoti dell'universo, lo schianto della catastrofe umana, il mitico rovinare della torre di Babele in cui, urlando in tutte le lingue del mondo, gli uomini non intendevano pi, serena e sovrana, la parola di Dio.  come una gigantesca fermentazione musicale in cui ogni popolo trova la sua voce e l'oppone alle altre che sbito la cancellano e la sopraffanno.  come un formidabile abbozzo d'epopea sotto le mie mani che turbinano, come ondate d'aeroplani che solchino il cielo, sul breve orizzonte eburneo delle tre tastiere ad anfiteatro. In un afflato grandioso ed eroico descrivo in suoni e gridi d'apocalisse la follia e l'eroismo del mondo, i fronti fatti fiumi vermigli, le piogge di fuoco dal cielo, la tragica vendemmia dei giovani a colpi di cannone, il disperato esterminio. E sento accanto a me l'affanno del padre tre volte mutilato chiamare sommessamente i figli per nome come se fossero ancra nella mischia: "Ottone!... Guglielmo!... Ludovico!..." E chiamo anch'io il mio primo figliuolo sotto il fragore dei mortai: "Isidoro... Isidoro!..." Ma nessuno ci risponde. La parola dell'organo  ancra al registro dei bombardamenti che suonano morte su l'alto clamor delle trombe.
E d'improvviso, come se il cataclisma schiarisse miracolosamente il cielo in un istante, il fragore de! mondo che brucia nell'incendio d luogo al sereno canto degli angeli che ritornano a ribenedire gli umani. E la pastorale eccola. Sospira lieve dai violini, trema esitante dai flauti, canta poi melodiosa da tutt'i legni. Non sono io che la trovo sui tasti.  Dio che parla.  Dio che perdona al mondo, Dio che, dimenticato dagli uomini, si rif presente nei campi che riverdeggiano, nelle acque che di nuovo s'inazzurrano, nelle opere del sodalizio umano che ricominciano, nella primavera dell'universo che ritorna tra fiori e stelle, risorgendo dai morti sepolti nei fanciulli che nascono.
Da questa apparizione di Dio nei suoni echeggianti musiche di paradiso, io non ho pi coscienza esatta di me. Non guardo pi la tastiera. Non ho pi accanto a me Waldemunken. Non vedo pi alla mia sinistra, nello stallo del coro, Andrea Fiore. Non penso pi Rosalba presente nella navata oscura, di l dalla grande luce del fiammeggiante altare. Dio  l, in quell'alone di splendore davanti a me. Dio mi parla. Dio mi chiama. Dio mi dice parole che non sono suono sillabico ma che, attraverso le armonie del meraviglioso strumento su cui le mie mani vanno con miracolosa sicurezza, diventano immediatamente pensieri nel mio spirito. Sento dalla divina voce senza parole un rimprovero che non  solamente per me, ma che dalla mia individuale picciolezza s'allarga, come in un appello di giudizio universale, a tutta la perduta folla degli uomini. Come viviamo noi, competitori e nemici, armati d'implacabili egoismi, la vita passeggera ch'Egli ci ha data? Quale disciplina ad essa imponiamo che unisca vita terrestre e celeste vita in una profonda armonia? Intendo adesso, finalmente, il senso del nuovo diluvio che Dio ha rovesciato sul mondo; il diluvio di fuoco. E ti vedo pallido e smarrito davanti a me, pari a me, come io mi guardassi in uno specchio, ti vedo fermo, povero uomo di ieri, alla sosta sul ponte della vita e della storia, uomo che non hai ancra saputo essere l'uomo di domani. Fu l'errore mio, come quello di tanti. Non intendemmo esattamente, nel suo valore cosmico, il cataclisma. Scambiammo per un'altalena di politiche sul ginnasio atletico del mondo ci che invece era, nel supremo orizzonte delle grandi nuvole, la violenta conflagrazione del tramonto che, attraverso la breve notte, risfocia meravigliosamente nella pi grande luce dell'aurora nuova. Credemmo la rivoluzione d'un popolo ci che era invece l'evoluzione del mondo, un passaggio di evi sotto l'arco eterno del tempo. In questo caos di note confuse, in questo disordinato e incoerente incrociarsi di canzoni romantiche che, rammemorate, fremono tutte insieme nelle mie dita su la tastiera, io parlo a te, o mio fratello sepolto, uomo di ieri: "Che volevi tu, in un mondo d'universale prova e di necessario dolore simboleggiato dalla Croce cristiana sul Calvario, che volevi tu, insaziabile e insoddisfatto, se non il tuo individuale godimento, la tua personale ambizione, il tuo isolato cammino, l'egoistica avventura? Bugiardi poeti d'un romanticismo sonoro e vuoto ti avevan sempre pi spinto a dilatare la tua personalit d'invisibile corpuscolo nell'immenso creato sino a coprir di te, da ogni lato, l'orizzonte del mondo. Tutto era in servizio di te. Tutto era alla tua dipendenza. Dispotico principe d'una tua piccola vita alla quale tentavi d'asservire ogni vita altrui, tu chiedevi al mondo ci che agli uomini Dio non volle concesso sopra la terra: la felicit. E, nella scontentezza creata nell'urto tra ci che il tuo orgoglio esigeva e ci che la divina legge non consentiva, incrociavi le braccia stanche sopra le rovine dei grandi sogni, maledicendo la vita, che tu guardavi da un paradiso sognato e fatto deserto attorno, pote maudit, a un ciuffo di "fiori del male". E, tra donne e fantasie, concupiscenze e rinunzie, vano consumatore del tempo, tu chiamavi l'inutilit di tua vita la "dolcezza di vivere". Senonch dalla gigantesca competizione di miliardi d'egoismi sommati insieme e contrapposti per il maggior godimento di vietati beni, il diluvio di fuoco venne improvvisamente a bruciare la tua strada, seppellendoti nelle fumanti rovine, mentre di l dall'abisso sanguigno sorgeva, volont di Dio, in Dio nuova salvazione, l'uomo nuovo capace d'intendere che, nel mondo delle necessarie obbedienze, l'obbedienza spirituale doveva essere la prima disciplina dell'uomo, del cittadino, dell'educatore di figli, del costruttore sereno di vita feconda e di durata nel corso immortale delle generazioni mortali. Ora io t'intendo e ti canto, questa notte, o Romanticismo nuovo. Tutti gli scomposti suoni delle mie voci individuali si fondono e si ordinano nel grande coro datemi, o potenti registri, l'unica, unanime e solenne voce di tutti gli uomini! che esalta la poesia nuova del vivere in due austere ed accettate discipline che orientano, da sopra e da sotto, piedi su la terra, occhi nel cielo, il nostro cammino: la disciplina terrestre e quella celeste, ugualmente indispensabili al servizio dei due regni, il regno umano e il divino regno, coordinando il vivere provvisorio e l'eterno vivere in una completa armonia e in una totale coerenza. Che puoi tu, precaria e lbile essendo la vita, che puoi tu, uomo di ieri, nel tuo breve corso di anni se solamente a te individuo limiti lo sforzo, la mta e il destino? Che cosa tu non potrai invece, uomo d'oggi e di domani, se inserendoti particella in un tutto, ricevendo e trasmettendo di continuo una collettiva e perpetua eredit, sommerai il tuo sforzo allo sforzo di ognuno e prolungherai la tua potenza di vita, dai tuoi poveri anni numerati e fuggenti, ai secoli ed ai millennii? Disciplinato ed utile, al comando della tua Guida terrestre, marcia dunque, soldato, nelle file compatte dell'esercito umano. Scava, nella tua terra, pari ad altri innumerevoli solchi, il solco della tua volont e del tuo lavoro, coordinandolo agli altrui in un comune ideale. Se tu cadrai a mezza strada, altri verr a continuare per te l'opera tua. Se giungerai fino in fondo, l dove Dio ti conceder di riposarti trasmetterai ai tuoi figli, degni di te, uguali a te, lo strumento ed il cuore; e il tuo solco andr avanti, nato da te, interminabile avanti e dietro di te, segno di tua umana eternit, anche quando tu non sarai pi uomo tra gli uomini, anche quando, spirito liberato, tu sarai, in altra milizia, l'eternit spirituale che Dio ci promette.
Guardo dietro di me il mio cammino. Ritrovo il fanciullo che al Mandorleto, aperte le mani, voleva in esse stringere il mondo. Vissi cos di me e per me. E mi guardo oggi le mani; sono vuote. Che cosa sei tu, vita d'un uomo solo, se non corsa senza mta, fragore senza musica, volo d'Icaro che continuamente tenta e ricade? Ma altro  la marcia della legione degli uomini, passi nei passi, con designate mte che di continuo si spostano davanti al nostro incessante avanzare, la grande marcia collettiva, la marcia umana che va avanti cantando e credendo e fa d'un solo passo due cammini, uno in terra e uno in cielo, cammino il primo tra le vigne dove tutti assetati si ristorano, cammino l'altro in mezzo alle stelle dove ognuno affida a Dio le sue pi che umane speranze. E non senti tu, uomo nuovo, nuovo e virile eroe romantico del sodalizio contro il sepolto e femmineo eroe romantico della solitudine individuale, non senti tu due ordini, in due voci, sopra i tuoi passi? Ascoltale, squillanti, sul fragore dell'organo che d cadenza innumerevole all'immensa marcia. Odi la prima voce, terrestre, vicina, che grida agli uomini d'una terra: "Avanti... La meta  laggi, miei soldati, dove il sole ci aspetta..." E l'altra voce odine la sconfinata risonanza,  sopra di noi, infinita e lontana, pure vicinissima, come se fosse qui, nell'orecchio e nel cuore: "Avanti... La mta  quass, figli miei d'ogni cielo, accanto a me, lidie stelle..." Cos avanza l'umanit nuova che non ha pi uomini soli, viandanti sbandati, esuli d'un personale destino, incerti vagabondi senza una mta: su due cadenze di marcia che son tutt'una, come questi due canti che si fondono e s'integrano nell'organo. Sui passi ritmati degli uomini una fanfara di legionarii e, su la marcia degli spiriti illuminati da Dio, questo concerto d'arcangeli.
Cantate, legionarii. Inneggiate, arcangeli. In questa musica, in quella sfolgorante luce, verso quella profonda navata ancra piena di tenebre che s'illumineranno, Dio, Dio che cos vuole, riavvia il cammino degli uomini in una fraternit terrestre limitata in confini che sar preludio alla sconfinata fraternit universale, pi tardi, attorno al Suo trono. Rosalba Casarsa, io ti perdono. Alessandro Confalonieri, io ti perdono. Mio piccolo Sisto nemico d'una giornata, io ti perdono. E perdono tutti voi, uomini disattenti, uomini increduli, che in me non aveste la fede che m'avrebbe dato le ali. La via  percorsa. Il viaggio  al suo termine. Sono a mezza via tra terra e cielo. Qui, dove il mondo non  pi che evanescente ricordo, aspetto la morte, l'immancabile trasfigurazione. Ho di l e non fra voi, oramai, ho di l i miei grandi appuntamenti: Elsa, mia madre, mio figlio, Barberina, Cremisi e questo divino maestro, Sebastiano Bach, che, Dio pregando coi suoi canti, m'ha insegnato a cantare. Dio ti perdoner, Alessandro Confalonieri, ch ha indulgenza anche per coloro ai quali la sua luce non giunse. Dio ti perdoner, Rosalba Casarsa, se, piegando il ginocchio, ritrovandoti madre unicamente, lo saprai meritare.
Come in una gigantesca cascata di suoni, le grandi correnti di musica, che Dio mise in me limpidissime perch il cielo vi si specchiasse per raddoppiarsi tra gli uomini, confluiscono alla sommit delle mille e mille canne di questo organo e soffocano di canto l'anima mia che non le pu pi contenere. Sperduto ad inseguire vane chimere, io non seppi dare agli uomini questi canti che tenni chiusi in me inutilmente, perdendo i miei giorni. Isolato in mezzo agli uomini nemici, armati gli uni contro gli altri di diffidenza e di astio, non ebbi dal mio tempo la fede necessaria a cantare. E questa divina ricchezza che tu, Dio, ponesti in me inutilmente, io qui a te, Dio, la restituisco, in questa notte di Natale, in questa suprema conversazione con Te, sopra quest'organo. Riprendila tu, mio Dio, dal mio cantare improvviso ed immenso che spende in un'ora notturna il patrimonio nascosto durante tutta la mia vita, riprendila dalla mia anima che fu inadeguata a tal dono; e tu dlla, tanta ricchezza, per il bene e la letizia degli uomini, a chi sar di me pi degno di cos sovrumana maest: il genio che fa l'uomo pari a Dio, la creazione che accosta l'uomo al Creatore.
E, su le canne dell'organo che cantava come canneti nel vento di primavera, restituii a Dio la mia musica, in sublimi armonie, in celestiali melodie, in cori che a quanti ascoltavano traevano l'anima dal ptto facendola ascendere, di l dal tetto del tempio, sino alle celesti soglie, nella serenit della notte stellata. Ascoltavo, senza credere al prodigio, il tesoro inesauribile ch'era dentro di me. E, mentre la sublime orchestra, inneggiando alla vita, canta la fede che finalmente mi solleva a Dio in ogni umana e terrestre liberazione, sento che tutti nella chiesa intendono il meraviglioso prodigio ch' nel giuoco di questi mntici e di questi registri: un uomo pregando ha parlato a Dio. E, in questo canto, Dio gli ha risposto.
Mi sveglio, dopo l'ultimo inno, dopo il grido supremo di tutte le tre selve di canne, come se uscissi da un sogno, le mani abbandonate su la tastiera, svuotato d'anima, volato tutto ci ch'era in me, nella notte, nel canto, fuori di me stesso, pi su del mondo, in Dio. Mi traggono gi dalla mia panca due creature umane che ancra mi credono uomo e come tale mi sorreggono, corpo vuoto, simulacro umano, sotto le ascelle. Cos mi conducono di l dall'altare su cui le candele si spengono, lungo la navata che s' gi vuotata di fedeli. Portato a braccia, ricupero le mie gambe e il mio passo solo fuori della chiesa, sopra la neve, sotto le stelle. Tuttavia sento di non aver pi realt. In un mondo indefinito da sonnambulo, mi avvio verso la cella che m'hanno assegnata. Vedo solo un'ombra staccarsi dalla folla che, orlo nero sopra la neve, fa ala sul mio passaggio; ma non la riconosco, non la vedo. Tuttavia sento in me non dagli occhi, che quell'ombra  Rosalba che tenta d'avvicinarsi a me per un supremo saluto. E sento alle mie spalle la voce del principe di Waldemunken che fa largo e respinge:
Indietro, madame... Non  pi un uomo:  uno spirito. Inginocchiatevi, se l'avete amato...
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Roma, maggio Vallombrosa, settembre 1936.
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FINE.